In occasione dell’anniversario dei moti siciliani del 12 gennaio 1848 che infiammarono l’Europa, dando il via ad una serie di esperienze rivoluzionarie e democratiche, pubblichiamo un articolo sull’argomento, già apparso su questa testata qualche anno fa.
Una rivoluzione vera
In un precedente scritto, si è fatto cenno al perdono sempre generosamente concesso dai Borbone, ai “Nobili pentiti” di tutte le rivoluzioni.
Poiché l’argomento ha suscitato interesse e diversificate reazioni, tra sorpresa e curiosità, ritengo utile affrontare questo particolare aspetto, con l’ausilio di alcuni interessanti documenti, cogliendo l’occasione per una riflessione su alcune peculiarità del Governo dell’Isola nel periodo rivoluzionario.
La rivoluzione del 1848/49, ebbe fine in Sicilia con la riconquista militare dell’Isola da parte di Carlo Filangieri, Principe di Satriano e Duca di Taormina, che ricoprì di seguito l’incarico di Luogotenente del Re.
La riconquista dell’Isola fu facilitata dal fatto che il Principe di Satriano era stato accolto dalla classe nobiliare, dal Clero e dai notabili, come il restauratore di un ordine sociale gravemente turbato durante i sedici mesi del Governo rivoluzionario.
Effettivamente nel periodo rivoluzionario, il Governo non riuscì a garantire adeguatamente l’ordine pubblico. La vecchia polizia, in genere di fede borbonica, venne azzerata e non si riuscì a sostituirla adeguatamente: tanto è vero che in sedici mesi vennero cambiati sette ministri di Polizia.
La Guardia Nazionale rivoluzionaria era un Organo frammentato e disorganizzato, quanto arrogante, e si palesò incapace di mantenere l’ordine, non riuscendo a porre in essere un adeguato contrasto alla criminalità. Risultò difficile, quando non impossibile, l’esazione delle tasse.
La sicurezza delle persone e dei beni non venne per nulla garantita nelle città, dove le vendette contro i lealisti continuarono per mesi, né tanto meno nelle campagne dove imperversavano le compagnie d’arme e “le squadre”.
Il Governo rivoluzionario intraprese da subito la strada di una legislazione radicale che minava il fondamento del potere feudale della nobiltà, contemporaneamente ad una continua ricerca di fondi, nel tentativo non riuscito di creare un esercito da contrapporre a Ferdinando II.
Trascorso qualche mese, i nobili e le gerarchie ecclesiastiche si accorsero del grave errore commesso nell’appoggiare la rivoluzione, poiché videro concretamente ed immediatamente minacciati i loro beni e le loro prerogative, nonché svanire il loro secolare potere.
Risultarono esiziali alcuni provvedimenti economici: il Prestito forzoso, la confisca dei beni delle Chiese, dei Gesuiti e dei Liguorini e la “Non tollerabile” tassazione delle rendite del Clero.
Per questi motivi, gli attori principali della restaurazione, furono sostanzialmente gli stessi che quella rivoluzione avevano voluto o quanto meno favorito.
Segno evidente del collasso del Governo rivoluzionario dell’Isola, è la circostanza che occupata facilmente Catania dall’esercito del Principe di Satriano, partì da Palermo una deputazione che gli consegnò le chiavi della città in segno di sottomissione, invocando la clemenza sua e del Re Ferdinando II.
Risulta chiaro che la rivoluzione del 1848 nacque da un’idea di indipendenza dell’Isola e dall’avversione per i Borbone, cui la Sicilia e la sua nobiltà erano stati sostanzialmente fedeli fino all’invisa unificazione istituzionale nel Regno delle due Sicilie ed alla conseguente riforma amministrativa.
Si dipana appunto dal 1816 la sequenza di quattro rivoluzioni che culmineranno nell’implosione del Regno e nella sua caduta a fronte dell’inconsistente spedizione garibaldina. L’unificazione dei due Regni era inaccettabile per i siciliani e una dinastia che aveva giurato e spergiurato sul Vangelo e sulle Costituzioni, non appariva più credibile.
Una Repubblica in cerca di un Re
Un aspetto preminente dell’esperienza rivoluzionaria, è da identificare nella circostanza che in quei sedici mesi la Sicilia si auto governò in forma sostanzialmente repubblicana.
Ma il problema della difesa militare dalla reazione borbonica e la complessa situazione politica internazionale, fecero si che la formula parlamentare rivoluzionaria, chiamasse comunque al trono un re “da parata” per usare la definizione di Raffaele De Cesare, del quale serviva la spada e non lo scettro.
Il ripristino della costituzione del 1812, con alcune varianti di adattamento, accentuava il sostanziale carattere parlamentare e repubblicano del Governo provvisorio, ancor più chiaro nell’istituzione di una Camera di pari elettivi e temporanei, svuotata di ogni potere reale.
Si era di fatto delineata una Monarchia costituzionale a sovranità limitata: un Regno che rimase senza un Re, un regime a preminenza parlamentare che tendeva ad allargare il suo potere ed il suffragio popolare, ed il cui obiettivo primario era di fatto la fine del sistema politico economico feudale e la spoliazione delle Istituzioni ecclesiastiche.
Gli artefici della rivoluzione siciliana, erano uomini proiettati verso un disegno politico già affermato in Europa, che la Dinastia borbonica non riusciva a comprendere, concentrata com’era sulle questioni interne del Regno, ossessionata dalle ripetute rivolte.
I Borbone pur presenti coi loro ambasciatori nelle grandi Corti europee, vivevano in un isolamento politico concettuale che li poneva al di fuori delle dinamiche internazionali: il loro progetto politico era il mantenimento dello status quo. Poche le riforme tentate e realizzate, se si esclude il positivo retaggio amministrativo e tecnico dell’epoca dei napoleonidi.
