Roberto Rizzuto

C’è stato un tempo in cui la Fiat costituiva in modo inequivocabile l’emblema del made in Italy. Un tempo lontano, irrimediabilmente archiviato, che non può più tornare. L’Italia, infatti, scalzata ormai dal Brasile, non è più il mercato di riferimento dell’azienda torinese – sia per ciò che concerne la produzione, che la vendita – ma soltanto uno dei vari mercati possibili. I fatti lo dimostrano: la scelta del Lingotto di interrompere, dal 2012, la produzione di auto a Termini Imerese va in questa direzione. Ma se l’amministratore delegato Sergio Marchionne, da un lato, non è disposto a fare passi indietro in relazione allo stabilimento siciliano, d’altra parte intende giocare almeno la “carta Pomigliano”, portando in Campania, sottraendola alla Polonia, la produzione della nuova Panda. Un ultimo tentativo, insomma, di valorizzare la presenza della Fiat nel nostro territorio.

Termini no, Pomigliano sì, dunque. E per salvare Pomigliano occorre saturarlo con 300 mila vetture l’anno. Un’operazione non da poco, che richiederà investimenti cospicui, per centinaia di milioni, al fine di riadattare le linee di produzione e procedere alla formazione del personale. Ma come è possibile portare la produzione a 300 mila auto in uno stabilimento che, nel 2008, ha realizzato 78 mila “500” e, nel 2009, appena 36 mila, con un impiego della manodopera al 32 per cento? Per l’azienda la risposta è semplice: dal momento che non si può reggere il confronto con la Polonia sul costo del lavoro, bisogna essere in grado di competere sulla flessibilità e sull’utilizzo degli impianti. Mettere quei lavoratori e quei macchinari nelle condizioni di lavorare esattamente come si fa a Melfi, dove l’utilizzo tocca punte del 93 per cento: questa la sfida di Marchionne.

Comunque vada l’esperimento di Pomigliano, un fatto è ormai certo: l’Italia perde progressivamente e inesorabilmente peso all’interno del mondo Fiat. Al polo tecnologico di Torino se ne affiancherà adesso un altro, nel Michigan. Non solo, ma l’interesse del Lingotto verso gli Stati Uniti e gli altri paesi emergenti è destinato a crescere. Brasile, Polonia, Russia e Cina incalzano prepotentemente.

Insomma, in attesa del divorzio, l’Italia e la Fiat sono sempre più separati in patria.