Terza ed ultima parte del racconto di Leonardo Di Bella tessuto col filo di ricordi lontani e indelebili, attraversato da una malinconia tenue che ha radici profonde, che scolpisce un mondo perduto, scavando nell’umanità legnosa dei suoi personaggi.

Nella “putia di Don Angilu”, tra povertà e desiderio, si materializza l’umanità delle macchie impressioniste del ballo al Moulin de la galette che si trasforma nella folla ondeggiante dei quadri futuristi. Un fremito colorato attraversa un popolo che vive del suo stesso movimento eccentrico e perpetuo verso la luce del domani, mentre consuma il presente tra un bicchiere di vino ed un giro di valzer.

Il Novecento esplode nelle immagini sfuggenti di Boccioni e Balla che scompongono e riaggregano e rigenerano figure, luci e sentimenti. Il futuro è in agguato pronto a ghermire i fantasmi: il modernismo disperderà nel vento i resti dell’Ottocento e del romanticismo.

La bottega è superata dagli eventi ed irrompe un nuovo inizio in una Sicilia materica e surreale, proiettata nel futuro eppure rinchiusa in un cerchio danzante che imprigiona tutto e annulla il tempo. Ed è sempre domani.

 

 

(di Leonardo Di Bella) Nelle serate di piena estate, quando la folla degli avventori arrivava al massimo, si faceva ricorso ai circa 100 metri della terrazza dove si approntavano altri tavoli. A questo punto la confusione era indescrivibile: la domanda continua di litri e mezzi litri metteva in confusione Don Angelo che oltre a soddisfare le continue richieste, doveva ricordare quanto vino aveva servito ad un tavolo e quanto ad un altro, (verosimilmente prendeva degli appunti). Ma quella che non stava dentro il vestito per paura che qualche mezzo litro sfuggisse al suo controllo, era la moglie di Don Angilu, detta “Donna Rusina a putiara” (La bottegaia).

 

Essendo stata Donna Rusina emigrata assieme al marito negli Stati Uniti, aveva imparato l’inglese, ed in questa lingua gli si rivolgeva quando non voleva fare capire ai presenti quello che diceva. Capitava a volte che qualcuno l’inglese lo capisse ed allora collezionava delle ben magre figure.

 

Ricordo che qualche volta l’inglese lo usò anche “contro” di me. Ancora bambino, andavo alla bottega a comprare la crusca per le galline o qualche chilo di pasta, che allora si vendeva sfusa, tenuta dentro i cassettoni di due credenzoni, da considerare, col senno di poi, vere stanze da pranzo per scarafaggi ed altri ospiti indesiderati. Ma allora le cose andavano così e nessuno ci faceva caso.

 

Don Angelo era un uomo buono e generoso e qualche volta “m’accurdava”, come si usava dire allora, mi faceva dei piccoli regali ovvero “mi faceva contento”: due fichisecchi, due castagne, qualche noce. Era in queste occasioni che Donna Rosina usava l’inglese anche nei miei confronti, io non capivo cosa dicesse, ma intuivo il significato: rimproverava il marito per la sua generosità. Ma ad onore di Don Angelo, debbo dire che dei rimproveri della moglie, almeno nei miei confronti, non ne tenne mai conto.

 

Alle ore 20, ma a volte anche un po’ più tardi, si smetteva: tutti a casa. Cosi che Don Angelo, dopo avere sbarazzato i tavoli e messo un po’ d’ordine, si concedeva una meritata cena.

Gli anni passarono, venne la guerra, e quando questa finì avevo quasi sedici anni e quindi non più l’obbligo di rincasare per cena e non uscire più.

 

Dopo cena, nella “putia” di Don Angelo aveva inizio il quarto tempo: anche questo dedicato ad altri “patruni e sutta” tra amici e vicini di casa. Oltre Don Angelo e suo figlio Lucio, eravamo spesso presenti io, mio zio Alfio Caruso, coltivatore diretto, inteso “mussu pulitu” labbra pulite, per la sua espressione di perenne ironia ed il suo modo gentile e raffinato di bere. E ancora Alfio Reitano, un uomo mite che faceva il coltivatore diretto, Don Peppino di Mazza, anche Questi uomo tranquillo e pacifico, “massaru” ovvero Castaldo della vicina proprietà del cavaliere Mazza da cui prendeva il soprannome, fondo agricolo ora scomparso assieme al grazioso palazzetto padronale, sotto il cemento senza storia di un rivendita d’auto, di un supermarket e di una stazione di servizio.

 

Non tutti eravamo presenti ogni sera, ma il “numero legale” di quattro lo si raggiungeva sempre.

Il gioco aveva inizio dopo cena, tra le 20 e le 21. Ricordo che in un primo tempo (parlo del mio debutto nel gioco) nel rituale del “padrone e sotto” vi erano piccole schermaglie più che altro a mo’ di scherzo, ma in genere, tranne rare occasioni si beveva tutti. Ma lo scherzo ad un certo punto, non ricordo per quale motivo, lasciò il campo all’astio, almeno per quanto riguardava il bere, e si erano formati due partiti avversi, l’un contro l’altro armati, io con Lucio, contro suo padre e mio zio.

