Stefania Brusca

(Enzo Coniglio) Oggi, 23 ottobre 2011, si voterà in Argentina per la scelta del Presidente e per il Parlamento facendo seguito alle lezioni primarie del 14 agosto 2011 che si sono svolte nel pieno rispetto della legalità e senza incidenti.

 

La favorita è la Presidente attuale, Cristina Fernandez de Kirchner che può esibire dei risultati economici eccellenti che vale la pena riportare, ricordando nello stesso tempo che l’Argentina è stato il primo Paese a dichiararsi fallito nel 2001 aprendo così la lista della devastante crisi finanziaria attuale che ci tocca da vicino.

In Argentina il PIL è cresciuto nel primo trimestre del 2011 del 11,3% rispetto allo stesso trimestre del 2010. I consumi privati sono aumentati del 10% e quelli pubblici del 9,9%

 

Gli investimenti lordi interni fissi (IBIF) nel primo trimestre 2011 hanno rappresentato il 23,5% del PIL a prezzi costanti mentre nel 2002 rappresentavano soltanto l’11,2%.

 

Il tasso di dispoccupazione è del 7,2%. Negli ultimi sei anni l’Argentina ha registrato un avanzo fiscale positivo dell’1,5% del PIL

 

Negli ultimi 12 mesi, la bilancia commerciale argentina ha registrato un saldo attivo di 14.244 milioni di dollari USA e le esportazioni nel primo trimestre 2011 sono cresciute del 31,1%.

 

Il debito esterno rispetto al PIL era del 156% nel 2002 e oggi è soltanto del 37,2%. Il PIL argentino è il secondo in termini assoluti in America Latina e l primo per capite. Il debito esterno del settore pubblico nazionale mantiene la sua tendenza a ridursi.

Queste scarne cifre ci dicono come l’Argentina sia stata capace, in appena dieci anni, a superare una situazione assolutamente fallimentare e a riacquistare un ruolo di primo piano nello scacchiere geoeconomico del Sud America: un esempio da meditare e da imitare.

 

Ma chi ha detto che dichiarare default sia negatvo?

 

Ricordiamo le tappe di quella tragica esperienza di dieci anni fa iniziando dalla elezione nel 1946 del generale Juan Peron che ha dato vita ad un movimento populista molto noto ancora oggi come “peronismo”. Peron aumentò notevolmente i salari, migliorò le condizioni del lavoro, rafforzò il potere dei sindacati, nazionalizzò diverse imprese economiche ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese e dette un notevole impulso allo sviluppo delle città.

 

Tali misure però, ebbero degli effetti devastanti a livello finanziario. Dal 1948 al 1950, la moneta locale, il Peso, perse il 70% del suo valore e l’inflazione raggiunse nel 1951, il 50%. Una tale politica creò inevitabilmente delle notevoli frizioni con gli USA che hanno da sempre considerato l’America latina, l’orticello di casa propria e alcune rivolte popolari a cui Peròn rispose con la censura e la repressione, incluso i il carcere e la tortura.

Fu deposto nel 1955 da un colpo di Stato di Arturo Frontizi a cui seguì il governo di Arturo Illia sempre sotto l’ala protettrice delle forze armate. Nel 1975, l’economia argentina presentava una disoccupazione del 7% e uno sviluppo sostenuto grazie alla esportazione dei prodotti agricoli. Nel 1973 era ritornato intanto al potere Juan e Isabel Peron che furono spazzate via definitivamente dal colpo di stato del 1976 che intraprese una profonda pulizia contro i rivoluzionari di estrema sinistra, come i Monteneros, con il pieno supporto della CIA nella famigerata “Operazione Condor” durante la quale scomparvero migliaia di dissidenti.

 

Il nuovo regime congelò i salari, liberalizzò gli investimenti, aumentò notevolmente il debito estero provocando così il collasso del Peso e della economia reale e la conseguente rivolta popolare che nel 1983 portò al potere Raul Alfonsin il quale non riuscì a gestire una profonda crisi finanziaria causata dai creditori privati e dal Fondo Monetario Internazionale che avevano richiesto l’adozione di pesanti misure restrittive per la restituzione del debito.

 

Il suo successore, Carlos Menem, eletto nel 1989, pensò di risolverla adottando il modello neo-liberista: privatizzando i beni dello Stato, riducendo le imposte sui prodotti importati, liberalizzando i mercati, compreso il mercato del lavoro, e finanziarizzando l’economia attraverso l’ancoraggio del Pesos al dollaro: 1 $=1 Pesos. E’ stato un autentico disastro e l’inizio della fine grazie alle arpie e ai vampiri del dio mercato Burunbugiu scesi a frotte da Wall Street a divorare letteralmente il Paese.

In che modo? Semplice.

 

L’ancoraggio del Pesos al dollaro USA assicurò una stabilità e una sicurezza agli investimenti stranieri in Argentina e li mise temporaneamente al riparo delle ricorrenti pesanti svalutazioni. Tale circostanza rese appetibile la sottoscrizione del debito sovrano argentino sia pubblico che privato, ricercato dalle banche estere con la conseguenza che il debito estero argentino crebbe a dismisura prescindendo dalle condizioni economiche effettive del Paese. Un ulteriore incoraggiamento alla sottoscrizione del debitoargentino, venne dalle società di rating (Standard & Poors, Moody’s) e dalla grandi banche che assicurarono la piena solvibilità del Paese mentre conoscevano i gravi rischi e gli agenti mobiliari intascavano felicemente milioni di dollari in salari, consulenze e commesse, salvo poi ad accorgersi, nel 1998-1999, che l’Argentina fosse a grave rischio e a ritirare gli investimenti.

L’eccessivo indebitamento e una cattiva gestione dell’economia fece passare il debito pubblico argentino dal 29% del 1993 al 41% del 1998. Intanto i servizi privatizzati aumentavano a dismisura i costi sostenuti dai privati cittadini che occuparono le piazze e chiesero al Governo misure correttive. Il FMI intervenne offrendo un prestito di 14 miliardi di dollari e Wall Street un prestito molto oneroso attraverso un debt swap . Il Governo argentino si rese allora finalmente conto della poiltica fallimentare seguita, che le ricchezze del Paese erano state dilapidate e spudoratemente rubate dai Gringos e che l’unica possibilità di salvezza fosse quella di dichiarare fallimento.

“Nel giro di pochi giorni – scrive Loretta Napoleoni nel suo saggio ‘il contagio’ – il peso si svaluta del 70%, l’economia si disintegra: il PIL si contrae del 20%, la disoccupazione sale del 60%; salari e stipendi non vengono più pagati; la gente assalta le banche e saccheggia i supermercati. E’ l’anarchia! La bancarotta argentina diventa il più grande crack del debito sovrano nella storia della economia; eppure si è trattato di 141 miliardi di dollari: meno del 10% del debito pubblico italiano!”

 

Sembrava la fine del mondo. Naturalmente il FMI e Wall Street hanno gridato alla follia e si sono strappati le vesti prevedendo un futuro orrendo per la Nazione Argentina. Nulla di tutto questo. Al contrario, grazie al ritorno all’economia reale, alla democrazia partecipata, alla drastica riduzione delle influenz e esterne, il popolo ha capito e ha seguito i Kirchner che sono stati i maggiori protagonisti della rinascita e che quasi sicuramente saranno premiati amcora una volta in questa tornada elettorale.

 

Mi auguro che la lezione argentina sia seguita con determinazione dai Paesi europei iniziando dalla Grecia.