L’Europa delle Nazioni transitava definitivamente dal medioevo alla modernità. Le idee poste a base della rivoluzione francese e delle innovazioni culturali, amministrative e sociali, apportate dall’epoca napoleonica in tutto il Continente, avevano lasciato un segno indelebile nella storia e tracciato un futuro ineluttabile, dove non vi era posto per l’assolutismo di monarchie non costituzionali.
I Borbone continuavano a concedere e revocare Costituzioni, senza avere un progetto politico, se non quello di perpetuare più a lungo possibile un regime assoluto e feudale ormai fuori dal tempo. Anche in questi limiti di pensiero e di progettualità politica, si sostanziano i motivi dell’implosione del Regno.
La Dinastia non ebbe senso della realtà e del tempo, non prestò alcuna attenzione agli avvenimenti internazionali che già nettamente delineavano, nel bene e nel male, un’Europa delle Nazioni. Pensava ai propri confini come ai contorni intoccabili di un potere assoluto, esposto solo minacce interne da reprimere militarmente.
Durante la prima restaurazione, mentre venivano soffocate nel sangue le istanze giacobine, senza comprenderne la portata politica e sociale, diventava preminente perfino la superstizione di Ferdinando, e così San Gennaro, Comandante in capo dell’esercito duosiciliano, accusato di aver preso le parti dei repubblicani, per l’avverarsi del miracolo della liquefazione del sangue, venne degradato e privato del comando a favore di San Francesco di Paola.
Il Vescovo e martire venne subito riabilitato, quando il Re venne a conoscenza del fatto che il generale Championnet aveva promesso di tagliare la testa al clero capitolare al gran completo, nel caso in cui San Gennaro non si fosse prontamente schierato coi rivoluzionari, liquefacendo ipso facto il proprio sangue.
Diverso senso della realtà avevano Ruggero Settimo, Mariano Stabile, Vincenzo Fardella, Giuseppe La Farina e gli altri, che insieme tentarono di percorrere la via di una nuova indipendenza dell’Isola, una nuova stagione di autogoverno destinata a fallire per le contraddizioni intrinseche con la situazione politica della Penisola e con gli equilibri internazionali. Ma la loro esperienza non fu vana perché riaffermarono l’esistenza e la specificità di una nazionalità siciliana, rappresentando idee moderne e democratiche, che travalicheranno l’unità d’Italia e la cui ultima eco sarà lo Statuto speciale dell’Isola.
Tennero alto l’onore delle idee illuminate di tanti siciliani; rinunciarono a qualsiasi compenso o riconoscimento e continuarono la loro opera durante gli anni dell’esilio.
Dunque, di fatto e non di diritto, nel periodo rivoluzionario l’Isola fu governata in forma sostanzialmente repubblicana parlamentare, anche se il Parlamento ed il “Presidente del Regno” Ruggero Settimo, si pronunciarono subito per la chiamata al trono di un principe italiano.
Che il Parlamento rivoluzionario sentisse questa esigenza quale elemento giuridicamente imprescindibile e fondante, è da escludere: la continuità istituzionale e giuridica surrettiziamente richiamata da Ruggero Settimo, era quella con la plurisecolare corona normanno/aragonese dell’Isola, soppressa a seguito dell’unificazione con quella del Regno di Napoli nel 1815, motivo principale della rivoluzione e dell’appoggio che la nobiltà le aveva, in un primo momento, conferito. La rappresentatività era garantita dal Parlamento elettivo.
Per una precisa percezione del concetto di rappresentatività del Parlamento, è opportuno ricordare che l’elettorato attivo era esercitatile a fronte di un reddito di 24 Ducati e quello passivo in presenza di un reddito di 240. Risulta evidente quanto limitato fosse il suffragio in Sicilia, così come nella maggior parte delle monarchie costituzionali contemporanee e quale fosse il concetto di “democrazia” espresso da quelle società.
E’ lecito chiedersi perché il Parlamento siciliano rivoluzionario secessionista, non proclamò la Repubblica siciliana (come Roma e Venezia) e perché in alternativa, non offrì la corona dell’Isola ad una delle tante antichissime famiglie nobili siciliane.
Il problema si poneva in termini politici e militari, e pertanto risultava necessario scegliere un principe che avesse forza politica in Europa e soprattutto un esercito.
La scelta dei Savoia garantiva la benevolenza di Francia e Regno Unito, o quanto meno la loro neutralità, ed era preordinata a preservare l’indipendenza dell’Isola con un’efficace difesa contro la reazione di Ferdinando II che sicuramente avrebbe inviato il suo esercito per la riconquista dell’Isola, come poi avvenne.
La profilata ipotesi di un assorbimento della Sicilia tra i possedimenti inglesi, o di un protettorato inglese sull’Isola, pur proposta da alcuni parlamentari alla Corona del Regno Unito, era osteggiata sia in Gran Bretagna che in Francia, ma soprattutto nell’Isola.
La nobiltà siciliana, quella stessa che aveva votato la decadenza dei Borbone, additati come usurpatori, ora temeva ed a ragione, di essere fagocitata dall’impero inglese, i cui cospicui interessi economici nell’Isola costituivano una pericolosa premessa.
Ma a fronte del diritto all’indipendenza invocato dal Parlamento, della dichiarata decadenza dei Borbone e dei tentativi di Ruggero Settimo di affermare una continuità storica legittimante, con l’antico Regno Normanno/Aragonese di Trinacria, vi sono i fatti che invece delineano una tesi alquanto diversa.
Ed i fatti indicano che la Sicilia in quei sedici mesi, pur con i limiti del suffragio sopra richiamati, fu retta in forma democratica, repubblicana e parlamentare, come coerentemente testimoniano gli atti posti in essere. Non vi fu un riconoscimento internazionale del nuovo status dell’Isola e soprattutto non si realizzò la restaurazione di una Corona siciliana, che avrebbe avuto quale elemento indispensabile, la presenza di un Re eletto.
