Nell’ambito del dibattito seguito all’articolo sul Decreto emanato il 17 maggio 1860 ad Alcamo da Giuseppe Garibaldi, Dittatore della Sicilia,
sono riemerse le irrisolte divergenze relative ai rapporti giuridici, politici e sociali tra i due regni di Napoli e Sicilia ed alla forma istituzionale dello Stato delle Sicilie.
In particolare si è ripresentata l’antica polemica sulla unicità o dualità del Regno di Sicilia prima del 1816, determinata dalla equivoca formula “Rex utriusque Siciliae”.
Opinioni e documenti
I commenti hanno assunto toni polemici e poi di totale contrapposizione. Sono state vibratamente esposte numerose ed estreme argomentazioni, pro e contro l’indipendenza dell’Isola e l’autonomia della sua Corona. E’ stato valicato ampiamente il limite dell’ordinaria dialettica e molti pittoreschi ed inenarrabili commenti, sono stati eliminati dalla redazione.
E’ opportuno ricordare che tutti abbiamo diritto di essere considerati in buona fede, almeno fino a prova contraria. Essere unionista, o separatista o duosicilianista, non indica il grado della nostra conoscenza ed esatta percezione dei fatti, né la misura della nostra onestà intellettuale, né tanto meno il possesso di una verità storica assoluta ante litteram, ma un’opinione “storico-politica” comunque rispettabile e sempre parzialmente argomentabile.
Al fine di contribuire ad una argomentata composizione delle diverse opinioni su questo particolare aspetto della storia dell’Isola, esaminiamo alcuni documenti e più precisamente la loro “intitolazione”, che identifica, rappresenta ed esprime, la “legittimazione” dell’Autorità da cui essi promanano, ovvero nella tecnica giuridica, “la causa del potere esercitato”.
L’intestazione, che fa parte della più ampia parte dei documenti ufficiali, denominata “Premessa o preambolo”, ha una valenza giuridica essenziale, perché in essa viene dichiarata espressamente la qualità giuridica e la legittimazione dell’autorità dalla quale l’atto promana. Per questi motivi, in ogni epoca, è stata posta la massima attenzione ai contenuti di questa essenziale parte degli atti di Stato.
Il fine dell’odierna ricerca è quello di ritrovare negli atti originali, traccia della persistenza delle due Corone ed evidenziare il nesso tra i titoli regali dinastici e quello istituzionale di “Rex utriusque Siciliae”, utilizzato in diversi momenti storici ed in particolare dalla conquista di Don Carlos Sebastian di Borbone e fino al 1816.
Cercheremo infine di delineare alcuni motivi storici del sostanziale fallimento del progetto politico di unificazione dei regni.
Rex Utriusque Siciliae
Prima di affrontare l’argomento, risulta necessario riepilogare brevemente alcuni avvenimenti e le premesse storiche della conquista dei regni di Sicilia da parte di Don Carlos di Borbone.
Il titolo di Rex utriusque Siciliae è stato utilizzato, di fatto e di diritto, nelle numerose occasioni nelle quali dal 1302, ovvero dalla scissione dell’antico regno normanno di Sicilia, i due regni si sono ritrovati uniti in un unico Stato a causa di incidentali unioni personali dinastiche.
Considerata la persistenza delle due antiche Corone e la proclamazione nel 1816 del “Regno delle due Sicilie”, dobbiamo ritenere che questo titolo non indichi una Corona o un Regno, bensì uno Stato formato da due regni.
Ritroviamo infatti la dicitura “Rex utriusque Siciliae” nella proclamazione di Alfonso V d’Aragona, il magnanimo, che nel 1434 riunì nella sua persona le due corone.
Ripercorrendo le complesse vicende storiche dell’Isola, risulta chiaro, anche con riferimento ai trattati internazionali, che le due corone di Napoli e Sicilia sono rimaste autonome e distinte, anche durante quei periodi di unione personale, che li hanno formalmente unificate in unica monarchia, dinastia e Stato.
