Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Leonardo Di Bella che ci riporta indietro in una Sicilia oggi incredibile. Povertà materiale e ricchezza di spirito, fame di pane e fame di vita si intrecciano in un piccolo mondo rurale, popolato dalla più varia umanità che l’autore affresca a tinte vivide rendendola immortale pur senza volto.
Una folla di caratteristici personaggi “in cerca di autore” si accalca sul palcoscenico della vita: protagonisti di piccole storie, che vagano nel tempo, che attendono di essere raccontate per rivivere.
La bottega è un teatro, crocevia del quotidiano e dei rapporti sociali: aggrega attorno all’uomo, al cibo e al vino, in un spazio materiale ed ideale che tutto comprende. A putia è il vaso di Pandora dei poveri, è
Questa era l’Italia prima del boom industriale e questi erano gli italiani, uniti dalla povertà, dalla sagacia, dalla voglia di vivere, lavorare e costruire un futuro migliore.
(di Leonardo Di Bella) Ritorniamo alla bottega di Don Angilu, (l’esatta pronuncia dialettale è donnAncilu), verso mezzogiorno, iniziava il secondo tempo con i numerosi avventori che facevano tappa per il pranzo.
Il menù? Semplice: Fagioli o ceci “a bagna pane” ovvero a minestra, per secondo baccalà fritto, cotolette, polpo bollito, o “zuzu” (gelatina di carne di bassa macelleria), e qualche volta anche stufato di “tarchia” (mascella) di vitello. Chi preferiva un piatto di pasta o una bistecca doveva aspettare. Pochi quelli che aspettavano e ancora meno quelli che prendevano il secondo.
In genere al posto del secondo piatto, optavano per un più economico “quartu di chilu di nuci”: Donn’Angelo, dopo averle attentamente pesate in un bilancione, le schiacciava col peso da mezzo chilo e le deponeva su un mezzo foglio di carta paglia portandole a tavola con tutte le bucce; il cliente selezionava man mano i gherigli accompagnandoli col pane.
Nel citato bilancione, vera anima e giudice non imparziale del commercio, erano appese una sequela di immaginette sacre e anche un cornetto rosso “Fora malocchiu”, contro il malocchio, il tutto scrupolosamente sistemato da donna Rusina (Moglie di Don Angilu) sul lato della bilancia … a lei favorevole. E così il sacro pesava sempre più del profano, ma a discapito degli avventori che invero non protestavano per questa “furbizia” foderata di santità.
Il piatto in cui Don Angelo era specializzato era lo stoccafisso alla messinese, una portata che fungeva da primo e da secondo. Era talmente squisito che non di rado, racconta l’amico Prof. Salvatore Cavallaro, anche i vicini lo compravano per consumarlo in casa, fatto alquanto raro in quell’economia di sussistenza.
Verso le 14,00, con il pranzo dei carrettieri, finiva questo secondo tempo e si sbarazzavano in fretta i tavoli, e così anche Don Angilu ed i suoi familiari, potevano mettere “i piedi sotto il tavolo”. Finito il pranzo e sistemata la cucina si andava a riposare per qualche ora, prima di cominciare la fase pomeridiana.
Nel pomeriggio il “terzo tempo” aveva inizio con un altro tipo di attività, il gioco delle carte: tressette, scopa, briscola. Si giocava con la formula del “Patruni e Sutta” e la posta in gioco era, quasi sempre, il vino da consumare.
In realtà si trattava di un duplice gioco. Si stabiliva preliminarmente tirando a sorte con le carte chi fosse il “Padrone” e chi il “Sottopadrone” del vino che si metteva in gioco e che sarebbe stato pagato dalla coppia dei giocatori che avrebbe perso la partita. Quando si era in quattro, Padrone e Sotto erano di diritto compagni nel gioco.
Parecchi erano gli artigiani che smesso di lavorare imboccavano “a strata di Pira pi ni Don Angilu du
In genere il primo avventore pomeridiano era “Don Tumasi u tincituri” ovvero Don Tommaso, tintore di lane, con bottega appunto in Via Tintori, oggi via Leopardi. Era un uomo gigantesco e diceva che per lui il vino non era che “acqua tinciuta”, acqua colorata, intendendo che poteva berne a volontà, senza che ciò gli procurasse alcun effetto indesiderato.
Quando Don Tumasi arrivava, Don Angelo si stava ancora riposando dalla fatiche mattutine. Ma a Don Tommaso questo non interessava proprio. Entrava, si sedeva al tavolo centrale e sferrava un tremendo pugno su questo producendo un gran fracasso e per farsi beffa di Don Angilu gridava: “Ahu, non faciti scrusciu co putiaru sta dummennu!” (non fate rumore che il bottegaio sta dormendo). Al che il povero oste, svegliato così bruscamente, era costretto non solo a presentarsi all’irruento avventore, ma anche a fargli da compagno per qualche partita a carte, in attesa che arrivassero altri clienti. A questo punto “u putiaru” poteva ritenersi libero. Ma intanto doveva cominciare a servire il vino per il primo “patruni e sutta”. Infatti per il primo giro, fatte le carte per vedere chi fosse il padrone e chi il Sotto, essendo ancora tutti “all’asciutto”, si beveva prima di giocare la partita, anziché dopo, come di regola.