Infatti, anche se il 10 luglio 1848 il Governo rivoluzionario elesse re di Sicilia Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia, col nome di Alberto Amedeo I di Sicilia, questi rinunciò al trono, ufficialmente per non abbandonare l’esercito piemontese impegnato nella guerra d’indipendenza. Alcuni storici ritengono che la rinuncia ebbe tra gli altri motivi, come quello di non ostacolare il disegno, già delineato, dell’unità nazionale italiana da edificare sotto le insegne del padre Carlo Alberto, e poi del fratello maggiore Vittorio Emanuele.
Rilievo non secondario, nella rinuncia del duca di Genova, ebbero verosimilmente le dichiarazioni costituzionali del Parlamento siciliano, che di fatto limitavano profondamente le prerogative della monarchia.
Il coacervo degli avvenimenti sopra ricordati, ebbero un notevole peso sullo schieramento dei nobili siciliani e prescindendo dai fatti militari, vi è motivo di ritenere che la fine della rivoluzione abbia avuto tra le sue principali cause appunto la rinuncia del Duca di Genova, e quindi il defilarsi dei Savoia e l’incombenza dello strapotere inglese, già economicamente e militarmente presente fin dall’epoca pre napoleonica, la cui flotta ricordiamo non aveva mai lasciato i principali porti dell’Isola.
Ma la causa principale della polverizzazione della rivoluzione siciliana, è da identificare nella paradossale nuova situazione politica interna, nella quale la stessa classe nobiliare che aveva appoggiato la rivoluzione, si sentiva ora minacciata dalla nuova legislazione che minava secolari privilegi ed il fondamento stesso del suo potere economico, ovvero il latifondo.
Giocò un ruolo importante anche la posizione delle alte gerarchie ecclesiastiche, che non potevano accettare supinamente la spoliazione dei beni della Chiesa e degli Ordini, che il Parlamento rivoluzionario aveva subito posto in essere.
Nei fatti il meccanismo Parlamentare rivoluzionario, toglieva alla Camera dei Pari, elettivi e temporanei, ogni potere di intervento legislativo. Come vedremo nelle stesse suppliche di seguito riportate, la nuova formula parlamentare del Comitato misto, determinava una distorsione: qualora le due Camere, dei Comuni e dei Pari, fossero state in disaccordo su un provvedimento, e lo furono sempre, la decisione finale finiva per essere quella adottata dai Comuni.
Infatti, pur essendo composte le Camere dallo stesso numero di Parlamentari, risultava decisivo il voto del Presidente di quella dei Comuni che faceva parte e presiedeva il Comitato misto, cui era appunto riservato questo diritto di voto qualificato e non un ruolo super partes.
Pertanto, tutte le volte che la Camera dei Pari esprimeva un voto contrario a quella dei Comuni, era il Presidente dei Comuni che decideva con il suo voto.
Quella siciliana del 1848, fu una rivoluzione autentica. Si profilò il disegno di una monarchia costituzionale a sovranità limitata, aggiornando sia la Costituzione del 1812 che quella del 1820, tenendo conto di quella francese del 1814. Si delineava insomma una sovranità popolare e una rappresentatività parlamentare diffusa: la sovversione del regime precedente, come si conviene alle rivoluzioni vere, lo spostamento della sovranità dalla monarchia al popolo, attraverso il Parlamento elettivo.
Non vi fu il tempo per compiere il percorso previsto e verosimilmente giocò ancora una volta un ruolo determinante il non coinvolgimento delle masse popolari: proletari, artigiani e piccoli borghesi che rimanevano esclusi dal voto, cui non si conferiva quella sovranità che sarebbe comunque risultata inutile, se non accompagnata da un oggettivo miglioramento delle condizioni economiche e sociali, che non ci fu il tempo di iniziare.
Ancora una volta in Sicilia, la rivoluzione non riusciva a coinvolgere la popolazione. Lo prova l’impossibilità di costituire un esercito di coscritti: la mancanza di un consenso diffuso, se non l’estraneità delle masse ai processi di riforma, sarà infatti determinante per la fine della rivoluzione del 1848.
La rivoluzione scontò anche la poca esperienza di governo dei suoi pur illuminati fautori, che non riuscirono a tenere l’ordine pubblico e le finanze, a decretare la leva, a mantenere un equilibrio pragmatico che evitasse di far diventare nemici della causa rivoluzionaria la nobiltà e la Chiesa, due elementi imprescindibili nell’esercizio del potere. Né riuscì a coagulare attorno a se le forze della grande borghesia e la popolazione.
L’Amnistia generale: gli esclusi
La fine della rivoluzione poneva subito il problema della riconciliazione nazionale e l’Amnistia generale, anche questa volta, non si fece attendere. Pochi gli esclusi e per evidenti motivi, la maggior parte dei quali andarono in esilio: alcuni rientreranno nell’Isola a seguito dell’invasione garibaldina.
Questo è il testo dell’atto di esclusione dall’Amnistia generale:
Ritornata la Commissione composta dagl’infrascritti individui che da questo Municipio fu nello scorso giorno spedita a S. E. il signor Principe di Satriano residente in Misilmeri ha fatto il seguente rapporto col quale ha annesso un notamento originale di tutte le persone che vanno escluse dalla generale amnistia.
Palermo 11 maggio 1849.
SIGNOR PRETORE
In discarico della nostra missione affidataci lo scorso giorno, dopo gravissimi stenti ebbimo il bene di ottenere da S. E. il Principe di Satriano il notamento distinto di tutte le persone che debbono intendersi escluse dall’amnistia generale, che originalmente le accludiamo.