Lo stesso Alfonso il Magnanimo che per primo (invero lo fece formalmente anche Carlo d’Angiò in forza della formula pontificia) si fregia formalmente e sostanzialmente di tale titolo, ha piena coscienza della situazione di diritto delle corone e ricorre ad uno stratagemma: si fa adottare dalla Regina Giovanna II di Napoli, per divenire legittimamente erede di quel regno ed unirlo nella sua persona, a quello di Sicilia.
Ben si comprende che questa problematica ruota attorno al concetto di legittimazione. Il momento fondante del Regno di Trinacria, distinto da quello di Sicilia, è il riconoscimento del Papa intervenuto nell’ambito della pace di Caltabellotta e di quella susseguente di Catania.
L’evento è legittimante perché il Papa detiene il potere di creare una nuova Corona, in quanto feudatario di quelle Terre, per effetto del donativo di Costantino.
Quindi così come ha concesso nel 1130 la creazione di un Regno normanno suo vassallo, ugualmente ha il diritto/potere di enucleare da questo un nuovo regno, che per distinguersi, verrà chiamato di Trinacria.
Risulta evidente che la creazione per fusione di un nuovo regno, avrebbe avuto bisogno di un nuovo atto formale fondante, ad opera del Papa, almeno fino alla scoperta della falsità del Donativo.
Saranno le vicende dinastiche e l’affermazione aragonese e poi spagnola dal
Anche nei periodi di “Regno unito”, permane sempre una nettissima distinzione tra i due regni: dinastica, territoriale, amministrativa ed istituzionale: tutti i monarchi che si sono dichiarati “Rex utriusque Siciliane”, intendevano definirsi re della Sicilia continentale o citra farum (poi regno di Napoli) e della Sicilia Isola o ultra farum (ex Trinacria), non certo di una inesistente regione geografica denominata “Due Sicilie” o di un altrettanto inesistente regno dallo stesso nome, mai proclamato o legittimato fino al 1816.
In merito, è stato da taluni reiteratamente sostenuto che l’adozione della riemergente locuzione “Rex utriusque Siciliae” e la corrispondenza dei confini dell’antico regno normanno con quelli dei due regni di Sicilia, rappresentino elementi significativi per concludere che le “Due Sicilie” unitariamente considerate come Stato, erano la continuazione di quell’antico Regno e della sua corona.
In questo ambito l’approccio geografico è totalmente irrilevante: il dato storico determinante è la persistenza di legittimi Regni, fondati su eventi legittimanti in sede nazionale ed internazionale.
Coerentemente alla sussistenza delle due corone, alla morte di Alfonso, avvenuta nel 1458, secondo quanto stabilito per testamento, Napoli e la corona Angioina andranno al figlio naturale, mentre la corona Aragonese di Sicilia andrà al fratello.
In seguito agli eventi bellici che interessarono tutta l’Italia,
Nel periodo spagnolo, l’amministrazione dei due Regni e le rappresentanza della corona, viene affidata a Viceré diversi con sede a Napoli e Palermo.
In questa fase i regnanti di Spagna, a maggior riprova della persistenza delle suddette corone, aggiungono al loro nome proprio dinastico principale, i due numeri dinastici di competenza per i due diversi Regni di Napoli e di Sicilia.
La conservazione degli ordinali dinastici diversificati per Napoli e Palermo, comprova la permanenza di diritto delle due Corone, seppur di fatto tenute da un’unica dinastia.
Ancora nel 1655, Carlo II di Spagna non omette di evidenziare tra i suoi titoli, di essere anche III di Sicilia e V di Napoli.
Inoppugnabile conferma della continuità dell’autonomia della Corona siciliana nel periodo vice regio spagnolo, si ritrova in una sequela di trattati e accordi internazionali; così nella pace di Utrecht del 1713, nell’ambito della quale l’Isola, con titolo e dignità di Regno, venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, quale compenso per la sua partecipazione al grande conflitto europeo, innescato dalla problematica successione al trono di Spagna.
