Giuseppe Di Bella

(di Leonardo Di Bella)  Don Angelo Finocchiaro, meglio conosciuto come “Don Angilu u putiaru”, era il gestore di un esercizio “misto” osteria e rivendita di generi alimentari nella Frazione Peri del Comune di Giarre, mio luogo natio.

 

Noi la chiamavamo semplicemente a “putia” con un termine dialettale che viene dal greco “apotheke” ovvero negozio, bottega. In alto, sulla porta, un’insegna di legno recitava: “Si vende vino e si fa da mangiare”: dicitura riduttiva perché nella bottega di Don Angilu, si facevano molte altre cose.

 

In realtà questa bettola, associata a rivendita di generi alimentari, era un centro di aggregazione sociale, un luogo promiscuo dove si incontrava la “varia umanità” che popolava la Sicilia degli anni trenta del Novecento, ancora totalmente rurale,  economicamente e socialmente non troppo dissimile da quella ottocentesca.

La giornata era modulata in quattro tempi diversi e direi in quattro attività complementari.

 

Trattandosi di una bettola, posta sulla via Nazionale che collega Catania a Messina transitando all’interno del Comune di Giarre, ovvero di una strada molto interessata dal traffico “commerciale” … dei carretti,  gli avventori erano, nei miei primi ricordi, per lo più carrettieri. Poi man mano che questi andarono scomparendo, vennero sostituiti dai camionisti.

 

La mattinata passava con la vendita di generi vari come il pane, la pasta, i cereali, la crusca e il granoturco alle massaie del vicinato. Ricordo che, ancora piccolissimo, avevo tre o quattro anni, talvolta quando mia nonna andava a fare la spesa mi portava con lei e Don Angelo mi prendeva in giro, allora mia nonna mi suggeriva le parole di risposta: “diccillu: Don Angilu, tantu è u circu da luna” e mi aveva insegnato ad accompagnare queste parole formando cerchio con l’indice e il pollice delle due mani per fargli capire che era un rompiscatole.

 

Una storia che a Don Angelo piaceva sentirmi raccontare, era quella di quando avevo visto una ragazza che faceva i propri bisogni in un vigneto: a quei tempi le abitazioni fornite di bagno erano poche e si andava nella vicina campagna per espletare queste incombenze. L’avevo vista di spalle, forse mentre si puliva alla meno peggio con qualche foglia di vite (la carta igienica era di la da venire) e raccontavo che la signorina Maridda aveva “i capelli nel sedere”. Questo fatto raccontato con l’innocenza di un bambino, lo divertiva moltissimo.

 

Qualche anno più tardi, ai bei tempi quando ancora “Berta non filava” o filava poco e male, per racimolare qualche lira, si ricorreva ad ogni mezzo a costo di … provocare le irate reazioni della parentela, specie quella femminile.

 

Quando avevo circa dieci anni (1938), per racimolare qualche lira e comprarmi ‘nta putia di Donnangilu le castagne al forno oppure “i passuluni”, fichi essiccati interi, ricorrevo a tutti gli espedienti.

 

Il primo, quello diciamo normale, era chiedere il denaro (due soldi o se vi pare dieci centesimi) a mia madre, che però, non sempre era disponibile ad esaudire le mie richieste. E in quel caso, ero costretto a ricorrere ad altri artifici.

 

A quei tempi, siamo negli anni 30’ del Novecento, era ancora ben lungi da venire il benessere cui siamo abituati oggi. Ricordo, come fosse ora, che una o due volte a settimana passava un vecchietto, male in arnese, che chiedeva l’elemosina e la  buon’anima di mia madre gli dava un tozzo di pane, spesso anche duro, perché allora il pane quasi tutti lo facevano in casa: in genere una fornata, ovvero 9 o 10 chilogrammi, durava una settimana o anche di più e arrivava dunque a diventare molto duro. Il poverello appena aveva tra le mani quel tozzo di pane cominciava subito a sgranocchiarlo. Tanta era la fame e tanto meritoria era allora l’elemosina, perché fatta da chi aveva poco a chi non aveva nulla.

 

A proposito di pane duro, ricordo che in casa mia, come in tutte le famiglie di estrazione popolare, il pane non si buttava via mai, neanche quando era diventato talmente duro da non potersi masticare.