La regola era, come prima detto, che padrone e sotto fossero compagni nel gioco ma … non sempre lo erano nel bere. Quando l’accoppiata era dello stesso partito, tutto filava liscio, cioè io e Lucio oppure mio zio con Don Angelo: un bicchiere a testa e il gioco era fatto.

 

Quando, invece, il padrone era, per esempio, mio zio e io il sotto, Questi era costretto a bere tutto il vino posto in gioco, cosa che faceva fin quando possibile. Ma poi, se la capienza non c’era, a malincuore, doveva accondiscendere, dopo estenuanti trattative, ai miei desiderata che in genere consistevano nel chiedere una bibita libera, cioè che potevo berla ovvero passarla o dividerla con il mio compagno, perchè io acconsentissi a fare bere il suo compagno. Lo stesso succedeva se il padrone ero io e sotto un avversario.

 

Una volta alla prima partita capitò che il padrone fossi io e il sotto Lucio. In questo caso non sorsero problemi: un bicchiere per uno e via alla seconda partita. Padrone uscii di nuovo io e sotto mio zio Alfio che era ancora all’asciutto, sapendo che io avevo già bevuto il quarto di litro della partita precedente, già si leccava i baffi, pensando, a torto, che non ce l’avrei fatta a mandare giù per intero, un altro mezzo litro. E Siccome sapevo già come si sarebbe svolta la faccenda, per non dare soddisfazione a mio zio e dimostrare  quanto si era sbagliato, non persi tempo e senza preambolo alcuno, presi un bicchiere e gli versai “a sustanza”, il resto lo divisi in due bicchieri (dando così l’impressione di volere scendere a trattativa) e, senza dire niente, bevvi d’un fiato il primo bicchiere. A questo punto la speranza di bere di mio zio non era ancora perduta.

 

Dopo qualche secondo, sorprendendo un po’ tutti, e deludendo l’aspettativa di mio zio, tracannai il secondo quarto di litro.

Col sorrisetto sarcastico e la bocca asciutta di mio zio e la delusione di Don Angelo, si passò alla terza partita, col risultato assolutamente non gradito, di uscire di nuovo padrone io e sotto Don Angelo, cha assieme a mio zio era ancora all’asciutto.

 

A questo punto, mio zio e Don Angelo invece di essere dispiaciuti, facevano sorrisetti compiaciuti, pregustando la mia capitolazione davanti al terzo mezzo litro che erano sicuri non ce l’avrei fatta a mandar giù. Erano convinti che questa volta avrei dovuto cedere le armi. Per tutta risposta presi un bicchiere, versai la “sustanza” per Don Angelo e bevvi direttamente dal boccale tutto il mezzo litro. A questo punto, mio zio con la bava alla bocca ordinò a Don Angelo un bicchiere a pagamento! Io uscii dal locale e andai a vomitare. Ma i due compari presero una lezione che non dimenticarono fino che furono in vita. Pace all’anima loro.

 

Queste “battaglie” accadevano quando si formava il quartetto sopradetto. Quando, invece, vi erano gli altri due della compagnia il gioco procedeva più o meno in modo amichevole, non si potevano certo coinvolgere questi nelle nostre beghe e bevevamo tutti.

A volte alla prima partita, onde evitare bocche asciutte, si giocava il mezzo litro in quattro senza padrone e sotto, cioè la coppia che perdeva pagava il vino che veniva diviso in quattro parti uguali.

Oltre a bere il vino si dovevano giocare anche le partite e si sa, nel gioco c’è chi perde e chi vince. A volte nel padrone e sotto chi restava “urmu”, cioè all’asciutto, e vinceva la partita, per confortarsi, era uso dire: “no mmiviri – non paiari”, non bere non pagare.

 

La speranza di ogni giocatore era quella di bere gratis, ma per i motivi suaccennati, non sempre era ciò possibile. Quando per due o tre partite si rimaneva all’asciutto e la bocca era troppo secca, si ricorreva al bicchiere a pagamento: mio zio vi ricorse diverse volte e in alcuni casi, un po’ per scherzo e un po’ per davvero, si contentò di bagnarsi la bocca con i due millimetri della “sustanza”.

 

Questo quarto tempo, che era solo un passatempo tra amici, veniva attentamente sorvegliato da Donna Rusina. A volte il gioco si protraeva, specie in estate, sino a mezzanotte e anche oltre, ma Donna Rosina pur conoscendoci tutti era sempre sul chi vive, come se temesse che il marito dimenticasse di farsi pagare qualche mezzo litro. Non andava a letto se non dopo che  fosse andato via l’ultimo di noi.

 

Mio zio Alfio Caruso era un “cultore” del gioco delle carte: di giorno lavorava anche dieci e più ore, ma la sera, tranne rare eccezioni, doveva essere briscola. Era della “scuola “di Angilu u varberi”, e come si suol dire, “a briscola a cinneva fina” ovvero la sapeva giocare in modo raffinato. Ma debbo dire che anche Donn’Angelo non scherzava. Più di una volta essendo lui penultimo a giocare ed io ultimo, metteva un carico e mi motteggiava dicendomi “Naddu vacci lisciu”: si ricordava le briscole che erano già uscite, e fattosi il conto di quelle che aveva in mano lui e il suo compagno e quella che vi era a terra, sapeva che io non ne avevo.