La sistemazione dei due regni di Napoli e Sicilia, venne confermata sia durante
Ulteriore conferma della permanenza dei due regni si ritrova nella pace di Vienna del 1738. Infatti, a conclusione della Guerra di successione Polacca, venne sottoscritto tra i belligeranti un preliminare di pace, che contemplava anche il riassetto degli Stati della Penisola italiana.
Per effetto della pace di Vienna, l’Austria cedeva a Don Carlos di Borbone, i Presidi, “il Regno di Napoli” ed il “Regno di Sicilia” che essa aveva scambiato con il regno di Sardegna nell’ambito della Pace dell’Aja nel 1720.
Sia nel Preliminare di Vienna del 1735, che nel terzo Trattato del 1738, confermato dalla pace di Parigi del 1739, il Regno di Napoli ed il Regno di Sicilia vennero riconosciuti come indipendenti ed assegnati, col vincolo, ed è questo il punto focale, dell’unione personale e del legame dinastico, al ramo cadetto dei Borbone di Spagna.
Con il Trattato di Vienna ha quindi inizio, a seguito di una legittimazione internazionale, la dinastia dei Borbone di Napoli, poi Borbone delle due Sicilie dal 1816.
Carlo non viene “autorizzato” dal trattato ad unificare i regni e viene contemporaneamente indicato come Rex utriusque Siciliae: risulta chiaro che il titolo è relativo allo Stato delle Sicilie e che non viene creato nessun nuovo regno.
Estremamente significativa, per la comprensione dell’utilizzo e quindi del significato della definizione “Rex utriusque Siciliae”, è la vicenda della conquista dei regni e delle due incoronazioni di Carlo.
Questi, a seguito della battaglia di Bitonto conquista il regno di Napoli ed assume, il 10 maggio 1734, il titolo di Neapolis Rex.
Conquistata l’anno successivo
Si noti che l’incoronazione di Carlo a re di Sicilia, avvenne con l’utilizzo di uno stratagemma politico-giuridico. Poiché il Papa non aveva ancora riconosciuto Carlo come Re di Napoli, il suo attendismo venne eluso facendo ricorso surrettiziamente all’antico privilegio dell’Apostolica Legazia di Sicilia e quindi alla riconosciuta autonomia giuridica dalla Chiesa siciliana, ma alla cerimonia, pur presenti i vescovi ed il Ciantro della Cappella Palatina, non presenziò il Legato papale.
Risulta determinante per una migliore visione della problematica, la circostanza che la legittimazione scaturente dagli accordi internazionali sopra citati, che prevedevano inoltre che i due regni di Sicilia non potessero essere uniti al trono di Spagna, autorizza Carlo a regnare su ambedue i regni ed a definirsi come capo dello Stato “Rex utriusque Siciliae”, ma non ad unificare i regni.
Si presti inoltre attenzione al fatto che la legittimazione all’unione dei regni, meglio alla formazione di una nuova originale Corona e di un nuovo Regno, deriverà esplicitamente a Ferdinando dalla restaurazione effettuata dalle grandi potenze vincitrici, nell’ambito del Congresso di Vienna.
Risulta essenziale per la soppressione del regno di Sicilia Isola, il placet internazionale e segnatamente quello inglese, strappato dall’Austria in nome di un nuovo equilibrio europeo. Ferdinando, alla luce delle vicende politiche e militari, non aveva molte carte da giocare su quel tavolo.
Ulteriore e direi conclusiva prova del fatto che la definizione “Rex utriusque Siciliae” indica la titolarità dello Stato e non di una corona, è rappresentata dal fatto che nessuno ha mai aggiunto alcun ordinale a questo titolo: non vi è mai stato un Rex utriusque Siciliae I o II.
L’intestazione degli atti di Stato borbonici
Vediamo ora come si è articolata l’intestazione degli atti di Stato durante il periodo borbonico. Da un congruo numero di documenti esaminati, è possibile enucleare cinque periodi:
1734 – 1754
Carlo: “Rex utriusque Siciliae” (Non citato alcun ordinale per il trono spagnolo di cui è erede, né quello (VII) quale re di Napoli o altro per
1755 – 1799
Ferdinando: “Rex utriusque Siciliae” (Raramente citati i diversi ordinali per Napoli e Sicilia). Intestazione in latino.
