Giuseppe Di Bella

Esaminando i documenti politici ed amministrativi emanati durante la breve ma intensa stagione della Dittatura garibaldina in Sicilia, si riscontrano molto spesso disposizioni emanate dai Governatori e da altre autorità pubbliche civili e giurisdizionali, che continuamente sollecitano i Municipi e tutti i pubblici uffici ed Ufficiali, all’applicazione ed al rispetto delle disposizioni dittatoriali, che venivano evidentemente largamente disattese ed eluse.

Il governo chiede inoltre insistentemente, ai preposti alla gestione della cosa pubblica, una azione amministrativa legittima ed equa, votata alla crescita economica, morale e civile della società. Sostanzialmente fu posto in essere anche quello che oggi si definirebbe un tentativo di “moral suasion”.

 

Per avere una visione più precisa della situazione venutasi a creare in Sicilia per effetto del Decreto dittatoriale di Alcamo del 17 maggio, è necessario considerare che la chiamata da parte di Garibaldi di elementi liberali, ma anche di conservatori travestiti da rivoluzionari, per sostituire ai vertici del potere i fedeli alla Monarchia borbonica, può essere assunta a  costante nel corso del passaggio dei poteri in Sicilia e durante il periodo dittatoriale.

 

La discrasia tra le disposizioni del Governo dittatoriale garibaldino e le idee politiche di buona parte di coloro i quali avrebbero dovuto applicarle, appare evidente. I casi di rifiuto attivo o passivo di applicare i Decreti dittatoriali furono molteplici, la vicenda di Bronte ne è la summa storica.

 

Infatti i “finti rivoluzionari” di Bronte, coerentemente allo spirito conservatore che li animava, continuarono a non obbedire agli ordini del Dittatore e non solo rifiutarono di applicare il Decreto di Garibaldi per la divisione delle terre demaniali, ma addirittura omisero di abolire la tassa sul macinato, nonostante che prima ancora di Garibaldi, lo stesso re Francesco II l’avesse abrogata, nell’ambito dell’estremo ed inutile tentativo di salvare il Regno. L’esito drammatico di tale complessa e contraddittoria situazione politica, furono le stragi operate dal popolo e poi da Bixio.

 

In una situazione politica estremamente complessa e con la campagna militare in pieno svolgimento, la Dittatura tentava di introdurre in Sicilia alcune riforme ed un mutamento sociale che avrebbe abbisognato di altri tempi, di più stabili governi e di una classe dirigente politicamente ed ideologicamente in sintonia col programma espresso dal Governo.

 

Contemporaneamente si tentava di suscitare uno spirito di legittimità ed equità sociale per una gestione della cosa pubblica improntata a giustizia e solidarietà civile. Ma l’azione filo-popolare del Governo si frantumava contro i bastioni secolari e inespugnabili di una società fondata sulla disuguaglianza nei diritti e spesso sull’abuso della autorità pubblica e privata. L’afflato popolare e riformatore di alcuni Ministri della Dittatura, a tratti segnatamente idealistico, s’infrangeva sugli scogli della difesa ad oltranza di uno status medievale da cui l’Isola non era ancora in grado di affrancarsi per motivi politici, economici e sociali di carattere strutturale.  

 

Più realtà politiche convivevano in Sicilia in quel frangente e parte della classe dirigente appoggiava veramente la “rivoluzione”. Ma i toni appassionati e talvolta lirici, finivano sempre col richiamo alla realtà. Ora il denaro delle imposte serviva per la guerra contro i Borbone e Garibaldi aveva già stabilito per Decreto quanto ogni Comune avrebbe dovuto conferire alla causa della guerra in atto.

Eloquente la lettera (vedi foto) del Governatore del distretto di Catania a tutti i pubblici Uffici:

 

Catania 13 giugno 1860

 

Signori,

La sospirata libertà, che ha già infranti ed annichiliti i pesanti e durissimi ceppi della tirannide borbonica, ci è tornata sulle ali della bella Italia a vivificare le quasi spente nostre forze.

L’Eroe Garibaldi ne ha riportata la più completa vittoria.

