Salvatore Parlagreco

(essepì) Si apre un altro fronte nella rivoluzione araba, è quello siriano. Nelle ultime ore le proteste sono sfociate in guerriglie urbane e la polizia è intervenuta duramente sparando sui manifestanti. Si contano morti e feriti. I provvedimenti del rais, Assad, tendenti a placare le proteste non hanno avuto alcun esito.

Le ragioni sono chiare: non vogliono un sussidio, qualche piccola agevolazione, risorse per sopravvivere. Vogliono riprendersi in mano la vita, vogliono contare, esserci, dire la loro. Non tollerano di subire le decisioni del potere affidato da quaranta anni alla dinastia degli Assad. In Siria sta accadendo ciò che si è verificato in Tunisia, in Egitto e in Libia. È rivolta contro la tirannia, contro la dittatura, per la libertà e la democrazia.

Assad, che è succeduto al padre, il potente presidente capo del partito unico Bahal, non dispone delle risorse del colonnello Gheddafi, né dell’aiuto americano, come gli egiziani. È solo e può contare, semmai, sull’aiuto iraniano. Un abbraccio che potrebbe rivelarsi mortale.

Alla sorte della Siria sono interessati Israele e Libano per opposte ragioni ma con eguale intensità. La Siria è stata il gendarme del Libano ed ha asservito per decenni il Paese dei cedri, segnandone i momenti più terribili della sua storia. Israele ha combattuto gli hezbollah libanesi foraggiati dai siriani, a loro volta supportati dall’Iran.

La Siria è stata, e lo è ancora, seppure molto indebolito, il crocevia del conflitto palestinese. Un nervo scoperto del Medio Oriente. Come nazione è stata inventata dai britannici, come potere dagli Assad, come nazione cuscinetto dalle vicende della storia.

Ora la Siria degli Assad barcolla, i nodi sembrano venuti al pattine.

Ma è difficile allo stato prevedere gli sbocchi della rivolta in atto. Potrebbe concludersi come in Algeria, dove le manifestazioni sono state soffocate dal regime, o come in Tunisia ed in Egitto, dove invece hanno avuto la meglio gli insorti. L’esercito siriano non ha dato segni di inquietudine in Siria, i suoi capi sono considerati i veri dominatori del loro Paese. Assad figlio ha decentrato e distribuito il suo potere fra i suoi gerarchi. Il vertice appare forte ed unito. Fino a che punto? Basterà la povertà, il desiderio di libertà ad “armare” il popolo? Con le buone ragioni non si vince e quando succede è una rarità.

Abbiamo avuto la possibilità di conoscere la Siria. Un ricorda antico, ma ancora utile. C’era Assad padre nel nostro viaggio a Damasco e Aleppo, le due principali città della Siria. Abbiamo il ricordo indelebile di tre episodi. Ve li raccontiamo perché regalano uno spaccato di quella realtà immobile e cupa.

Alloggiavamo in un albergo di Damasco, il Semiramis Hotel, che dava sulla piazza delle impiccagioni, che conservava i segni di quella condizione. L’albergo disponeva di un night, frequentato da palestinesi che dopo avere trascorso alcune ore liete si recavano dall’altra parte per combattere il mattino successivo. Ogni giorno più o meno alla stessa ora.

Avendo rifiutato di recarci ad Aleppo, i nostri amici andarono via in auto, ma qualche ora dopo tornarono indietro a riprenderci. Ci fu spiegato che avevamo commesso un’imprudenza. Quale? Organizzare un giro in città per vedere la moschea con una persona del posto. Non era stata una buona idea. La nostra telefonata era stata ascoltata dai servizi di sicurezza. Fummo obbligati a seguire gli altri giornalisti ad Aleppo.

Due settimane dopo apprendemmo che un commando di terroristi penetrato nel Semiramis Hotel aveva ucciso ottanta persone, fra le quali la danzatrice del ventre che si esibiva nel night dell’hotel. Alcuni uomini del commando terrorista sarebbero stati scoperti, acciuffati e impiccati nella piazza attigua all’albergo.

Mi sono sempre chiesto, senza avere alcun indizio che ne giustificasse la ragione, se a subire la pena di morte siano stati gli autori dell’attentato terrorista. Assad aveva bisogno di comunicare al popolo che era il più forte.