Ignazio Panzica

Ai vertici dello Stato, tra i Ministri Tremonti e Maroni, guardiani istituzionali dei Comuni italiani, ritorna l’incubo “titoli tossici” sottoscritti, parrebbe, da circa il 70% dei comuni italiani. Un affaire, che secondo una prima ricognizione della speciale task force presso il Ministero dell’economia non avrebbe dovuto superare il “sopportabile” livello di 10 miliardi di euro di “buco”. Ma adesso, invece, dopo un ulteriore mese e mezzo di parziale verifica condotta su 600 Comuni, pare che una prima cifra reale accertata (e quindi non stimata) sia volata ad una quota attorno ai 35 miliardi di euro.
Ma non basta. Sembrerebbe che stia covando a livello nazionale un “caso Catania”. Ossia come la locale Procura della Repubblica, scartabellando tra i quintali di carte sequestrate al Comune avrebbe trovato tracce di operazioni finanziarie non proprio ortodosse. Nulla di gravissimo, di per sé. Ma si tratta di accertamenti (da tradurre in iniziative giudiziarie), che se incrociassero quelli in corso a Roma, sulla vicenda Sindaco Stancanelli–Report, in merito alle procedure che avrebbe richiesto il CIPE per erogare i 140 milioni necessari per salvare il Comune di Catania dal dissesto, potrebbe rendere impossibile il compimento del salvataggio stesso.
Ma andiamo per ordine, sfogliando con metodo il repertorio delle novità.
Intanto, si trova, una prima conferma, indiretta, all’indiscrezione fuoriuscita da fonti ministeriali del Tesoro, un mese e mezzo fa, fornite con il vincolo dell’anonimato, che si erano spinte ad ipotizzare un “buco” effettivo per i Comuni italiani, in miliardi di euro con un dato a tre cifre. Notizia di avvio di questo censimento, “riservato”, del Ministero del Tesoro, su quanto “veleno tossico” fosse entrato in circolo nel circuito finanziario della finanza pubblica delle autonomie locali, che Siciliainformazioni.com aveva già scritto il 3 marzo scorso.
Adesso, però, sembrerebbe che l’apposita “task force” voluta da Tremonti per indagare sulla materia, avrebbe contabilizzato ben 35 miliardi di euro di sofferenze, risultanti nelle casse di appena 600 comuni già censiti, piccoli e grandi, di centrodestra e di centrosinistra, sparsi in 18 regioni d’Italia.
E’ la contabilità dei “titoli tossici”, i prodotti finanziari ad altissimo rischio, che risultano “impaccati” negli ultimi 8 anni dalle banche (italiane e straniere, specie inglesi ed americane) agli enti locali. Un “virus” finanziario devastante, che ha colpito lo stivale dal Nord evoluto e paraleghista – anche il Comune di Milano della manager Moratti – sino al più “terrone” Municipio di Messina. Che, modestamente parlando, è titolare di una tranche di “tossici” nell’ordine di 200 milioni di euro. Rifilati da due banche, di nazionalità mista, la BNL e la DEXIA Crediop. Notizia, allora, diramata da “Milano Finanza” e dal maggior settimanale di cronaca della Sicilia, “Centonove”, che il Comune dello Stretto non ha mai osato smentire.
Va ricordato che questo mega buco inferto alle casse dei comuni italiani è figlio della facoltà, concessa agli enti locali dal 2001 in poi, di poter operare anch’essi sul mercato finanziario. Una scelta legislativa e di politica finanziaria, che lo Stato all’epoca concesse sull’onda scriteriata della ubriacatura liberista. Che, va detto, aveva conquistato sia Tremonti che, per la verità, pure i leaders dell’ex partito dei DS. Così, Comuni anche di poche migliaia di abitanti, con un ragioniere generale che era veramente solo un ragioniere, e con assessori e sindaci con la terza media o al massimo con una laurea in lettere e filosofia, cominciarono a giocare a fare i finanzieri. Come De Benedetti o Cuccia. Parlavano con termini inglesi, di per sé astrusi, ma molto spesso, come si è visto negli ultimi dodici mesi, più che altro dal significato e dal sapore truffaldino.