Se volse il primo pensiero ad abolire il durissimo balzello sul macinato, perchè si risente a preferenza sulla mas­sa dei poveri, desidera e raccomanda efficacemente a tutti gli abitanti dell’Isola a correre volenterosi al pronto pagamento delle altre imposte, che servir devono di mezzo al conseguimento del fine.

Laonde in di lui nome e sospinto dall’interesse sì pubblico che privato, mi fo un do­vere di richiamare alla mente di tutti un tale precipuo dovere se amiamo di tenerci cara non mai sfuggevole la ricuperata libertà.

Il Governatore

Vincenzo Tedeschi

 

Ma la “rivoluzione” siciliana per buona parte dei baroni e dei notabili, molti dei quali chiamati a reggere l’amministrazione pubblica, dovrà limitarsi, a prescindere da ciò che ne pensa Garibaldi, solo alla consegna dell’Isola ad una diversa Dinastia e ad un diverso Stato, senza scalfire i “diritti” della nobiltà e del notabilato né il latifondo, vero nucleo del loro potere economico e politico. Le riforme necessarie allo sviluppo economico e sociale, e quella agraria in particolare, “non erano in agenda” e non lo saranno ancora per molti decenni.

 

In questa situazione di incongruenza tra Governo istituzionale e Amministrazione reale e materiale della cosa pubblica, ovvero di opposizione passiva largamente diffusa quanto occulta, si estrinsecano i limiti dell’efficacia dell’Amministrazione Dittatoriale.

 

Il problema principale del Governo dittatoriale, era far si che le disposizioni normative emanate venissero di fatto applicate. La brevità della Dittatura non consente una visione articolata dell’incisività della sua azione politica ed amministrativa e rende non apprezzabili in termini storici i suoi risultati, ma lo scollamento tra disposizioni emanate e volontà politica ed amministrativa di eluderle è un fatto comprovato. A ciò si aggiunga la presenza e l’azione “istituzionale” dei pro Dittatori per la Sicilia che spesso esprimevano una posizione politica ben diversa, come quella per l’annessione immediata, perseguita da Depretis.

 

Tra i tanti documenti che attestano questo ambiguo stato di fatto e le sue conseguenze, citiamo ad esempio una lettera da poco ritrovata, datata 8 agosto 1860, con la quale il Municipio di Biancavilla intima all’agrimensore architetto don Antonio Spina di Paternò, di riprendere subito le misurazioni per formare i lotti di terre demaniali, da distribuire ai sensi del Decreto Dittatoriale del 2 giugno.

Ricordiamo che a Biancavilla, si era verificata una strage di civili scaturita dalla richiesta popolare di distribuzione e delimitazione delle terre demaniali. La rivolta, esplosa ancor prima dell’emanazione del Decreto, era stata alimentata anche qui da un equivoco gioco delle parti, simile a quello inscenato a Bronte e in altri Comuni etnei “ribelli”.

Dal testo della lettera si ricava che l’agrimensore si era allontanato dopo aver iniziato i lavori ed il Presidente del Municipio gli comunica: “…in caso di ritardo anche di puochi giorni ne farò per dar conto al Signor Governatore della Provincia per avere le opportune provvidenze alla grave bisogna”.

 

La brevità della Dittatura, l’opposizione passiva all’azione del Governo dittatoriale e l’affrettata unione, costituiranno alcune tra le tante premesse della consegna ai Savoia di un Regno sostanzialmente “non rivoluzionato”, come desiderato dalla nobiltà e dal notabilato, disposti solo a mutare la forma monarchica assoluta in costituzionale.

Ma ancor prima dell’invasione dell’Isola, i contenuti dell’azione “rivoluzionaria” di Garibaldi erano già chiaramente espressi nel programma “Italia e Vittorio Emanuele” che non delineava niente altro che l’unione sotto lo scettro costituzionale dei Savoia. Ma il Governo dittatoriale tentò comunque di andare oltre l’ordinaria amministrazione, e di dare una precisa connotazione riformista alla propria azione, scontrandosi con le idee politiche della classe dirigente siciliana e provocando notevole preoccupazione nel Governo sardo.

 

Massimamente esemplificativo di tale complessa situazione, è il documento pubblicato di seguito. Si tratta di una lettera del Governatore della Provincia di Palermo indirizzata a tutti i Comuni amministrati e alle Magistrature civili.