Altri avventori abituali erano: “Don Cicciu u uttaru” ovvero il bottaio: un artigiano costruttore di botti per i commercianti di vino ripostesi e compare di don Angelo per avergli cresimato il figlio, Lucio; “Ninu u custureri” e “Sarittu u custureri”, sarti (il siciliano “custureri” viene dal francese “couturier” ovvero sarto, cucitore); “Mazziotti”, (di Questi ricordo solo il cognome e non ho mai saputo che mestiere facesse); “Puddu u quadararu”, costruttore di recipienti in rame; “Giuvanninu u latru”, ebanista (e direi famoso per non eccessiva onestà); ”Vicenzu Coppula”, fonditore di boccole per ruote di carretti; “Don Cicciu Scorcia” e il fratello Pippinu, ambedue siddunari, (costruttori e riparatori di selle per cavalcature); “Don Antuninu u porcu”, tornitore col pallino di mostrarsi un intellettuale, nonostante l’indecoroso soprannome; “Isidoro Fresta” inteso “miccio rosso”, gestore di una segheria e suo fratello di cui non ricordo il nome; ”Turi Mantaleddu”, pensionato della guerra 1915/18; “Turi Spezi”, carrettiere; “Ninu u pusteri”, portalettere, che restava quasi sempre all’asciutto perchè bevendo produceva, artatamente a mo’ di scherno, un particolare rumore di risucchio che non piaceva a nessuno. Quando capitava a lui di essere “padrone” del vino, pochi erano quelli che potevano vantarsi di avere bevuto un sorso, perchè per vendicarsi delle tante volte in cui lo lasciavano a gola asciutta, beveva tutto il vino in palio, a costo di ubriacarsi.
Li ho citati con i loro soprannomi perché a quei tempi, nei piccoli Centri, per identificare esattamente una persona era più sicuro utilizzare “U nciuriu”, ovvero il soprannome, più o meno benevolo, con cui era conosciuto in Paese. Spesso di qualche persona si conosceva solo u nciuriu e non il cognome!
I “nciuri” non erano infatti tutti benevoli o neutri: ve ne erano di maliziosi oppure di veramente offensivi, come abbiamo visto sopra citando “u porcu” e “u latru”, cui possiamo aggiungere “Affijnu u nzunzatu” ovvero “Alfio lo sporcaccione”.
Vi erano tanti altri avventori che ricordo fisicamente ma dei quali non ricordo i nomi. Tra tutti questi, ne ricordo due che in modi diversi cercavano di barare al gioco, uno era il fratello di Isodoro Fresta che veniva di rado, ma le poche volte che arrivava lui la rissa era assicurata, e Vincenzo Coppola che quando perdeva, dichiarava dei punti in più, provocando infinite discussioni. Tanto che poi, ad un certo punto, la comitiva cercava di evitarlo.
Le regole del “padrone e sotto” prevedevano che se i giocatori fossero stati quattro, Padrone e Sotto risultassero compagni nel gioco, a prescindere poi dal fatto che fossero amici anche nel bere. In presenza di cinque giocatori, il padrone era “franco”, cioè non giocava ma comandava il vino, i quattro giocatori, sempre a sorte, con la carte, stabilivano i compagni nel gioco. In caso di partite con sei giocatori, rimanevano “franchi” sia il Padrone che il Sotto; in presenza di sette partecipanti, rimanevano franchi dal gioco in tre, perché quelli che giocavano erano sempre quattro. In questo ultimo caso vi era il Padrone, il Sotto e “u Secunnu megghiu”.
Nel Padrone e Sotto vi erano delle precise regole da rispettare e chi sbagliava doveva di nuovo pagare la quantità di vino messo in gioco e si ricominciava daccapo. Il padrone aveva facoltà di bere anche tutto il vino, salvo l’obbligo di lasciare “a sustanza” per il Sotto che consisteva nel mettere in un bicchiere “vergine”, tanto di vino quanto bastava a coprire una moneta da un soldo. Oppure al Sotto si poteva offrire “a sustanza” nella fossetta che si forma sul dorso della mano, stendendola, tra il pollice e l’indice. Ciò accadeva quando il Padrone ed il Sotto non erano concordi e quindi il Padrone scherniva in tal modo il suo Sotto. In questo caso la sostanza veniva sdegnosamente rifiutata dal Sotto.
Quando padrone e sotto erano d’accordo, tutto filava liscio, a volte, specie “a prima sete”, e quando il vino era mezzo litro, Padrone e Sotto si riempivano i bicchieri, (che erano di un quarto di litro), e li tracannavano, lasciando a bocca asciutta tutto il resto della comitiva, che già cominciava a meditare alcoliche vendette, sperando che nella successiva partita il Padrone o il Sotto fossero loro o qualche amico. Speranze spesso vane, perchè come suol dirsi dalle nostre parti, le carte sono “quaranta bestii ca caminunu a panza sutta” ovvero quaranta animali che strisciano senza guardare nessuno in faccia e senza regole statistiche.
