Domenico Giardina

Dopo la morte di Filippo Raciti, nessuno aveva mai provato a raccontare la violenza negli stadi. Lo fa ora Luca Galliano, ventottenne finanziere a Manfredonia (Fg), siciliano d’origine, già autore di significativi saggi pedagogici (come “Dal piccolo principe ad Harry Potter”, adottato nelle scuole, e “Come far diventare i piccoli di oggi grandi domani”, dedicato alle nuove generazioni di genitori), con un romanzo, “Io e mio fratello” (Edizioni il Castello, Foggia) che racconta il mondo degli stadi di calcio, in cui l’ombra mafiosa fa sentire la sua pesante e insensibile mano con rabbia e violenta determinazione, dove il confine tra realtà e invenzione diventa indistinguibile.

 

«E’ certamente un’opera ispirata alla morte dell’Ispettore Filippo Raciti, anche se completamente inventata e romanzata. Ma è anche un dono a tutte le vittime della violenza dentro e fuori dagli stadi di calcio. Trovandomi in Sicilia posso citare un esempio su tutti che è quello di Tonino Currò.», dice Galliano durante la presentazione che si è tenuta lunedì 20 aprile a Messina presso il Salone degli Specchi della Provincia.

 

Protagonisti del romanzo due fratelli (Salvatore, il più grande, ispettore di Polizia trasferito dalla Sicilia a Foggia; e Rosario, il più piccolo, deviato dopo la morte del padre dalla malavita attraverso i gruppi ultras a servizio della mafia), le cui vite scorrono in vicende parallele dai destini incrociati, lungo un’appassionante storia d’amore, che servirà a Salvo per “redimere” il fratello minore. Il racconto, ambientato quasi esclusivamente nella Catania dei nostri giorni, con paesaggi reali come sfondo, usa un linguaggio immediato e giovane, proprio perché il target a cui si rivolge è quello dei giovani lettori. «Ho scelto una forma semplice, lineare, tipica e familiare ai giovani, priva della forma precettistica e moraleggiante; le parole, i sentimenti e le esperienze dei personaggi e il processo di maturazione interiore che coinvolge il protagonista adolescente, mediato da esperienze avventurose, servono a svelare il progetto educativo del testo», spiega Galliano.