1799 – 1815
Ferdinando: “IV di Napoli, III di Sicilia, Re delle due Sicilie” (Sussistono anche rari documenti con la dicitura precedente). Intestazione in italiano.
1812 – 1815
Ferdinando: “III di Sicilia, Re delle due Sicilie” (Sussistono contemporaneamente documenti con la dicitura precedente). Intestazione in italiano.
1816 – 1860
Ferdinando I, Francesco I, Ferdinando II e Francesco II: “Re del Regno delle due Sicilie”. Intestazione in italiano.
Il primo documento che esaminiamo, datato 4.10.1745, è emanato da Carlo con la seguente intestazione:
“Carolus (Dei gratia) Rex Utriusque Siciliae, Hierusalem ec. Infans Hispaniarum, Dux Parmae, Placentiae, Castri ec. Magnus hereditarius Aetrurie princeps ec”
Vediamo adesso l’intestazione di un documento emanato da Ferdinando nel 1776:
“Ferdinandus (Dei gratia) Rex Utriusque Siciliae, Hierusalem ec. Infans Hispaniarum, Dux Parmae, Placentiae, Castri ec. Magnus hereditarius Aetrurie princeps ec”
Il terzo documento, datato 22 Settembre 1814, (Ne vediamo l’intestazione in foto) è emanato a Palermo durante il secondo esilio di Ferdinando, causato dall’occupazione napoleonica del Regno di Napoli:
“FERDINANDO III di Sicilia, e IV di Napoli, Re delle due Sicilie, dì Gerusalemme, Infante delle Spagne, Duca di Parma, Piacenza Castro ec. Gran Principe ereditario di Toscana ec. ec. ec.
Ferdinando si professa in questo, ed in molti altri documenti emanati durante l’esilio palermitano, “III del Regno di Sicilia e IV di Napoli” aggiungendo “Re delle due Sicilie”.
Risulta evidente che Ferdinando ha piena coscienza politica ed istituzionale, dell’esistenza di due Regni e di essere titolare di due Corone autonome, detenute in unione personale dalla dinastia borbonica dal 1734: se questa coscienza non avesse, non citerebbe i suoi diversi ordinali dinastici.
L’aggiungere ai due titoli regali la locuzione “Re delle due Sicilie”, indica che lo Stato di cui è a capo, comprende ambedue i Regni di Sicilia.
Ne consegue che il nomen iuris “Re delle due Sicilie” indica il Capo dello Stato, ma non corrisponde in senso tecnico ad un nuovo e terzo Regno, che nascerà solo nel 1816.
Il quadro istituzionale appare chiaro: I Regni sono due e tali rimangono fino al 1816, lo Stato “delle due Sicilie” è provvisoriamente ed incidentalmente uno.
Se l’espressione “Re delle due sicilie” assumesse il significato della pretesa esistenza di diritto di un unico “Regno delle due Sicilie”, erede dell’antico regno normanno di Sicilia, come da qualcuno erroneamente e reiteratamente sostenuto, ne ricaveremmo la sussistenza di tre regni e di tre corone:
Una di Sicilia citra o Napoli, di cui Ferdinando si professa IV;
Una di Sicilia ultra o Isola, di cui Ferdinando si professa III;
Una dell’antico Regno normanno di Sicilia nella sua primigena estensione “Rex utriusque Siciliane”.
Ben si comprende che questa tesi è insostenibile ed incompatibile con ogni fondamento giuridico.
Il quarto documento è datato Palermo, 1 maggio 1812 e riporta la seguente dicitura, nella quale Ferdinando non cita più il suo ordinale dinastico per il regno di Napoli:
Ferdinando III, per la grazia di Dio, Re delle due Sicilie, e di Gerusalemme, Infante delle Spagne, Duca di parma, Piacenza, Castro ecc.