La Commissione
Camillo Milana parroco di S. Croce
Andrea Patorno
Bartolomeo Faja parroco di S. Nicolò la Kalsa
Raffaele Tardi
Michele Artale
Salvatore Piazza
Giuseppe Auriemma
Vincenzo Grifone
Nomi di coloro i quali vanno esclusi dall’amnistia del general perdono che S.M. il RE N. S. concede a’ suoi sudditi Siciliani pubblicati dal Tenente Generale il Principe di Satriano nel real nome il 22 aprile 1849 in Catania e 7 maggio detto anno in Misilmeri.
1. Ruggiero Settimo
2. Duca di Serradifalco
3. Marchese Spedalotto
4. Principe di Scordia
5. Duchino della Verdura
6 D. Giovanni Ondes
7 D. Andrea Ondes
8 D. Giuseppe la Masa
9. D. Pasquale Calvi
10. Marchese Milo
11. Conte Aceto
12. Abbate Sacerdote Ragona
13. Giuseppe la Farina
14. D. Mariano Stabile
15. Vito Beltrani
16. Marchese di Torrearsa
17. Pasquale Miloro
18. Cav. D. Giovanni S. Onofrio
19. Andrea Mangerua
20. Luigi Gallo
21. Cav. Alliata quello spedito in Piemonte
22. Gabriele Carnazza
23. Principe di S. Giuseppe
24. Antonino Miloro
25. Antonino Sgobel
26. D. Stefano Seidita
27. D. Emmanuele Sessa
28. D. Filippo Cordova
29. Interdonato il così detto deputato
30. Piraino di Milazzo
31. Arancio Pachino
32. D. Salvatore Chindemi di Catania
33. Barone Pancali di Siragusa
34. D. Giuseppe Navarra di Terranova
35. D. Giacomo Navarra di Terranova
36. D. Francesco Cammarata di Terranova
37. D. Carmelo Cammarata di Terranova
38. D. Gerlando Bianchini di Girgenti
39. D. rilariano Giojeni di Girgenti
40. D. Francesco Giojeni di Girgenti
41. D. Giovanni Granitto di Girgenti
42. D. Francesco de Luca di Girgenti
43. D. Raffaele Lanza di Siragusa.
Misilmeri 11 maggio 1849
Il Tenente Generale, Comandante in capo il corpo di Esercito della Reale Squadra
Firmato PRINCIPE DI SATRIANO
Il Municipio si affretta rendere noto tutto ciò al pubblico per la intelligenza.
Palermo 11 maggio 1949
Per il Pretore: Antonio Chiaramonte Bordonaro
La ritrattazione dei Pari e Deputati di Sicilia
Ristabilita l’autorità di Ferdinando II in tutte le Valli dell’Isola, i nobili ed i Deputati del Regno si affrettarono, a prescindere dal “perdono” già intervenuto per mezzo della generale Amnistia subito concessa, e dalla quale, abbiamo visto, pochi furono gli esclusi, a implorare la clemenza del Re o meglio la sua “benevolenza”.
Vi era un atto, tra quelli che erano stati adottati dal Parlamento rivoluzionario, che aveva creato una profonda frattura tra la monarchia ed i nobili e notabili siciliani: la decadenza della dinastia dei Borbone, dichiarata all’unanimità nella seduta del 13 Aprile 1848.
La premessa necessaria alla normalizzazione dei rapporti con la monarchia e alla conservazione dei privilegi dei singoli, era la sconfessione di tale atto, cui il lungimirante Principe di Satriano lavorò assiduamente al fine di creare le premesse di un ritorno dell’Isola alla normalità.
Centinaia furono le ritrattazioni scritte, alcune arricchite da puerili quanto incredibili giustificazioni: talvolta perfino indignitose e umilianti anche per chi le legge a distanza di 160 anni.
La gravità dei contenuti delle suppliche e la insincera prostrazione e fedeltà dichiarate, non sfuggivano agli stessi autori. Ed infatti le pagine contenenti le trascrizioni delle suppliche, allibrate negli atti ufficiali del Regno, sono state meticolosamente stracciate da ignoti, dopo l’arrivo di Garibaldi, quando buona parte dei suddetti nobili e notabili, si schierarono, a cose fatte, con i rivoluzionari e con i Savoia. I pochi originali degli atti di ritrattazione esistenti, guarda caso, si trovano a Napoli.
Annotiamo comunque che la insincerità della nobiltà siciliana, faceva il paio con quella della Dinastia che più volte aveva appunto spergiurato e disatteso tante promesse.
Di seguito riportiamo, cercando di dare voce ai diversi aspetti della vicenda, una selezione di dichiarazioni che per la loro significatività, ben rappresentano lo spirito con cui la classe dirigente siciliana cercava di giustificare il fallito tentativo di affrancarsi dai Borbone.
La viva voce dei “rinnegati”, palesa efficacemente le motivazioni politiche che convertirono la nobiltà ad una veloce marcia indietro, ovvero l’essere sfuggito loro di mano il controllo del Parlamento rivoluzionario e dunque della rivoluzione stessa.
“SACRA REAL MAESTÀ
Sire,
il frutto dei passati sconvolgimenti politici non è stato per tutta Sicilia che il furto e la intera depauperazione.
Ogni buon cittadino, tutt’uomo onesto (sic) che per principii e per dovere era rispettoso alla vostra Sacra Persona ed ubbidiente alle vostre leggi, era obbligato dalla forza ad agire contro il proprio pensiero.
Una lunga serie di fatti pubblici, che nel corso di sedici mesi di perfetta anarchia, giornalmente si osservano, fanno chiaramente vedere che l’uomo onesto, l’uomo devoto alla vostra Dinastia, era assalito nel suo tetto, spogliato interamente, ed alle volte impunemente trucidato, e quindi gli era forza di tacere, ed obbligato dalla forza a manifestare la sua adesione contro la propria opinione.