La lettera circolare è datata 20 ottobre 1860, giorno precedente lo svolgimento di quel frettoloso Plebiscito senza alternative che porterà “legittimamente” la Sicilia nel Regno d’Italia. Il documento testimonia il tentativo del Governo dittatoriale di combattere la corruzione ed i tanti abusi ed iniqui privilegi della classe dirigente siciliana, evidenziando quanto profondi e diffusi fossero gli egoistici interessi politici che animavano i finti rivoluzionari siciliani e la loro opposizione passiva.

 

Il testo è a tratti drammatico, specie nella parte in cui ci da conto dei fanciulli morti di stenti negli orfanotrofi e degli ammalati che non andavano a ricoverarsi nei nosocomi ove si stava peggio che a casa. E’ estremamente significativo la dove evidenzia che si continuava a riscuotere alcune imposte per “testatico” ovvero pro capite e non, come decretato, per ruoli che differenziassero la “capacità contributiva”, con grave danno dei poveri e vantaggio dei ricchi. E ancora quando stigmatizza gli eccessivi ribassi negli appalti che determinavano il non poter neanche sfamare gli ammalati ricoverati negli ospedali così come appunto i tanti orfani ospitati negli istituti sottratti alla gestione degli Ordini religiosi “prontamente” nazionalizzati dal Dittatore.

 

La parola al Governatore della Provincia, Duca di Cesarò, che pur non volendo essere troppo esplicito, lascia trasparire ben più di quanto scrive:

 

“Il Segretario di Stato dello Interno con foglio dato a 10 del corrente mese n. 2422 mi ha scritto quanto segue.

Più il governo s’inoltra nella via delle riforme, più è costretto a deplorare i tristi effetti dì un passato fecondo di abusi e di disordini. Questa dolorosa verità non è certamente sfuggita allo zelo illuminato dei signori Governatori e di quanti vanno pre­posti alla cosa pubblica. Io quindi non ho d’uopo distendermi nei particolari dei tanti mali cui è mestieri riparare. Però quantunque possa bastarmi il segnalarli alla loro attenzione, non so ristarmi di far parola di quelli che più da vicino riguardano la civile amministrazione, cardine e base, della pubblica prosperità.

La riscossione delle imposte civiche che formano la risorsa principale delle aziende comunali, era voto di legge che fosse collocata in appalto.

Ora non vi ha ch’ ignori come invece di appalto ricorrevasi quasi sempre all’odioso metodo di ruoli quanto a dire di una tassa testatica, la quale gravando principalmente le classi più

misere, lasciava immuni gli uomini influenti e gli agiati.

Era questa una causa perenne di gravi doglianze, pei favori ingiusti che gli uni ottenevano a danno degli altri.

Con altra circolare di questo Dicastero, parlando dei monti frumentari, fu notato come questa istituzione, destinata a sollievo dei poveri agricoltori, era divenuta sotto la passata  Signoria una speculazione di pochi che vantaggiavansi del capitale frumentario del monte a danno degl’infelici, cui era specialmente dedicata.     

Io attendo su di ciò il sollecito adempimento di quanto fu disposto con la precedente circolare.

La nuova legge municipale lascia liberi i comuni di disporre delle proprie risorse.

Nello esercizio di cotesta facoltà non so raccomandare abbastanza la maggiore economia ed il saggio impiego dei mezzi di cui dispongono. Anziché sprecare il denaro pubblico in feste ed in cose di poca o niuna utilità, vuolsi destinarlo, dopo sodisfatti i pesi di giustizia, ad opere di una importanza effettiva, sopratutto in opere pubbliche, e nella costruzione di nuove strade, che mettendo in comunicazione varii paesi fra loro, diano libero sbocco ai prodotti, e siano sorgente di vera prosperità.

Mi è d’uopo inoltre far parola dei pubblici stabilimenti. La moria immensa de­gli infelici trovatelli esposti alla ruota di projezione è un fatto pur troppo doloroso; gravi inconvenienti sperimentansi pure ne­gli ospedali destinati ad accogliere l’umanità sofferente.

