Il Governo dittatoriale garibaldino proibisce l’utilizzo dei sigilli di franchigia postale con la figura della Trinacria, antico simbolo d’indipendenza dell’Isola.
(di Leonardo e Giuseppe Di Bella) Spesso lo studio della prefilatelia ci porta al cospetto della storia in senso proprio oltre che di quella delle comunicazioni postali.
Tra i documenti postali relativi al periodo successivo allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, si ritrovano molteplici casi di utilizzo di sigilli amministrativi di franchigia postale che presentano al centro l’immagine della Trinacria, il cui nome più corretto è trìscele.
Questo simbolo ha origini remote e si diffonde nel Mediterraneo attorno al IX secolo a.c. nella sua forma più semplice di elica a tre elementi. Attraverso la mediazione culturale della mitologia greca, la trìscele viene arricchita di tre gambe piegate al ginocchio e della testa di Medusa al centro.
In Sicilia questa figura è stata riscontrata, nella sua forma più elementare, su manufatti rinvenuti a Gela e presso Agrigento, risalenti al VII secolo avanti Cristo. Successivamente si ritrova nella sua forma più evoluta che raffigura appunto tre gambe piegate al ginocchio con al centro la testa della Gorgona.
La Trinacria divenne l’emblema più noto dell’Isola che venne identificata anche con questo nome che si aggiunse a quelli preesistenti, legati alla presenza delle popolazioni pre elleniche della Sicilia ovvero i Sicani, i Siculi, gli Elimi ed i Fenici.
La millenaria continuità storica e geografica di questo nome e la compenetrazione ed identificazione di questo simbolo con la Sicilia, viene testimoniata da una pluralità di citazioni geografiche, storiche e letterarie, oltre che da una serie ininterrotta di reperti archeologici.
Tra gli elementi di maggiore persistenza, va evidenziata la coniazione in Sicilia tra il IV secolo a.c. ed il I d.c., di monete che riportano questo soggetto.
La Trinacria, quale icona rappresentativa dell’anelata indipendenza dell’Isola, compare nel 1282 al centro della bandiera innalzata dai rivoluzionari del Vespro siciliano e si staglia sui colori dei due Comuni che per primi si coalizzarono contro gli angioini con il patto solenne del 3 aprile dello stesso anno: il rosso di Palermo ed il giallo di Corleone.
Il suggello di questa millenaria compenetrazione storico/geografica e culturale della Sicilia con il suo più antico emblema, si avrà nel 1302 quando con la pace di Caltabellotta, al neo costituito Regno aragonese dell’Isola, viene dato il nome di Regno di Trinacria, per distinguerlo da quello continentale angioino che continua come Regno di Sicilia.
Come accaduto nel 1282, anche nel 1848 la Trinacria venne adottata dal Parlamento rivoluzionario quale icona della rivoluzione stessa e dell’indipendenza da Napoli. Così infatti decretava nel marzo del 1848 il Parlamento siciliano: “Che da qui innanzi lo stemma della Sicilia sia il segno della Trinacria senza leggenda di sorta”. In foto vediamo proprio l’emblema ufficiale del parlamento siciliano tratto da un manifesto dell’epoca.
Durante la rivoluzione del 1848/49 che depose la dinastia borbonica e proclamò l’indipendenza dell’Isola, avvennero, come sempre accade in queste circostanze, profondi mutamenti.
Uno dei settori che immediatamente risentì di questi eventi fu quello postale che meglio di altri si prestava a mettere in evidenza ed in circolazione i simboli e le insegne del nuovo potere costituito.
Furono immediatamente sostituiti i bolli in dotazione alle Officine postali dai quali maggiormente trasparivano i segni del deposto regime borbonico, ovvero quelli con la dicitura “REAL SERVIZIO” con l’altro, più “democratico” SERVIZIO PUBBLICO o PUB. SERVIZIO, dove “PUB” venne frettolosamente ricavato dalla scalpellatura e modifica del preesistente “REAL”.