La formola rivoluzionaria del Comitato misto, ove le Camere non erano d’accordo, preponderava sempre a favore dei Comuni; dappoiché quantunque dello stesso numero i componenti delle due Camere, vi era addipiù il Presidente dei Comuni con voto, che faceva parte e presiedeva nello stesso Comitato misto; come in fatti tutte le volte che la Camera dei Pari rigettava il messaggio, nella parità dei voti del Comitato misto, il Presidente dei Comuni decideva la questione, per cui la contraria opinione dei Pari era sempre rifiutata.
Non vi è dubbio che l’Atto della Decadenza, ove non si volesse esaminare il modo e la forza usata per trascinarci a quest’atto illegale, ci farebbe avere la taccia di sudditi ingrati, che hanno mancato ai doveri di fedeltà verso il proprio Monarca. È regolare che tutto si metta in chiaro, perché ognuno possa da sé stesso rimanere ben persuaso, che non mai per la libera opinione e volontà si divenne ad un atto così insussistente.
Il giorno 13 aprile 1848 si sciolse la Camera alle ore 5 p.m. ed ognuno era ritornato nel seno della propria famiglia per godere un momento di riposo, un momento di tranquillità, unico conforto che in quei giorni di sommo trambusto l’uomo onesto trovava.
Non erano scorsi che pochi minuti allorché fummo obbligati a ritornare nella Camera, ignorandosene il motivo. Si temeva della propria esistenza.
Quando arrivati nella via di San Francesco, dove era per l’appunto il locale delle riunioni delle Camere, s’intesero delle grida spiccate da una folla di persone armate, che a stento permettevano il passaggio; i corridori, e le ringhiere delle Camere occupate erano intieramente.
S’ignorava fino a quel momento l’oggetto che doveva trattarsi, quando il Capitano di Ambasciata annunziò di essere la Camera in numero legale, e sul momento si presentarono alcuni deputati della Camera dei Comuni, consegnando al signor presidente una deliberazione già presa da quella Camera.
Eravamo tutti nella massima perplessità, non sapendosi il contenuto di quel messaggio, del quale datasene lettura, si apprese con stupore essere la macchinata deliberazione della Decadenza.
Si voleva da alcuni manifestare qualche ragione per non aderire a quest’atto per tutti i modi illegale: ma sopraffatti dalle grida di tutti gli astanti nelle ringhiere, non fu permessa la menoma discussione, mentre tutti concordemente imponevano ad alta voce di annuire, minacciando la vita.
Quale asilo vi era in quel cimento per esimersi dal far palese la nostra adesione, allorché fu impedito colla massima resistenza ad ogni componente di potersi allontanare, se prima non si fosse la Camera uniformata al messaggio ricevuto? L’indomani si trovò nella Camera il verbale, e con atto rivoluzionario fummo obbligati i presenti a munirlo della firma.
Per quelli ch’eravamo lontani, ancorché non fossimo intervenuti alla seduta, fummo al domicilio forzati per firmare la deliberazione.
Di un atto consumato con tanta violenza non può darsene a noi la colpa.
Il delitto sta nella volontà; ove questa non concorre, e che la forza vi obbliga ad agire diversamente dalla volontà, non vi è colpa, né può riputarsi delitto.
Questa enarrazione di fatti generalmente noti contesta la verità dello esposto.
Poteva mai da noi soli farsi fronte a tanta gente armata, mentre non vi era forza che potess’essere di scudo a sostenere la nostra volontà?
Sarebbe stato un passo molto imprudente il perderci la vita, senza ottenere alcun vantaggio.
V. R. M. che con tanta clemenza e paterna affezione si è sempre degnata di colmarci di munificenza, in vista del nostro fedele attaccamento alla vostra Sacra Persona, ed a tutta la Real Famiglia, saprà nella sua somma saggezza ben ponderare le nostre esposte ragioni, ed accogliere le nostre discolpe.
Nessun timore, nessun dubbio ci fa oggi apertamente dichiarare di volere essere governati da Ferdinando II, Re del Regno delle Due Sicilie, e dalla sua Dinastia, e di essere pronti a sostenerla, e protestandoci di non essere menomamente concorsa la nostra libera volontà nell’adesione di quell’Atto per ogni modo illegale, ma di esservi stati portati con tutta la possibile violenza.
Sicuri quindi che V. R. M., convinta del nostro fedele attaccamento, sarà per raccogliere colla sua innata clemenza questa nostra sincera e vendica manifestazione con cancellare dal suo benefico cuore qualche idea di sospetto sulla condotta da noi tenuta, a’ piedi del vostro Real Trono ci protestiamo”.
Seguono una trentina di firme.
In altra supplica si evidenzia “l’inutilità” di un sacrificio:
“… Ma, Sire, qual via di scampo offrivasi allora ai collocati in quel misero stato? Rinunziare alla Paria dopo la dominazione dei Comuni, l’elezione dei riprestinati Pari, era un fare atto di fatale opposizione contro chi poteva ed aveva osato ogni cosa; era un designarsi infruttuosamente e senza asilo pei presenti, al facilmente incitabil odio di una affascinata moltitudine.
E d’altra parte a che avrebbe riparato il martirio dei nuovi eletti? Allora nella Camera, lo ripetiamo, l’opera parlamentaria era compiuta, Rappresentanti e Pari l’avevano già consumata. Pure i fatti posteriori meglio di ogni parola qualificano i precedenti. Quali furono la condotta, le idee, le tendenze de’ già Pari elettivi?
Basti il dire in quindici interminabili mesi di reggimento rivoluzionario, quando noti ed ignoti erano a fascio chiamati al Ministero, niun di loro fu mai, nonché assunto, ma né ad esso invitato. E non di meno, poiché il voto di due Camere legislative era solennemente concorso alla loro elezione, è a presumere aver collocate fra essi più di un’assennata capacità.