Ma specie quando si era in sette e il vino era un litro, si doveva scendere a compromessi con gli avversari. Il padrone, come prima detto, poteva bere anche tutto il vino. Ma doveva avere il permesso del sotto per poterlo “uscire”, ovvero offrirlo a qualcuno della partita. In questo caso si rivolgeva al Sotto con la formula d’obbligo: “d’accordu sta vippita ppi Affiu Raitanu” ovvero “Sei d’accordo per offrire questa bevuta ad Alfio Reitano?” Se il padrone dimenticava di mettere la parola regolamentare “d’accordu”, la “bevuta”, diventava automaticamente di proprietà del Sotto, che la reclamava e poteva disporne a suo piacimento. Ma diciamo che la dimenticanza era un caso raro e che alle varie richieste del padrone corrispondeva la risposta del sotto che incalzava “d’accordu si mi ni duni nautru tanto a mia, libiru”, ovvero sono d’accordo se me ne dai altrettanto libero di berlo o di offrirlo.
Accadeva talvolta che il Sotto, facesse il furbo e alla domanda del padrone che offriva la bibita ad uno della compagnia, rispondeva: “ppi mmia va beni”. Cosicchè a volte il padrone cadeva nel trabocchetto tesogli dal Sotto; Infatti, “Il pi mia va bene” non significava non avere obiezioni, bensì “va bene per me” ovvero lo bevo io. A questo punto il padrone, caduto nella trappola del sotto, doveva cedere “la vippita” a questo che ne disponeva a suo piacimento.
Il gioco, proprio per le sue formule basate sul divertente inganno da taverna e a causa degli effetti del vino, spesso trascendeva ed il primo effetto era quello della formazione di gruppi fortemente ostili tra di loro. Quando al Padrone capitava un Sotto avversario e non voleva correre il rischio di far bere gli amici di Questi, a volte per legittimare meglio le sue decisioni, usava la formula risolutiva “u patruni è patruni e u sutta si fa cchiù sutta”. In questo caso il Padrone doveva bere tutto il vino in gioco che non era mai meno di mezzo litro. In caso contrario, ovvero se non se la sentiva di bere tutto, doveva cedere ai desiderata del sotto. Ma se beveva tutto una prima volta, difficilmente poteva farlo una seconda, se avesse avuto la sfortuna di uscire padrone nel giro successivo con un sotto avversario. Non di rado, però, succedeva anche questo: uscire padrone due o più volte di seguito e se il sotto era del club avversario, era costretto suo malgrado a cedere alle richieste di questo e fare bere anche chi non avrebbe voluto.
A volte si formava qualche combriccola nella quale non vi erano ruggini e allora chi più e chi meno, bevevano tutti. E se qualcuno restava all’asciutto, “urmu” in gergo, era solo per fare uno scherzo. Avrebbe senz’altro bevuto al prossimo giro.
Erano tanti gli avventori pomeridiani nella bottega di Don Angelo e in modo particolare il sabato e la domenica, quando in fretta si riempivano prima i tre tavoli del salone d’ingresso e poi il tavolo della stanzetta, separato da due credenzoni da esposizione, dove pranzava Donn’Angelo con la sua famiglia. Infine si usciva fuori nel cortile, dove c’erano altri tre o quattro tavoli. Qui c’era anche una vasca dove Donn’Angilu teneva a bagno “u piscistoccu” (stoccafisso per i continentali) e dove l’acqua non veniva cambiata … ogni giorno. E chi conosce la questione capisce bene quale profumo, specie d’estate, emanasse da questa vasca.
Ancora nel 1946, nelle zone periferiche di Giarre non c’era acquedotto comunale e nel quartiere, per gli usi estivi, avevamo tutti le cisterne che si riempivano, in inverno, con l’acqua piovana.
Era questa l’acqua di cui disponeva Don Angelo. In più, essendo la bottega situata sul lato alto della strada, poteva riempire la cisterna con l’acqua di irrigazione fornita dalla Ditta dei Fratelli Di Mauro, intesi comunemente come “I Mauri”: trattandosi di due fratelli si passava al plurale, come per i celebri fratelli “Caponi” del film di Totò.
Una prima fontanella situata vicino casa mia, esattamente all’altezza dell’attuale civico 24/A di via Don Luigi Sturzo, allora via Nazionale, venne costruita verso il 1948, dietro mio interessamento e con l’appoggio del compianto dott. Rosario Pennisi, dall’amministrazione socialista. Alcuni anni più tardi l’acqua arrivò anche nelle abitazioni.
Comunque, a quell’epoca la gente non andava tanto per il sottile e pur di giocare a carte sopportava anche la puzza.
Oltre uno scalone di circa un metro, al di sopra di detto cortile, vi era un pezzo di terreno di circa cento metri quadri, dove all’occorrenza si allestivano altri tavoli: qui la puzza dello stoccafisso non arrivava, ma in compenso vi era il fetore da girone infernale “du zimmu”, (porcile) dove Don Angelo allevava uno o due maiali. Ma non finiva qui.