Ma oltre ai bolli propriamente postali, anche quelli amministrativi utilizzati per attestare il diritto a franchigia dell’Ente o del soggetto mittente, vennero deposti insieme alla Dinastia, in particolare il panciuto doppio ovale che, oltre alla dicitura, ostentava le insegne borboniche ed il nome del Re. Questi sigilli vennero sostituiti con altri che rappresentavano l’ammaliante trinacria con la testa della Gorgona al centro, emblema del Parlamento rivoluzionario.
Mancando un modello ufficiale uniforme a cui attenersi, si sbizzarrirono i vari uffici pubblici nell’allestimento di questi bolli amministrativi, adottando trinacrie di varie dimensioni e fantasiose fogge, con o senza le ali ai lati del capo e con o senza le spighe, aggiunte in epoca romana per simboleggiare l’importanza della coltura del grano nell’Isola, che invero nel sigillo ufficiale del Generale Parlamento di Sicilia non compaiono.
Alcuni Enti presero alla lettera il dettato parlamentare ed erroneamente interpretando letteralmente l’espressione “lo stemma della Sicilia sia il segno della Trinacria senza leggenda di sorta”, omisero perfino il nome dell’Ente o dell’Autorità da cui promanava la missiva, dicitura sempre obbligatoria nei timbri di servizio. Questa errata interpretazione ha determinato la produzione e l’utilizzo di diverse trinacrie “mute”.
I bolli vennero realizzati quasi sempre in sede locale e con estrema sollecitudine; spesso in legno di buona qualità, ma talvolta da artigiani inesperti nell’arte di questa particolare incisione. Dobbiamo comunque rilevare che anche le trinacrie di fattura più rozza, se non ingenua, risultano sempre di notevole impatto visivo, oltre che massimamente espressive.
Con la sconfitta dei rivoluzionari e la restaurazione borbonica, si ritornò allo status quo ante, e scomparvero, con la stessa rapidità con la quale erano apparse, sia le impronte di “Servizio Pubblico” che i sigilli amministrativi recanti la “Trinacria”.
Buona parte di questi timbri, per comprensibili motivi, furono eliminati dagli stessi rivoluzionari; altri vennero subito distrutti dai restaurati lealisti borbonici, in quanto simboli della soffocata rivolta, mentre una piccola parte venne nascosta dai rivoluzionari anti borbonici, in attesa di “tempi migliori”.
Garibaldi in Sicilia: illusioni ed equivoci
Col Decreto di Alcamo del 17 maggio 1860, Garibaldi con mossa inaspettata, riporta le lancette della storia al 15 maggio 1849 ed apparentemente “continua la rivoluzione dei siciliani”. Fa artatamente rivivere la dichiarazione di decadenza dei Borbone, approvata all’unanimità l’8 aprile 1848, dal Parlamento siciliano.
“E’ instituito un Governatore in ciascuno dei 24 distretti della Sicilia … ristabilirà in ogni comune il Consiglio civico e tutti i funzionari esistenti prima dell’occupazione borbonica … eserciterà i poteri dati alle commissioni distrettuali coi decreti del 22 luglio 1848 e del 22 febbraio 1849 … le leggi, i decreti e regolamenti, quali esistevano sino al 15 maggio 1849 continuano ad essere in vigore.”
Ma il Dittatore invero è venuto per consegnare l’Isola ai Savoia e non ha alcuna intenzione di riconvocare quel Parlamento simbolo della libertà ed indipendenza della Sicilia: ”Per seppellire Cesare e non per lodarlo”.
Vi è un passaggio istituzionale fondamentale sul quale è necessario focalizzare la massima attenzione: Garibaldi a Salemi “Decreta di assumere nel nome di Vittorio Emanuele la “Dittatura di Sicilia”, facendo attenzione a non nominare mai il “Regno di Sicilia”.
Lo stratagemma è sottile: Garibaldi riconosce strumentalmente l’esistenza di uno Stato siciliano usurpato, che altro non poteva essere che l’antico Regno di Sicilia, per potersi proclamare Dittatore di questo Stato … esplicitamente profilando di volerlo consegnare a Vittorio Emanuele II.
