Francesco M. Scorsone

È in corso fino al 30 ottobre 2011, la mostra presso il Museo Riso, Corso Vittorio Emanuele 365 a Palermo dal titolo: “Sotto quale cielo?”. La mostra raccoglie le sensazioni di cinque autori invitati a risiedere in Sicilia e precisamente a: Enna, Termini Imerese, Capo D’Orlando e Ficarra in modo da assorbire dalle comunità locali tutto ciò che avrebbe dovuto permettergli una integrazione, quasi fisica, al punto da sviluppare delle ipotesi “costruttive” di paesaggio.

 

Un lavoro che ha tenuto impegnati gli autori per parecchio tempo (circa un anno) e che ha prodotto infine ciò che si può “ammirare” a Palazzo Riso in questi giorni. Non voglio creare facili illusioni ma nei piani in cui è allestita la mostra, non troverete paesaggi, però si trova ciò che costituisce il paesaggio dei luoghi prima richiamati, secondo gli autori. Le forbite elucubrazioni del curatore della mostra, Daniela Bigi, servono solo a spiegare una mostra che non va vista, poiché se è vista, la considerazione che se ne riceve è quella di estremo disagio. Sotto i nostri occhi “sfilano”: delle casse per spedire materiali, delle persiane da avviare alla pubblica discarica, dei rottami di una barca recuperati sulla banchina del porticciolo di San Gregorio etc.

 

L’artista Hans Schabus nel corso del suo soggiorno orlandino ci ha dato una lezione oserei dire senza precedenti del mondo che lo ha ispirato: dei rottami di una barca (che manco sono del mezzo di poveracci che hanno affrontato il mare nel tentativo di una vita migliore. Sono dei rottami e basta, senza pretesa e soprattutto senza storia), un lampione di illuminazione stradale, una scopa da stradino con infilzato un limone appoggiato a una serie di casse da imballaggio, titolo dell’assemblaggio: “Guardia” 2010, e infine “Un monumento ai disoccupati”. Fin dal primo giorno del suo arrivo nella nuova residenza siciliana, Schabus lavora all’ipotesi di fondere due quotidiani siciliani per formare una nuove e unica testata giornalistica: “Il Giornale del Sud”. Sono questi i momenti esaltanti dell’opera creativa di questo artista austriaco. Forse era meglio che non accettasse questo prestigioso incarico siciliano. Personalmente ne avrei fatto a meno. Mi chiedo spesso che fine faranno queste opere d’arte.

 

Le sale dei due piani (senza ascensore e con una serie di barriere architettoniche da far desistere chiunque, anche se non disabile, a visitare un luogo così impervio), sono di un desolante unico. Contrariamente a quanto sostiene Daniela Bigi (curatrice di quest’accozzaglia di rifiuti portata a gran fatica a Palazzo Riso), non ci è sembrato particolarmente poetico l’assemblaggio di una tonnellata e mezza di persiane di Flavio Favelli, posta al centro di una delle sale (chissà se avranno fatto le prove di carico del pavimento) è poco rassicurante.

 

L’unico chiarore arriva in questa babilonia di “opere d’arte” dalla istallazione di Massimo Bartolini “La strada di sotto”, un lavoro prodotto nel 2011 che, sarà per il cognome, Bartolini (notissimo incisore e pittore del novecento) che porta l’artista, sarà perché in qualche modo contaminato positivamente dalla collaborazione di Mauro Cappotto, sta di fatto che l’installazione in questione, una videoproiezione + luminarie e un mixer di luci, risulta l’unica cosa possibile artisticamente perché riprende il lavoro di abili e sapienti artigiani che da sempre si occupano di luminarie. Va aggiunto che l’opera risulta accattivante e in qualche modo ipnotizzante. Davvero complimenti.

 

Procediamo nel silenzio più assordante, del museo (è sabato pomeriggio e la strada brulica di turisti, che come formiche impazzite vanno su e giù per il corso, nessuno guarda quei brandelli telati, pendenti dai balconi del Museo imploranti all’ingresso. Siamo soli, accompagnato dal mio solito amico Vittorio, scattiamo una foto ad una delle tante opere. Un solerte guardiano che ci segue come un’ombra ci redarguisce dicendoci che è vietato fare fotografie. Lo accontentiamo senza fare storie, quello che vediamo è talmente eloquente che non merita considerazioni. È una giornata particolarmente calda e afosa che mi verrebbe voglia di scappare, mi sembra tutto senza senso e privo di ogni relazione con l’arte. L’inutilità degli oggetti che sto vedendo è aberrante.

 

Scendiamo a piano terra, Vittorio (solito distratto) incurante delle pedane nere poste armonicamente a terra pensa vi si possa salire sopra. Ci prova, per fortuna riesco a dissuaderlo (prima che arrivi il guardiano) informandolo che avrebbe calpestato l’opera di Flavio Favelli e ridendo mi dice si come l’1X2 e girandosi mi indica la scritta luminosa “Alfasud” ci scommetto che anche queste insegne sono delle opere d’arte. Come fa il prof. Bellavista nel celebre film “Così parlò Bellavista” parlando con il vice sostituto portiere Salvatore e l’amico Saverio, lo informo mestamente che è come dice lui. E lui: che ha fatto della pittura del paesaggio napoletano l’ultima spiaggia della pittura paesaggistica, mi dice: “abbiamo speso dei soldi della collettività per oggetti da raccolta differenziata, quando non speciale, perché inquinanti.

 

Ma si può essere così ciechi da non vedere che ciò che ci aspetta è l’azzeramento di ogni possibile forma d’arte?” Non rispondo ma penso che continuando di questo passo, anziché statue, quadri, maioliche, ori e argenti, quando faranno gli scavi delle attuali città che nel frattempo saranno scomparse sotto terremoti devastanti, troveremo la segatura di legni e se ci va bene anche “Il carrello con altoparlanti, microfono, batteria di automobile, amplificatore e riflettori” di Zafos Xagoraris, e forse anche “NUI SIMU” una sorta di ponte tra nebbie irrespirabili di Marinella Senatore.

 

L’idea di un paesaggio sì concepito non rende minimamente merito in nessun senso alla Sicilia al popolo siciliano e a quegli artisti tra cui Houel e Goethe, che hanno costituito ed hanno individuato nel paesaggio il complesso di tutte le fattezze sensibili di una località. Ciò sicuramente non credo che era nelle intenzioni del curatore di questa mostra.

 

Ad ogni buon conto chi vuol vedere la mostra sappia che è aperta da martedì a domenica dalle 10 alle 20 giovedì e venerdì dalle 10 alle 22. Chiuso lunedì. Museo Riso Corso Vittorio Emanuele n. 365, Palermo.