Dopo il 1816, coerentemente all’avvenuta unificazione di diritto, l’intestazione degli atti di Stato sarà la seguente:
“Ferdinando I Re del Regno delle due Sicilie, di Gerusalemme …”
Dal 1816 al 1860, non sono note eccezioni a questa intestazione.
Perché cambia nel 1799 l’intestazione degli atti
A fronte dell’unicità dello Stato delle Sicilie e della dinastia regnante, la specificazione degli ordinali delle diverse Corone, risultava superflua. Era sufficiente l’indicazione “Re delle Sicilie”, ovvero di ambedue i Regni di Sicilia, o meglio dello Stato delle due Sicilie.
Non sussistevano motivi, almeno fino al 1799, per preoccuparsi di unificare giuridicamente ciò che formalmente appariva unico, e sostanzialmente si sapeva distante e avverso. Anzi, con riferimento alle posizioni storiche e politiche della nobiltà siciliana, l’unificazione appariva molto pericolosa (e realmente lo era, come si dimostrò).
Inoltre molto spesso, il mantenimento di più Corone era una decisione politica preordinata al soddisfacimento di esigenze dinastiche, come i tanti precedenti ricordavano. Tra le tante promesse non mantenute dai borbone, vi fu anche quella, più volte reiterata, di ripristinare a pieno
A questo punto, è naturale chiedersi perché nel 1799 i Borbone abbiano sentito la necessità di essere più precisi nella specificazione delle due Corone e relativo ordinale.
Riteniamo che queste mutazioni “formale”, sia da ricondurre alla nuova situazione sostanziale dei regni e alle vicende politiche e militari in atto nello Stato delle Sicilie.
L’invasione napoleonica aveva determinato il duplice esilio di Ferdinando e della sua corte in Sicilia. La presenza di Ferdinando a Palermo sotto la invadente protezione delle armi inglesi, dava origine ad una nuova e complessa situazione di cui sopra è cenno.
Ma per comprendere esattamente lo stato delle cose, è necessario considerare che in quel frangente non era prevedibile una sconfitta di Napoleone Bonaparte che sembra inarrestabile, ed infatti costituzioni e statuti votati in quest’epoca, sembrano proiettarsi in un futuro in cui continuerà il predominio francese.
Non fa eccezione
Realisticamente Ferdinando, in quel frangente, ritenne verosimile che sarebbe rimasto re solo di Sicilia, e questo ci fa comprendere, da una parte il suo tentativo di colpo di Stato del 1810 e di contro, quanto egli sia rimasto “ostaggio” della nobiltà isolana e degli inglesi, due forze che minacciano concretamente e continuamente la sua sovranità, ma senza l’appoggio delle quali, si sarebbe dissolto anche questo ultimo Regno di Sicilia.
Appare quindi logico che ora Ferdinando senta il bisogno di specificare di essere ancora Re, pur avendo perso uno dei due regni, ovvero parte dello Stato, e dovendosi piegare alla Costituzione del 1812, che separava definitivamente
Illuminante il cambiamento dell’intestazione dal 1812, nella quale Ferdinando sembra aver perso ogni speranza di riconquistare Napoli e rinunzia a citare il suo ordinale per quel regno.
Per meglio percepire la situazione in cui si trovava la monarchia nel suo esilio siciliano, è utile ricordare due provvedimenti.
Il primo è un proclama di Lord Bentinck emanato a Palermo il 31 ottobre 1813, con il quale questi assume il controllo militare del Regno, al fine di garantire: “La conservazione dello Stato … la salvezza della Corona … colla forza affidata al suo comando”.
Il secondo inedito documento, datato Palermo 10 ottobre 1814, ci rende edotti sul fatto che i siciliani rifiutavano la moneta d’argento coniata per il regno di Napoli: “Sua Maestà ha inteso con grave rincrescimento del suo Real Animo di essersi sparsa una falsa la voce che la moneta di argento del Regno di Napoli, coniata nel tempo che
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