E’ chiaro l’intento politico di Garibaldi e Crispi di portare subito dalla loro parte quanti più Comuni e notabili e cittadini, anche facendo credere ai siciliani che essi continuano la strada intrapresa dal Parlamento rivoluzionario. Garibaldi si appropria della storia dei siciliani, scegliendo di essa ciò che gli aggrada e ignorando ciò che non gli conviene.
Dimentica il Generale che il Parlamento di quello Stato siciliano cui ora si appella e dichiara di ripristinare e rappresentare, aveva rivendicato in perpetuo per l’Isola, lo status di Regno indipendente.
Garibaldi dunque richiama ai posti di comando i secessionisti del 1848, ma in realtà nella sua rivoluzione non vi è nulla di sostanzialmente assimilabile ai principi ispiratori dei moti del 1848.
E prima fra tutte, viene tradita la rivendicazione di indipendenza dell’isola, causa determinante delle tre rivoluzioni del 1820, 1837 e 1848 dei siciliani contro la Corona Borbonica. Questa quarta rivoluzione del 1860 è veramente altra cosa, nonostante i Decreti garibaldini la vogliano gabellare per la continuazione di quella del ‘48.
Una situazione politica alquanto confusa che è lo specchio dell’incertezza che accompagna la caduta del Regno delle Sicilie. Si è ripetuto che molti siciliani vennero tratti in inganno dall’azione di Garibaldi, e che erroneamente ritennero che la rivoluzione del 1860 fosse la continuazione di quella del 1848. A supporto di questa tesi, si tenga conto che alcuni comitati rivoluzionari, adottarono come loro simbolo proprio la trinacria e come bandiera il tricolore italiano con il gorgonèion in campo bianco.
La posta precede gli eserciti
Ciò che accadde in campo postale nel 1860, ci fornisce un ulteriore significativo elemento di giudizio.
Sbarcati i Mille a Marsala, man mano che essi avanzavano vennero posti fuori uso i francobolli con l’effigie di Ferdinando II, ed i vecchi rivoluzionari del 1848 riesumarono i bolli con l’effigie della trinacria e di “servizio pubblico”, dai loro nascondigli e li utilizzarono sulla corrispondenza, non potendosi escludere che alcune autorità ne abbiano fatti incidere di nuovi.
Ma le mal riposte speranze dei siciliani, le loro illusioni di libertà ed indipendenza, vennero troncate sul nascere anche in campo postale.
Uno dei primi atti dei nuovi governanti, che faceva già intravedere molto chiaramente che le cose non sarebbero andate nel senso desiderato dagli indipendentisti, fu proprio quello che si riferisce all’uso dei sigilli postali di franchigia postale con la trinacria.
Illuminante è il testo della lettera-circolare che Francesco Romeo, governatore del distretto di Acireale (CT), inviò ai Comuni del circondario:
«Acireale il di 14 luglio 1860.
Signore con sorpresa vengo ad osservare che non tutti i municipi si sono provvisti di suggello nazionale ma che invece, alcuni si servono di quelli del 1848 o di altri così contraffatti che non lasciano rilevare ciò che vogliono intendere.
Ed essendo miglior cosa non far uso di suggello alcuno che porne di o illegali o sconci, io nel riprovare la passata condotta, debbo imporre che subito le amministrazioni e le autorità tutte del municipio si provveggano di legali suggelli.
Firmato il governatore F. Romeo».
Dal punto di vista storico postale, questo documento spiega perchè l’uso delle trinacrie nel 1860 sia molto più raro che nel 1848, e non solo per la pregressa distruzione del 1849 o per motivi contingenti, bensì per la precisa volontà politica che questo simbolo non comparisse più.
Va considerato che le disposizioni impartite con la lettera di cui sopra, non erano certo esito dell’iniziativa personale del Governatore del distretto di Acireale, poiché questi eseguiva ordini superiori, infatti l’uso generalizzato delle trinacrie cessò contemporaneamente in tutta la Sicilia.
