Salvatore Parlagreco

(essepì) Il periglioso conto alla rovescia della Banca del Mezzogiorno – l’ibrido senza sportelli immaginato da Giulio Tremonti – metà banca metà Cassa del Mezzogiorno – è appena iniziato e ci si guarda attorno in attesa di novità che nessuno conosce. Sta per partire, senza clamori, anche lo shopping che deve necessariamente precedere la calata in Sicilia di Banca Intesa San Paolo con Intesa Sicilia ispirata dal direttore generale, Gaetano Miccichè, fratello di Gianfranco (a sua volta ispiratore del Pdl Sicilia). E’ infine alle porte il processo di fusione per incorporazione del Banco di Sicilia in Unicredit.

 

Né le istituzioni regionali, né la politica sembrano interessate al riposizionamento bancario che interesserà l’Isola. Il silenzio non è necessariamente segno di disinteresse, ma lascia ugualmente interdetti perché ciò che avviene nelle banche ha sempre un immediato riflesso in ogni settore della vita sociale, politica ed economica. Se avessero già deciso tutto a tavolino a Roma, Milano o altrove, sarebbe bene che le decisioni fossero note.

 

Potrebbe non accadere niente ai poveri cristi che si dannano l’anima per portare a casa quel che serve per sbarcare il lunario, di sicuro accadrà qualcosa a coloro che vivono nelle stanze dei bottoni.

 

Comunque sia, sarà tuttavia impossibile fare finta di niente ed evitare di occuparsi del Banco di Sicilia perché alla fine del corrente anno scompare l’istituto di credito che lo Statuto speciale della Regione siciliana indica come “la tesoreria della Regione” e non una banca qualsiasi.

 

Bisognerà modificare lo Statuto, cancellare la norma? O impedire che si arrivi all’ultima stazione della parabola negativa del Banco, almeno formalmente?

 

Avendo carattere costituzionale, la norma statutaria può essere modificata solo dal Parlamento nazionale con una procedure laboriosa e che impone tempi lunghi. Si dovrà trovare un escamotage, dunque, a meno che non accada qualcosa di nuovo.

I tempi della fusione sono stretti.

 

Il 15 marzo è prevista una riunione dei consigli di amministrazione di tutte le banche commerciali che fanno parte del Gruppo Unicredit. Nei due giorni successivi, 16 e 17 marzo prossimi, i consigli di amministrazione delle singole banche totalmente partecipate delibereranno lo scioglimento. Fra questi c’è anche il consiglio di amministrazione del Bds, presieduto da Ivan Lo Bello ed altri imprenditori, nominati al vertici dell’istituto di credito in funzione di garanti dell’imprenditoria siciliana.

 

Alla fine di ottobre il processo di scioglimento sarà completato per tutte le banche partecipate con l’eccezione del Banco di Sicilia, per il quale il “coma” verrà prolungato di due mesi perché i patti parasociali stipulati ben venti anni or sono fra Bds e i nuovi padroni, prevedono che lo scioglimento avvenga, appunto, alla fine del 2010. Il logo ed i marchio Bds sopravvivranno per due mesi, poi magari rimarranno a fare bella mostra di sé in qualche agenzia palermitana, giusto per ricordarne la storia.  

 

E’ a questo punto che si porrà il problema statutario perché il Bds è il tesoriere della Regione. O Unicredit non cambia le insegne – mantenendo la facciata – oppure si dovrà mettere mano allo Statuto. Ma nessuno vivrà in ambasce per questo appuntamento con la storia bancaria siciliana né per lo Statuto, il cui rispetto è da tempo un optional. I tempi sono quelli che sono: le regole hanno il valore della carta straccia.

 Ciò che serve oggi è sapere che fine fanno i risparmi siciliani e come vengono impiegati,  quanto costerà il denaro e come verranno trattati gli imprenditori siciliani dalle banche. A pesci in faccia o con i guanti gialli? Con l’intenzione di aiutarli a investire  e fino a che punto?  Quali direttive adotterà la governance di Unicredit in Sicilia? Eserciterà un ruolo di affiancamento ed assistenza delle realtà imprenditoriali isolane o indosserà lo stesso vestito, bene che vada, che adopera in realtà industriali, finanziarie e sociali diverse dalla Sicilia?  Che tipo di banca, insomma, sarà l’Unicredit dopo lo scioglimento di tutte le banche del gruppo e del Bds in particolare?

 

 La Regione non ha più alcuna presenza azionaria. Si è fatta scippare tutto a cominciare dagli anni novanta. Non conta niente, dunque, o quasi. E quando ha bisogno di risorse, le va a cercare all’estero.

 

 Il problema non è il Bds che si scioglie – perché di fatto non esiste da tempo – ma la impossibilità per la Regione siciliana di utilizzare il sistema bancario per stimolare, incoraggiare, sviluppare l’impresa, le innovazioni, la ricerca. Tutto ciò che serve per imprimere una svolta all’economia siciliana.