 

Di tutte le infinite discussioni fatte in anni di gioco, questa è l’unica frase che mi è rimasta in mente: “Naddu vacci lisciu”, forse perché segnava un momento amaro del gioco, una circostanza nella quale non potevo oppormi agli eventi in nessun modo.

 

Quando giocavamo in quattro con Don Angelo e suo figlio, gli estranei in quella casa eravamo io e mio zio. Quando smettevamo, il primo ad andarsene era mio zio, la cui abitazione era di fronte a 30 metri di distanza, la mia a 20. Io rimanevo sempre qualche minuto in più, per una ulteriore chiacchierata con Don Angelo. Più di una volta quando mio zio era arrivato a metà strada Don Angelo mi diceva: vuoi vedere che faccio ritornare tuo zio per un’altra partita? E lo chiamava:

 

“Affiu veni cca, senti na cosa …”;

allora mio zio si fermava

“chi voli don Angilu?

“Veni ca ni facemo l’uttima”

“Ma nooo è taddu”

ma già aveva cominciato … la marcia indietro.

E ancora  Don Angelo:

“veni ccà, ni facemo ‘mpocu di zuzu e ‘nquatt’i litro.

E zio Alfio, sempre col suo sorrisetto beffardo e bonario

“avanti abbasta ca ni spicciamu picchi dumani iù mi n’aja ghiri a travagghiari”.

Finita la partita e consumata la posta in gioco, come al solito mio zio andò via per primo e Don Angelo: “Naddu u vo vidiri ca fazzu tunnari nautra vota?”

E lo chiamava:

“Affiu sentì, veni ccà, t’aja diri na cosa”

“Donn’Angilu è taddu, m’aja ghiri a cuccari”

“Ma tu veni cca, sulu cincu minuti, to niputi dici ca ancora ci fa siti. Avanti, veni, co sacciu ca ppoi all’uttimu non ti dispiaci”

“Si Donn’Angilu, ma no a ‘st’ura”

Ma intanto era tornato dentro l’osteria

“Stavota ni facemu ‘nquartu e na vranchicedda di purpu” (tentacolo di polpo bollito)

“Ma ffari mangiari u purpu e dudici e ‘nquartu?”

 

Ed ebbe inizio la partita, ma arrivati a quell’ora la “dichetta” ovvero il dispetto, la contrapposizione, era scemata e bevevamo tutti. Finita partita e vranchicedda di purpu, finalmente mio zio era convinto di poter andare a dormire.

Ma non fu così. Don Angelo ebbe la capacità di fare ritornare mio zio per la terza volta. Sapeva che difficilmente avrebbe resistito al richiamo delle carte, del buon cibo, del vino e dell’allegra compagnia.

 

Questa fu “a putia di Donn’Angilu” per circa quarant’anni punto di riferimento per carrettieri, camionisti, giocatori, massaie, viandanti e anche di gente che faceva la spesa “a … libretto”, con pagamento rinviato a quando sarebbero arrivati gli assegni familiari o sine die in attesa … della Provvidenza … e qualche volta anche a fondo perduto!

 

Indimenticabili restano i pienoni del sabato e della domenica, nelle calde estati ai piedi dell’Etna, quando gli ultimi arrivati andavano a giocare in terrazza. Una bolgia festosa, un minestrone di varia umanità, dove alla fine per colpa di qualche bicchiere di troppo, quelli che iniziavano a parlare in un avventuroso ed immaginifico italiano, per darsi un tono, erano più d’uno e “a buttigghia” diventata “la bortiglia” e “u quatu” (secchio) diventava “il quato”.

 

Ricordo infine che la sera, quando i giocatori lasciavano il locale avevano tutti la vescica piena e andavano ad alleggerirla di gran corsa circa 80 metri più sotto, nel cancello della proprietà del principe Grimaldi, che fungeva da bagno pubblico essendo a quei tempi quella zona disabitata.

Il cancello era stato realizzato in ferro battuto di notevole spessore, ma ciò nonostante, l’acido urico riuscì col tempo a corrodere i montanti che avevano uno spessore di almeno quattro centimetri per lato: prima si assottigliarono e poi si spezzarono completamente provocando il crollo del grande cancello.

 

Mi fermo qui. Questi ricordi lontani ma vividi di fatti e personaggi della mia giovinezza, mi riportano indietro, in quel tempo in cui vivevo la parte più bella della mia vita, che oggi ripenso con la coscienza che tutto ciò non ritorna. Quel mondo semplice e genuino è scomparso per sempre e mi dispiace tanto, ma il rimpianto dell’alba non deve offuscare il tramonto.

Rivedo i miei genitori, mio zio Alfio, Don Angelo, i parenti e gli amici e sono tutti qui con me per sempre.