Così, dopo circa due mesi dallo sbarco dei Mille, veniva espressamente vietato l’uso delle trinacrie e non possiamo che sottolineare l’ipocrita sorpresa del governatore di Acireale nel constatare che si faceva uso dei “suggelli” della rivoluzione del ‘48, ritenuti “sconci e illegali”, per il solo motivo che i siciliani nell’aderire all’impresa garibaldina, avevano creduto di continuare la rivolta del ‘48, senza accorgersi che adesso la “legalità” era rappresentata dallo stemma sabaudo.
Si tentava invero di cancellare con la Trinacria, la stessa millenaria identità storica della Sicilia. Ma va evidenziato che nonostante queste precise e severe disposizioni, non tutti i pubblici ufficiali siciliani si adeguarono, o meglio si rassegnarono, a mettere da parte il simbolo storico dell’indipendenza dell’Isola.
Infatti l’uso delle trinacrie sarà perpetuato i diversi Comuni e pubblici uffici nel corso di tutto il 1860.
Vi è di più: sono noti alcuni casi di utilizzo non sporadico della trinacria quale contrassegno di franchigia postale, ben oltre la proclamazione del Regno d’Italia, come si riscontra per esempio per i Comuni di Sambuca, Corleone e di Monterosso Almo, che continuarono ad utilizzare il contrassegno rivoluzionario adottato nel 1848 e riesumato dopo lo sbarco di Garibaldi, ancora nel giugno del 1861.
E ancora più tardivamente, e diremo temerariamente, il comune di Villarosa utilizzò il suo sigillo rivoluzionario con il tripode e la testa di Medusa, fino al mese di agosto 1861! (cfr. “La posta tra due Re” di Nino Aquila e Francesco Orlando – G. Bolaffi Editore).
La posta ed i suoi segni, sono stati costantemente oggetto di ostentazione dei simboli del potere costituito, così come nella loro “illegale” persistenza, cosi come nella velocità con la quale il nuovo ordine vuole cancellare le icone del precedente governo.
E a tal proposito in Sicilia nel periodo garibaldino dittatoriale, a far da contraltare alla permanenza delle riesumate trinacrie rivoluzionarie, ora “illecitamente” utilizzate, vi sono i tanti casi in cui i sigilli postali di franchigia con l’insegna borbonica, vennero subito aboliti e sostituiti da quelli con le insegne dei Savoia.
Si distinse in questo veloce “cambio di bandiera” il distretto di Acireale nel quale già due giorni dopo la ritirata dei borbonici, erano in uso i nuovi sigilli con le bandiere dei Savoia, come si rileva dalle date d’uso dei bolli delle “Governo del distretto di Acireale” della “Intendenza del circondario di Acireale” e della “Questura del distretto di Acireale”, circostanza che induce più che un sospetto sulla loro commissione ed esecuzione ancor prima della ritirata dei regi da Catania.
E’ opportuno evidenziare che, al contrario di quanto accaduto per i francobolli e per i sigilli di franchigia con l’effigie della Gorgona, il Governo dittatoriale non sostituì i bolli ovali già in dotazione alle officine postali.
Ma in tutto questo vi è una logica, la stessa utilizzata dal governo rivoluzionario del 1848, poiché gli ovaloidi in dotazione alle officine non riportavano alcun simbolo del deposto regime borbonico. Nulla infatti questi evidenziavano, se non il nome dell’officina o le diciture di servizio quali “FRANCA” e “ASSICURATA”.
Le impronte nominative ovali delle officine siciliane continueranno ad essere utilizzate sino alla loro sostituzione con i nuovi annulli circolari detti Sardo-italiani. Ma la tardiva fornitura degli stessi rispetto all’adozione in Sicilia, il primo maggio 1861, dei francobolli della quarta emissione di Sardegna utilizzati per tutti i territori annessi al regno d’Italia, determinerà, fino all’autunno del 1861, l’annullamento dei francobolli “italiani” con gli ovali borbonici preesistenti.
Un’ultima annotazione: a distanza di 27 secoli, la trinacria campeggia ancora sul giallo e il rosso della bandiera ufficiale della Sicilia.