Ma agli occhi di una fazione, che non vive se non di sistematica esagerazione, non ha alcun peso quel merito che non sia stemperatezza di voti, esaltazione, fanatismo. Né questa volta, a dir vero, andava errata, che i già Pari temporali elettivi di ben altro amore amavano il paese, né sapean per esso vedere che sciagure, ruine, e turpe assoggettamento, ove dal suo Re e dalla legittima Dinastia si dipartisse.
… Ecco i già Pari temporali elettivi a piè del Real Trono in quel rigore di verità, siccome sarà per giudicarli la storia. Pur tali quali essi sono, non dissimulano a se medesimi il grande uopo (sic) in che stanno della Clemenza Sovrana per sentirsi sicurati nella coscienza di fedele suddjtezza (sic).
Ma il nipote di san Luigi e di Enrico IV ha già dimenticato fatti più gravi, perché abbiano a sconfidare i sottoscritti non voglia ora far scendere su loro la magnanimità che oblia, e la grazia che riconforta.
Umilissimi, devotissimi sudditi”
Seguono firme
Forse ancor più interessante un’altra supplica, corredata dalle motivazioni personali addotte dagli interessati.
“SACRA REAL MAESTÀ
Cessata oramai per la Divina Grazia la oscillazione politica, che per ben sedici mesi travagliò Sicilia tutta, riputiamo nostro dovere rassegnare alla M. V. quanto segue.
Sin dal principio delle passate vicende non vi era alcuna circostanza che potesse incoraggiare i suoi fedeli sudditi, ed Ognuno che riputato era alla M. V. attaccato, dovea tenere una condotta molto cauta e circospetta. La forma del Comitato misto in Parlamento era tale, che rendea nulla la Camera dei Pari, e ligia al volere di quella dei Comuni, come in varie congiunture si conobbe: che non ostante il dichiarato dissenso della prima, tanto nella seduta dell’intiera Camera, quanto di tutti i suoi membri nel Comitato misto, il volere di un solo, cioè del Presidente della Camera dei Comuni, decidea le più importanti e positive materie, che somma influenza avevano nello andamento del corso della rivoluzione; e moltissima ne ebbero nello sviluppo della stessa, in cui si ottenne nulla di bene, che anzi molte dispiacevoli Conseguenze.
Il giorno 13 aprile 1848, dopo lunga seduta parlamentaria, che era terminata alle ore 22, fummo inaspettatamente dopo pochi momenti che rifiniti eravamo tornati alle nostre case, chiamati nuovamente, e colla massima premura chiamati in Parlamento.
La ignoranza dell’oggetto per cui si chiamava, l’ora e la premura con cui fummo appellati, non ostante essere già sera, non ci fece mettere in dubbio di dovere andare. Ma che, o Sire?
Cominciava dalle strade che conducono a San Francesco, luogo delle sedute parlamentarie, a conoscersi che affare di sommo rilievo si doveva trattare, e nel quale molti prendevan parte.
Nello entrare e nel salire in Parlamento là folla delle persone era significante, e l’affluenza nelle ringhiere era della massima imponenza. Fin qui tutto destava grave timore, ma si era nell’ignoranza dell’oggetto della nostra straordinaria riunione accompagnata da sì imponente spettacolo.
Poco dopo venne un messaggio della Camera dei Comuni, recando la deliberazione di quella Camera sulla Decadenza.
Allo avviso dello stesso gli animi nostri, intimiditi di già vi si resero di più; scorgendo la importanza dell’oggetto ed il momento in cui dovea discutersi con una forza imponente che mostrando l’unità del suo pensiero toglieva l’adito a qualunque osservazione, che in omaggio alla M. V. ed alla regolarità si avesse voluto fare e ancor nel senso della patria stessa.
Tolto il libero arbitrio, in opposizione a quella libertà che come oggetto della rivoluzione si era proclamata, non era ad alcun permesso di fare delle osservazioni che nella sua coscienza avesse voluto fare anche per patrio bene. É principio inconcusso che ove non vi è libertà di volere, non vi è imputabilità.
Nostra opinione è stata, e sarà sempre di volere essere governati da V. M. (D. G.) e sua Dinastia.
Se ogni Siciliano, qualunque fosse stata la sua condotta politica, e anche privata, durante la Rivoluzione, dorme tranquillo all’ombra di quella generalissima Amnistia dalla clemenza della M. V. accordata, sicurissimi gl’infrascritti dei loro principii, non resta loro altro a sperare che la M. V. si degni allontanare dal suo benigno cuore qualunque sinistra idea sul loro conto, per essere stati necessitati a dare consentimento a degli atti senza loro libero arbitrio, e che voglia degnarsi reputarli quali sempre si vantano di essere.
Palermo, 12 novembre 1849
Umilissimi e devotissimi sudditi
GIUSEPPE LANZA, Principe di Trabia. Non intervenni nella seduta del 13 aprile 1848, ma in quella dell’indomani 14, quando erano firmati tutti che erano intervenuti nel giorno precedente; le ringhiere, gli aditi, le scale erano piene zeppe di gente; intesi delle proposizioni tali che, reluttante il mio animo, fui astretto a sottoscrivere mio malgrado.
CIANDRO EPIFANIO M. TURRISI, Vescovo di Flaviopoli. Non intervenne la sera del 13 aprile alla votazione della Decadenza; fu obbligato a sottoscriverla dopo un bimestre.
GAETANO STARABBA, Principe di Giardinelli. Sottoscrisse l’esecrando decreto per le minacce di fatto, a cui non poteva opporsi; però trascurò la firma qual procuratore del Principe di Alcontres da Messina.
DOMENICO SPADAFORA COLONNA, e Principe di Maletto. Firmò la carta di adesione all’atto di Decadenza del 13 aprile 1848, malgrado che non inteso mai nelle sedute, e perché preso da timore per un articolo scritto contro di lui nel giornale l’Indipendenza e la Lega. Più segna presente qual procuratore della Principessa di Belvedere.
