Lo stesso giorno in cui i siciliani apprendono che il Banco di Sicilia abbassa le saracinesche e di esso rimarranno solo i fregi agli ingressi delle agenzie regionali per la fusione con Unicredit, arriva di rimbalzo un’anteprima sulle volontà di un altro gruppo bancario, la Banca Intesa San Paolo, di uno shopping nell’Isola per raddoppiare i 200 sportelli e fare nascere un nuovo istituto di credito, Intesa Sicilia, diretta filiazione di Intesa San Paolo.
Mentre Unicredit trasferisce tutto a Milano - sede sociale e management - e regala perciò alla capitale lombarda Ires, Iva e capital gains, circa 150 milioni di euro l’anno, Banca Intesa San Paolo si preparerebbe ad approdare nell’Isola.
Unicredit inghiotte il vecchio Banco di Sicilia al Nord, e ora lo digerisce, Intesa San Paolo fa il percorso inverso, investe sulla Sicilia. Sulle ragioni del primo è stato detto quasi tutto. Unicredit vuole razionalizzare la sua holding e trova più “confortevole” la fusione del Bds, lasciando alla Sicilia solo il marchio a futura memoria. Ma che cosa suggerisce a Banca Intesa San Paolo il risiko siciliano? La risposta è semplice, ci sono le condizioni necessarie – secondo Intesa San Paolo – perché la scelta, in controtendenza, abbia successo.
Che cosa cambierà per l’Isola?
Forse poco, forse niente. Oppure, chi lo sa, la discesa di Intesa potrebbe costituire una inversione di tendenza rispetto a ciò che avvenne quindici anni or sono, negli Anni Novanta, con la cancellazione delle piccole banche dell’Isola.
Ma non bisogna illudersi, tutt’altro. Il management di Intesa Sicilia deve seguire le logiche del Gruppo cui appartiene. Bisogna pur tenere conto, però, l’ottica dei due grandi gruppi bancari italiani – Unicredit e Banca Intesa – sembra essere opposta. Unicredit azzera la Sicilia, Banca Intesa fa nascere nell’Isola la sua creatura. Avrà pure un significato tutto questo.
Le due operazioni sono intestate ad Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, e Gaetano Miccichè, neo direttore generale di Intesa San Paolo. Alessandro Profumo ha trascorso alcuni anni in Sicilia, dove mantiene amicizie e ricordi, Gaetano Miccichè è siciliano, fratello di Gianfranco, sottosegretario di Stato alla Presidenza del consiglio ed attualmente il leader di un gruppo parlamentare, Pdl Sicilia, che ha tagliato il cordone ombelicale con la casa madre, il Pdl, per sostenere una nuova maggioranza e il governo regionale in carica, presieduto da Raffaele Lombardo.
Gaetano Miccichè non è l’ultimo arrivato, assai diverso dal fratello. E’ un grande tessitore, non ama i riflettori e non è affatto loquace. Ebbe due anni or sono il compito di rimettere a posto Banca dall’amministratore delegato, Corrado Passera. E’ stato responsabile della divisione Corporate & Investment Banking di Intesa San Paolo. Quindi è stato al centro di tutte le grandi operazioni finanziarie legate alle aziende.
La necessità di fare nascere nel Sud, ed in Sicilia in particolare, una Banca che sviluppasse un’azione di traino e assistenza per le imprese e l’economia siciliani, è stata più volte illustrata e ribadita sia da Lombardo quanto da Gianfranco Miccichè, fratello di Gaetano. Niente vieta di pensare che Intesa San Paolo abbia tenuto conto di questo bisogno, manifestato apertamente negli ambienti politici locali, quando ha deciso di realizzare il suo progetto di Intesa Sicilia, che dovrebbe vedere la luce l’estate prossima.
Se l’addio del Bds non è uno scippo – il furto risale a venti anni or sono semmai – l’arrivo di Intesa Sicilia non è nemmeno l’arrivo del messia. I cordoni della borsa restano fuori dall’Isola. Non ci sono imprenditori, industriali, finanzieri così attrezzati nell’Isola per dare vita ad uno shopping bancario. E se ci fossero, la priorità di fare cassa resterebbe tale. La qualcosa significa che le consuetudini bancarie odierne – dipendenti peraltro da fattori nazionali ed internazionali ineludibili, ma anche dalle scelte del management assai attento ai propri bisogni – rimarrebbero vive e vegete.
Non è il caso di strapparsi le vesti perché è stato strappato il sondino al Bds, la cui sopravvivenza in stato neurovegetativo era arcinota, né fare balli di gioia per l’avvento del redentore.
Resta anzi il rammarico per la chiusura di un istituto di credito – il Banco di Sicilia – considerato venti anni fa solido e attrezzato, e per l’emigrazione di imposte che finora sono state pagate alla Sicilia, per via delle norme dello Statuto speciale, ed ora verranno pagate alla ricca Milano.