 

Mia madre, come tutte le buone madri di famiglia, quando nel cassetto del pane si raccoglievano molti “nozzula” ovvero pezzetti residui di pane duro, faceva il “pane cotto”. La ricetta era semplice come la vita di tutti i giorni: si soffriggeva in poco olio uno spicchio d’aglio tagliato a pezzetti, si univa il pomodoro e l’acqua, sale e pochissimo pepe e quando c’erano, uno o più uova. A cottura quasi ultimata si aggiungeva il pane che in questo modo si ammorbidiva e si insaporiva. Tante erano le varianti di questa semplice ricetta della povertà, come quella di cuocere il tutto e versare il preparato sul pane duro già predisposto nel piatto, ma anche molte altre ancora.

 

Tutto questo oggi potrà sembrare inverosimile e lontano dai nostri giorni e dai nostri modi di vivere e di “consumare” la vita. Ma ancora negli anni 50’ del Novecento in Sicilia si viveva così ed il proletariato, la gente comune, l’umanità nel suo significato più vero,  rubava i giorni al tempo, ingannando la fame e la miseria.

 

Ma torniamo al mio “smodato” desiderio di fichi secchi e castagne: come procurarmi qualche soldo per comprarli?

Avevo notato che vi erano in giro dei rigattieri che si dedicavano alla raccolta e all’acquisto di rottami metallici: ferro, rame, zinco, alluminio, piombo, ma anche vecchi e laceri indumenti di lana dismessi perché ormai ridotti ai minimi termini.

 

A Giarre nessuno si dedicava a questo tipo di attività. Quelli che giravano per le nostre strade erano tutti “Iacitani”, cioè provenienti da Acireale, che per venire a cercare il materiale suddetto nel nostro comune, dovevano percorrere 12 Km: qualcuno più fortunato con una vecchia bicicletta, ma in linea di massima giravano tutti a piedi con un sacco sulle spalle, “vanniando” (“Vanniari o abbanniari” in siciliano: gettar bando, annunciare a gran voce) gli oggetti che erano disposti ad acquistare.

 

Scoperta questa possibilità, mi misi subito alla ricerca di rottami di metallo e in un primo momento, non essendo mai stato sfruttato questo filone nella mia zona, di materiale ne trovai abbastanza e tante furono le castagne e i fichisecchi che riuscii a divorare.

 

Ma naturalmente ad un certo punto il materiale cominciò a scarseggiare, sino al completo esaurimento.

Che fare? Mi guardai intorno e notai che mia madre e mia sorella avevano messo a dimora fiori e piante dentro vecchie pentole di alluminio e qualcuna anche di rame. A quei tempi infatti era difficile che qualcuno, specie negli strati più popolari, acquistasse vasi di terracotta. Detto e fatto, svuotai le pentole e corsi nella putia di Don Angilu ad investire il ricavato in castagne e fichisecchi.

 

Grande fu l’ira di mia madre e soprattutto di mia sorella, per lo scempio di piante e fiori, tanto che per tutto il giorno prudentemente mi tenni lontano da casa: non ricordo come sia finita la vicenda e quali marosi abbia dovuto affrontare, ma alla fine come sempre accade, mia madre mi perdonò, così come face tante altre volte a fronte delle mie più o meno gravi marachelle.

 

 

Per la cronaca, nel dopoguerra qualche rigattiere o meglio “ferrivecchiu” comparve pure a Giarre.

A proposito di riciclaggio di materiali, anche se oggi può sembrare inverosimile, ricordo bene che durante l’ultima guerra e ancora nell’immediato dopoguerra, in Sicilia non si trovavano bicchieri. Così per ovviare alla carenza si ricorse al taglio della parte inferiore di bottiglie di vetro, ricavandone “bicchieri” dall’approssimativa capienza di un quarto di litro: il bordo tagliante veniva adeguatamente limato e arrotondato. Non erano molto eleganti,  ma i tempi erano questi e l’eleganza non si mette a tavola! Ricordo che anche nella bottega di Don Angelo si utilizzarono questi “bicchieri”.  (Continua)

 

(Nella foto l’ultimo carretto di Giarre condotto da Giuseppe Mavilia nel 1985)