In taluni di essi la somministrazione delle medicine e degli alimenti non è qual si conviene, ciò che spiega la ripugnanza dei poveri ammalati a cercare un ricovero in quei luoghi di pubblica carità, comeché la loro condizione a ciò gli obligasse.

Il Governo si propone ordinare una inchiesta su questi inconvenienti, non escluso quello, derivante dal sistema degli ap­palti, i quali pei grandi ribassi illusorii con che spesso vengono stabiliti, sono sorgente inesausta di frodi a danno dei miseri infermi.

Io non ho fatto che toccar di volo ta­luni dei mali a riparare.

Il Governo si è imposta la missione di riordinare sopra basi migliori le pubbliche amministrazioni; ma per lo adempimento di questo compito ha d’uopo della efficace cooperazione di quanti intendono della cosa pubblica.

Essi meglio d’ogni altro conoscono da vicino lo stato dei vari rami di servi­zio, e quindi sono in grado di rilevarne gli inconvenienti ed i mezzi proprii  per ovviarvi.

Mi attendo perciò dal loro patriottismo e dallo zelo, onde sono animati, che diano quei provvedimenti o presentino al Governo quelle proposizioni, che possano far conseguire uno scopo di tanta importanza.

Il soprainserito foglio accenna ad inconvenienti troppo veri. Nel desiderio di vederli rimossi non verrò meno alla parte che mi riguarda la quale potrà avere buon ri­sultamento se le autorità municipali, primi ed ora liberi agenti nell’amministrazione dei Comuni, presteranno come io me lo attendo con operosità e con zelo.

Partecipi Ella quest’ officio ai Consiglio Civico, provochi le di costui proposizioni su lo immegliamento dei già notati e di qualunque altro ramo di servizio di sua competenza, e me le trasmetta con appo­siti separati rapporti per i provvedimenti che potranno assicurare più speditamente il benessere dei Municipio ch’Ella amministra.”

Il Governatore

Duca di Cesarò

 

Questa dunque la situazione il giorno prima del Plebiscito. Le disposizioni dittatoriali costituiscono certamente una legislazione “rivoluzionaria” e d’emergenza dispiegata in via d’urgenza ed applicata in un breve periodo, e questo ne spiega i limiti politici e di realizzabilità concreta, aggravati dalla “resistenza sociale” incontrata. Va comunque evidenziato che nel periodo successivo, durante la Luogotenenza e poi con l’effettiva unità d’Italia, buona parte dei provvedimenti dittatoriali garibaldini vennero riformati o abrogati, così come venne reintrodotta la tanto odiata tassa sul macinato.    

 

Infine una riflessione è utile in merito alla congruenza ideologica, politica e sociale, tra la legge, coloro che sono chiamati ad applicarla e il popolo in quanto soggetto finale della sua applicazione. Non sempre una legge astrattamente “giusta” e adottata per il bene e la tutela dei cittadini viene accolta favorevolmente dai destinatari.

Un esempio per tutti: Garibaldi qualche giorno dopo il suo ingresso a Napoli, precisamente l’11 settembre 1860, vietò per Decreto il gioco del lotto perché lo riteneva un modo iniquo ed immorale di arricchire l’Erario disonestamente, rendendo ancor più poveri i ceti più bisognosi. Il Decreto stabiliva che a far data dal 1 gennaio 1861, il gioco del lotto avrebbe avuto termine. Questo fu l’unico decreto garibaldino disapprovato dal popolo.

Partito Garibaldi, i rappresentanti del Fisco napoletano illustrarono al Luogotenente di Vittorio Emanuele le gravi perdite di introito per l’Erario che avrebbe determinato l’applicazione del decreto dittatoriale.

Con Decreto Luogotenenziale del 10 dicembre 1860, l’efficacia del Decreto di Garibaldi venne sospesa sine die e così il gioco del lotto rimase in vigore senza alcuna interruzione, rimpinguando le casse del nuovo Re, e perpetuando fino ad oggi questa subdola tassa sulla povertà e sulla speranza, ma si sa … pecunia non olet. E forse neanche la storia ha odore né risulta comprensibile se non viene letta tenendo conto delle debolezze umane che immutate attraversano il tempo.