FRANCESCO MARLETTA. Chiamato alla Camera dei Pari, come Pari temporale elettivo dopo molti giorni dal 13 aprile 1848, fui negativo alla iniqua votazione della Decadenza, e non sottoscrissi.
FRANCESCO Abate SALVO. Non intervenne allo ex Parlamento, ma per la imponenza di quei tempi fu rappresentato dal Principe di Lampedusa: disdice colla sua firma in ogni miglior modo l’Atto nefando di Decadenza, che il suo procuratore senza mandato di sorta poté firmare nel 13 aprile 1848.
Mons. D. VISCONTE M. PROTO cassinese, Vescovo di Cefalù.
Dichiaro di aver sottoscritto il nefando atto spaventato dalle minacce di vita; però non intesi aderire.
Sac. LUIGI VENTURA. Soscrivo per dichiarare che nella seduta del 13 aprile 1848 non vi fu libertà né nella discussione, né nella votazione, e quindi il Decreto, di cui sopra è parola, è per me irrito e nullo.
E con toni ancor più drammatici e preoccupati del severo giudizio della storia, non di quello umano e divino, “sino alla più tarda posterità”, altri impetravano il perdono del Re:
“SACRA REAL MAESTÀ
Signore,
penetrati dalla immensa responsabilità che sul capo dei colpevoli autori ha rovesciato l’improvvido e fatale Decreto di Decadenza proferito la notte del 13 aprile 1848, trepidi del severo giudizio della storia, che sino alla più tarda posterità ne spingerà l’orrore e l’esacrazione, noi qui sottoscritti ex Deputati della Camera dei Comuni sentiamo il dovere di umiliare ai piedi del Real Trono la più formale dichiarazione, che in nessuna guisa concorse il nostro libero arbitrio ad un atto imposto alla maggioranza della Camera dalle mene segrete, e dalla violenza di un pugno di demagoghi che nel silenzio e nel mistero ne ordirono l’infame disegno.
Noi non volemmo, poiché eccedeva i limiti del mandato ricevuto dagli elettori. Non volemmo, poiché non era desso il voto della nazione di cui eravamo gli interpreti. Il popolo attonito seppe e tollerò la gravità di questo politico misfatto, quando la fazione che lo avea strappato alle Camere, la bandiva quale suprema necessità di Potenze proteggitrici.
Noi non volemmo da ultimo, perché moderati per principii e per condotta, e solleciti del vero bene del paese rifuggivamo dal frapporre un abisso tra il Trono e i sudditi, dal rendere impossibile qualsiasi pacifico scioglimento.
Questa solenne manifestazione che il solo grido della coscienza ci detta, mentre servirà a giustificare la nostra condotta in faccia all’intera Sicilia, speriamo possa venire accolta dalla clemenza della M. V. cui Iddio ha affidato i destini e lo avvenire dell’Isola, quale irrefragabile argomento di nostra fedele sudditanza, e sincera devozione.”
Seguono decine di firme, alcune corredate da ulteriori personali dichiarazioni, delle quali riportiamo le più significative:
Arciprete FRANCESCO Canonico AVILA. Mi soscrivo con tutta l’effusione del mio cuore; e nella mia coscienza anche giuro innanzi a Dio, ed innanzi il mio adorato Padre e Sovrano che il Signore conservi felicissimo con la Real Sua Dinastia, e lunghissimi anni sempre prosperi e lieti.
Beneficiale CALOGERO CURTO. Umilio con tutta la possibile devozione al Trono della Maestà del nostro pietoso Monarca (D. G.) di essere stato obbligato ad accettare la rappresentanza del Comune di Ravanusa mia patria dopo di essermi negato per parte del Comitato in detto mio comune installatosi, e finalmente dopo quattro mesi di essere stato a mio malincuore spettatore delle scelleratezze e prepotenze di pochi demagoghi che sfortunatamente reggevano per allora i destini di questo Regno, abbandonai Palermo, e fui dichiarato dimissionario volontario, ed altri in vece mia eletto.
VINCENZO DI TIGLIA, Barone di Grignano. Dichiaro che allorquando firmai l’Atto di Decadenza fu per semplice errore d’intelletto, e mai per prevaricazione d’animo.
FRANCESCO ACCORDINO. Nel soscrivere l’Atto in parola non fo che appagare i miei desideri, poiché io non amava di farsi alcuna novità per la Dinastia Borbonica, sì che ebbi la fermezza di proporre in uno dei miei scritti pubblicati per le stampe che fosse sostenuta la Dinastia regnante, e ciò il maggio 1848, tempi in cui niuno osava senza grave rischio della vita di esternare tali sentimenti di moderazione e di attaccamento al Re.
GIUSEPPE CATALANO. Dichiaro che l’Atto di Decadenza del 13 aprile 1848 avvenne con mia sorpresa, e mio malgrado, e lo ritratto pienamente.
FRANCESCO GRAVINA. Detesto e disdico l’infame Atto della Decadenza firmato colla forza mentre in cuore stava la gloria del nostro augusto Re e Padre Ferdinando e sua Real Dinastia.
Giov. BATTISTA CALLERAME. Dichiaro che la sola violenza del tempo m’indusse ad esser Deputato, ma per mio intimo sentimento non già, poiché ho rispettato le leggi e la reggenza dello augusto nostro Sovrano. Aggiungo che detesto e disdico l’Atto infame della Decadenza.
BENEDETTO PRIVITERA. Dichiaro che io nell’Atto 13 aprile apposi una semplice firma di concorso senza la mia volontà per le imperiose circostanze in cui in quel momento mi trovai.
PAOLINO RIOLO, Parroco. Disdico l’infame atto della decadenza che sottoscrissi per le circostanze infauste dei tempi, e colla forza.