A rendere note queste ultime notizie, ci ha pensato l’avvocato Angelo Castelli. Una sorta di legale castigamatti della Finanza cattiva. Reso celebre dal suo patrocinio di migliaia di “vittime” nei casi Cirio e Parmalat. Il professionista è stato ingaggiato – udite bene – dal terremotato Comune dell’Aquila, capofila di un pool di altri 5 piccole cittadine, che improvvisamente si sono ritrovati a dover fronteggiare scadenze finanziarie “improprie” e dagli importi “proibitivi”. Il tutto perchè nel 2003 avevano condotto delle operazioni di finanziamento a garanzia, fondate su “titoli” poi rivelatisi tossici. Spesso, costretti dall’esigenza reale di dover, comunque, mandare avanti la loro gestione ordinaria e i loro investimenti infrastrutturali già programmati, in periodi nei quali lo Stato (cosa che va avanti da allora ancora sino ad oggi) ha cavalcato la folle teoria della progressiva riduzione dei trasferimenti finanziari ai comuni, a mezzo tagli percentuali indiscriminati. Senza però, mai attivare, parallelamente, né altro tipo di compensazione economica, né un maggior controllo territoriale sui loro conti e bilanci.
L’avvocato Castelli spiega che gli enti pubblici non sono investitori “sofisticati”, cioè in grado di valutare con esattezza i rischi, e dunque meritevoli di subire eventuali perdite. “Ci sono già decine di sentenze passate in giudicato che hanno già dato ragione a imprese private, che avevano citato le banche in giudizio con l’accusa di aver fomentato ed imposto un errore determinante – ha spiegato il legale – E stiamo parlando di entità economiche organizzate. A maggior ragione questa obiezione vale per i Comuni italiani, in cui l’assessore alle Finanze può essere ad esempio un professore di lettere, giunto a quel posto solo in base ad un designazione politica e fiduciaria del proprio partito, senza perciò avere alcuna particolare competenza”.
Incalza l’avvocato Castelli : “Tutto ciò vale per il diritto civile, ma anche sul piano penale alcune Procure, come quelle di Milano e di Firenze, stanno già indagando sul comportamento anomalo di alcune banche a danno di vari enti pubblici territoriali”.
Confessate, avrete tirato un sospiro di sollievo: stavolta la Sicilia non c’entra? Sbagliato! Eccome se c’entra. Non siamo in grado di riferire del segreto censimento Tremonti per la parte che riguarda i comuni “intossicati” in Sicilia. Ma possiamo anticiparvi una indiscrezione “pesante” sul Comune di Catania. L’unica grande città siciliana dove truffare la pubblica amministrazione è materia di rilevanza penale.

Pare che dalla montagne di carte comunali sequestrate nei mesi passati, compresa la vicenda di quelle riservate e ultrasegrete “dell’Ufficio Poteri Speciali” (quello gestito in esclusiva da Scapagnini, sul quale i funzionari comunali non potevano neanche mettere mano), siano emerse delle clamorose novità che riguarderebbero proprio l’affaire “titoli tossici”. Una smentita indiretta, perciò, alle reiterate dichiarazioni dei vertici comunali di Catania, vecchi e nuovi, che hanno sempre riferito che Palazzo degli Elefanti si fosse a suo tempo sbilanciato solo per circa mezzo milione di euro; per giunta guadagnandoci pure. Dalle indiscrezioni che cominciano a filtrare – e che stanno facendo imbestialire i ministri Tremonti e Maroni, già messi a dura prova dal passo falso del sindaco Stancanelli con Report (“Ho riempito un pezzo di carta per giustificare l’arrivo dei 140 milioni di regalia di Berlusconi”, ndr) – parrebbe che gli importi dei “titoli tossici impaccati” al Comune di Catania, siano di gran lunga superiori a quelli dichiarati in bilancio. Quanti, chiediamo? Assai, ci si risponde, riservatamente. Una cifra probabilmente nell’ordine di qualche decina di milioni di euro; certamente superiore ai dichiarati 500mila euro. La materia rimane oscurata, perchè non si può sapere nulla di più preciso visto lo stretto riserbo che copre le indagini giudiziarie in corso. Anche se, si fa notare, il 31 maggio prossimo i ragionieri ed i politici catanesi, in sede di bilancio, qualcosa dovranno raccontarla.
La materia è delicata, perché sembra che, se dovessero partire dei nuovi provvedimenti giudiziari della Procura di Catania su questi fatti nuovi, rischierebbero di velocizzare e/o di incrociare similari iniziative che bollono nel pentolone della Procura di Roma. Alle prese di un indagine, affidata alla Guardia di Finanza, per capire cosa avesse realmente voluto dire Stancanelli a Report, parlando dei dirigenti del CIPE, che provavano a costruire “in modo originale” un procedimento amministrativo di legittimità per giustificare la regalia dei 140 milioni di euro a Catania. Il rischio, si fa notare, sarebbe quello di bloccare definitivamente la manovra per evitare il dissesto ufficiale del Comune catanese. Un disastro civile ma anche politico. E in molti, a Roma, si stanno dando da fare per evitarlo ai catanesi e, probabilmente, anche a se stessi.