Decano ROSARIO D. CASTRO, ex Deputato della Comune di Biancavilla. Spontaneamente confesso ed innanzi Dio giuro che l’esecrando Atto da me firmato il 13 aprile nella Camera dei Rappresentanti è stato estorto dalla forza, che per timore di non perdere la vita firmai: ma giuro che ho tenuto sempre nel mio cuore, mio legittimo Sovrano Ferdinando II, e prego Dio per la sua eterna conservazione.
FRANCESCO SCRIFFIGNANI ALBERTI. Dichiaro di aver firmato l’infame Atto della Decadenza per la forza che mi atterriva, ma lo detesto e lo disdico.
ANTONINO VECCHIO MAJORANA. Dichiaro che nello avere apposto la firma all’Atto del 13 aprile vi venni indotto dal timore; sicché ritratto e disdico quell’insussistente ed infame scritto.
GIOVANNI VAINA. Dichiaro nulla la mia firma nell’Atto del 13 aprile avvenuta per effetto di quelle imperiose circostanze, e quindi ritratto e disdico quanto in quell’infame Atto si contiene.
DOMENICO GARAGANO BARBAGALLO. Dichiaro insussistente e nulla la mia firma apposta nell’infame Atto del 13 aprile 1848, e fu solamente cagionata dalla violenza e da quelle infauste circostanze.
LEONARDO VITO FUCCIO. Fui sempre avverso all’illegale nefando Atto del 13 aprile 1848, pur lo firmai perché ERA inevitabile in quel tempo e in quel giorno.
LEONARDO VITO CALANNA. Io mi opposi quanto potei all’atto del 13 aprile.
ALESSANDRO D. CONIGLIO. Dichiaro che firmai l’Atto del 13 aprile senza concorso della mia volontà, e solo per essere stati i Deputati presi alla spensierata, e senza farvi alcuna riflessione.
POMPEO INTERLANDI, Principe di Bellaprima. Dichiaro che l’Atto di Decadenza del 13 aprile 1848 da me sottoscritto è quell’Atto esecrando, che io ho detestato e detesto, e che firmai per la violenza di uomini che imponevano colle armi, e contro i sentimenti del mio cuore che sentiva immensi rispetti per la regnante Dinastia.
GIUSEPPE TRIGONA, Marchese di Canicarao. Dichiaro con tutta la serenità della mia coscienza che nel firmare il fatale Atto del 13 aprile 1848, non vi fu il concorso della mia volontà, ma vi addivenni solo per salvare la vita, come condiscesi a tanti altri atti, cui ripugnava il mio cuore per cedere alla forza brutale che dominava in quei tristissimi tempi.
INNOCENZO FRONTE. Dichiaro io sottoscritto che il Decreto del 13 aprile 1848 fu da me sottoscritto per non farmi segno alla opinione esaltata della universalità.
CORRADO AREZZO DE SPUCCHES, Barone di Donnafugata. Dichiaro di avere con sorpresa e a malincuore firmato lo sciagurato Atto del 13 aprile come superiore al mandato datomi dagli elettori, contrario ai miei particolari sentimenti.
GIUSEPPE VIZZINI. Ritratto la soscrizione all’Atto del 13 aprile 1848; a cui il luogo ed il tempo obbligavano non mica il convincimento che animo pacato richiede e non fuoco d’entusiasmo.
PAOLO ORTOLANI, Barone di Bordonaro. Formalmente dichiaro, prostrato dinanzi al Real Trono, che la mia firma nella qualità di Deputato alla Camera dei Comuni apposta all’insussistente Atto del 13 aprile, riguardante la decadenza dell’Augusta Dinastia Borbonica, essere stata estorta dalla imponenza del timore né mai consentita dai miei naturali principii di attaccamento leale alla Corona, ed alla detta Dinastia legittimamente regnante.
E prostrarsi bastò
Ferdinando finse di credere, ma dal quel giorno si fidò ancor meno dei siciliani.
La ritrattazione della decadenza dei Borboni effettuata dai nobili e notabili, in qualità di Pari elettivi o Deputati della Camera dei Comuni e la loro sconfessione della rivoluzione, chiudeva il sipario su un’esperienza di grande rilievo nella storia istituzionale dell’Isola.
Infine la rivoluzione era stata la riaffermazione dell’esistenza di un Popolo, di una Nazione siciliana privata della sua Corona indipendente, cui era stata negata la speranza della costituzione di uno Stato autonomo.
Fino all’unificazione degli antichi Regni e delle antiche Corone, avvenuta nel 1816, i siciliani avevano sperato di riappropriarsi della loro singolarità e non a caso, tra le promesse del 1849 di Ferdinando II, puntualmente non mantenute, vi fu quella di inviare in Sicilia, quale Reggente della Corona, il figlio Francesco. Promessa che fece sperare ancora una volta i siciliani in una riaffermazione dell’autonomia del Regno.
La situazione Dinastica invero non corrispondeva alla percezione di una situazione di fatto e di diritto: dal punto di vista dei siciliani sussisteva un difetto di legittimazione della Corona.
Il popolo siciliano, quello che contava in tutti i sensi, non si sentiva rappresentato dai Borbone. Mentre il popolo “minuto” aveva ben altri problemi da affrontare quotidianamente.
Un difetto di rappresentatività e di compenetrazione tra la Monarchia ed i suoi popoli, che determinò una certezza di “non appartenenza”, e quando la società non riconosce alcun vincolo, alcuna causa comune … i processi diventano ingovernabili ed imprevedibili.
La caduta del Regno, invaso da mille avventurieri, sarà il segno tangibile di quanto profonda fosse la frattura tra la realtà sociale, politica ed economica del Regno e la Monarchia impegnata più nella conservazione dei privilegi di una casta fuori dal tempo, che nella ricerca di un futuro pensato per tutti.
Ancora oggi a Napoli il popolo suole citare un proverbio, una frase amaramente profetica attribuita a Ferdinando II: “E’ meglio perdere un Regno che concedere un’abitudine”. Ed il Regno è perduto.
