(a cura di Giuseppe Di Bella) Terza ed ultima parte dell’intervista concessa da Mussolini a Gian Gaetano Cabella, documento che, come abbiamo già detto, non è stato riconosciuto dalla storiografia prevalente che lo ha ritenuto un falso o un apocrifo.
Il socialismo è uno dei temi portanti, predominante fino ad arrivare a quella proposta estrema da fare a Hitler in caso di vittoria: “la socializzazione mondiale”: abolizione degli armamenti; delle frontiere e di ogni dogana; libero commercio, moneta unica e oro di proprietà comune come tutte le materie prime, divise secondo i bisogni dei paesi.
Il Duce del Fascismo appare stanco, in certi momenti poco lucido, ribadisce la sua linea politica, i suoi motivi, le sue giustificazioni più o meno credibili. Ma tutto ora tutto assume una forma “ideale” e poco pragmatica. Il discorso politico diviene tanto più universale quanto utopistico e surreale: “Se la vittoria avesse arriso a noi, questo programma avrei offerto al mondo e ancora una volta, sarebbe stata Roma a dare la luce all’Umanità.”
Mussolini a tratti è più concreto: spiega i motivi che lo hanno indotto a porsi a capo della Repubblica Sociale e la drammatica scelta davanti alla quale si trovava l’Italia dopo l’8 settembre.
Certamente l’intervista costituisce una auto difesa del Duce e del regime: questo è evidente. Ripete e raggruppa le motivazioni ideologiche e le giustificazioni pratiche dell’azione e dei drammatici errori del fascismo, che si ritrovano sparse in centinaia di documenti di Stato e nelle elaborazioni della storiografia. Ma questo non sorprende perché la più grande preoccupazione di Mussolini in quegli ultimi giorni, come comprovato da molteplici fonti e dall’ultimo discorso pubblico a Milano, era quella di far conoscere al mondo le ragioni della sua azione politica e della, a suo dire, “inevitabile” entrata in guerra dell’Italia: a quel punto, a guerra persa, tutto questo veniva concepito in forma di giustificazione.
Anche se in estrema ipotesi questo documento fosse un apocrifo del 1948, confezionato ad arte da fascisti superstiti per giustificare politicamente gli errori del regime e del Duce, rimarrebbe comunque interessante poiché traccia una linea logica ed ideologica che spiega, dal punto di vista del Fascismo e dei suoi uomini, fatti ed avvenimenti del ventennio di notevole rilevanza: si può non essere d’accordo sui contenuti, ma il documento esiste e non è possibile dichiararlo inesistente d’ufficio.
“Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo. Collaborazione e non lotta di classe; carta del Lavoro e socialismo; la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria; cura e protezione dei lavoratori, specialmente dei vecchi e degli invalidi; cura e protezione della Madre e dell’infanzia…”.
Mussolini volle sottolineare queste frasi programmatiche. Mi disse più precisamente: “Onora il padre e la madre”. Depose il lapis col quale segnava le correzioni sul dattiloscritto e si passò una mano sulla fronte. Poi, dopo un attimo di silenzio soggiunse:”A volte si torna indietro nel tempo. E’ pur grande la nostalgia del tepore sicuro del petto materno”. E continuò: “Assistenza fraterna ai bisognosi; moralità in tutti i campi; lotta contro l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti; potenziamento, se si sarà ancora in tempo, dell’autarchia, unica nostra speranza fino al giorno utopistico della suddivisione fra tutti i popoli delle materie prime che Iddio ha dato al mondo; esaltazione dello spirito di orgoglio di essere italiano; educazione in profondità e non, purtroppo, in superficie come è avvenuto per colpa degli avvenimenti, e non per deficienza ideologica.
Verrà il giovane puro che troverà i nostri postulati del 1919 e i punti di Verona del 1943: freschi e audaci e degni di essere seguiti. Il Popolo allora avrà aperto gli occhi e lui stesso decreterà il trionfo di quelle idee. Idee che troppi interessati, non hanno voluto che comprendesse ed apprezzasse e che ha creduto fossero state fatte contro di lui, contro i suoi interessi morali e materiali …”
Anche qui Mussolini trovò che non avevo detto tutto quanto egli aveva espresso. Nella riga in cui si registravano le sue parole a proposito della utopistica suddivisione delle materie prime fra i popoli della terra, corresse un errore madornale. Arrossii. Egli se ne accorse e rise. Poi disse: «Quando vi si incolpa di avere sbagliato, dite pure che Mussolini sbaglia dodici volte al giorno!».
Quindi proseguì: “Abbiamo avuto diciotto Secoli di invasioni e di miserie, e di denatalità. e di servaggio, e di lotte intestine e di ignoranza.
Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti anni di Fascismo e settanta di indipendenza non sono bastati per dare all’anima di ogni italiano quella forza occorrente per superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni, magnifiche e numerosissime non contano.
Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura …esatta e che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente”.
Qua corresse “cura”. Io avevo scritto: diagnosi. Ci pensò su un attimo, poi aggiunse: “la diagnosi era giusta!”. Mi guardò. Mi disse: “Aggiungeremo qualche altra considerazione… . Molti medici si affollano per
Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva: l’Ammiraglio rispose: “quella di aver perduto”.
Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia”.
Nel dire “ho qui tali prove”, indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla. Poi toccò una cassetta di legno.
“Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere.
Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all’Asse, io avrei proposto al Fiihrer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale.”
Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli affaristi e degli speculatori.
“La socializzazione mondiale, e cioè: frontiere esclusivamente a carattere storico; abolizione di ogni dogana; libero commercio fra paese e paese, regolato da una convenzione mondiale; moneta unica e, conseguentemente, l’oro di tutto il mondo di proprietà comune e così tutte le materie prime, suddivise secondo i bisogni dei diversi paesi; abolizione reale e radicale di ogni armamento.
Colonie: quelle evolute erette a Stati indipendenti; le altre, suddivise fra quei paesi più adatti per densità di popolazione, o per altre ragioni, a colonizzare ed a civilizzare; libertà di pensiero e di parola e di scritto regolate da limiti: la morale, per prima cosa, ha i suoi diritti.”
Mussolini disse precisamente: “Libertà di pensiero, di parola e di stampa? Sì, purchè regolata e moderata da limiti giusti, chiaramente stabiliti. Senza di che, si avrebbe anarchia e licenza. E ricordatevi, sopra tutto la morale deve avere i suoi diritti.
“Ogni religione liberissima di propagandarsi: siamo stati i primi, i soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa cattolica. Assistiamo a questo straordinario spettacolo:
Mussolini aveva dettato: “alla Chiesa”. Poi aggiunse “cattolica”. Quindi spiegò: “La Chiesa cattolica non vuole, a Roma, un’altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio”. Strinse le mani assieme e proseguì: “Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta dei fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d’ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero difensore”.
Nel sud, nelle zone così dette liberate, l’anticlericalismo ha ripreso in pieno il suo turpe lavoro. L’Asino è, in confronto a pubblicazioni di questi ultimi tempi, un bollettino parrocchiale.
Anche in questo campo, gli stessi uomini che oggi non vogliono vedere, saranno unanimi a deprecare la loro pazzia o la loro malafede. Se la vittoria avesse arriso a noi, questo programma avrei offerto al mondo e ancora una volta, sarebbe stata Roma a dare la luce all’Umanità.”
A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole, specie quando la foga del discorso gli faceva affrettare la velocità dell’espressione. Le cartelle erano oramai più di trenta. Finalmente Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e riprese:
“Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l’armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di Capo dello Stato e del governo della Repubblica sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Isvizzera, o in uno Stato del sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?”
Nell’esemplare del dattiloscritto dell’intervista che gli presentai all’indomani, Mussolini sottolineò energicamente le frasi interrogative.
“Ero fisicamente ammalato. Potevo chiedere, per lo meno, un periodo di riposo. Avrei visto lo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo? I tedeschi erano nostri alleati. L’alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso, erano, l’otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e calcolarsi traditi.
“I traditori del 1914 erano gli stessi del 1943. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti, Avrebbero senz’altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa, sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra.
Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all’amore che io ho per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al Popolo d’Italia. E la moneta d’occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Mi sono imposto. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare.
Invece nel Sud, i governanti legali, hanno accettato le monete di occupazione. La nostra lira nel regno del Sud non ha praticamente più valore. La più tremenda delle inflazioni delizia quelle regioni così dette liberate. Quando arriveranno nel Nord, in questo Nord che la Repubblica, sociale ha governato malgrado bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di combustibili, in questo Nord dove il pane costa ancora quanto costava diciotto mesi fa e dove si mangia alle Mense del Popolo anche a otto lire, quando arriveranno a liberare il Nord, porteranno, con altri mali,
Credo di aver qui reso abbastanza bene il pensiero di Mussolini perché all’indomani, rileggendo queste cartelle egli approvava con frequenti cenni del capo.
“Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato le banche ad emettere degli assegni Circolari, questi tanto criticati assegni.
Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza. La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le rendite e i consolidati sono a 120, e dobbiamo frenare un ulteriore aumento. Tutto questo, ho fatto. Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Anche su questo punto occorre parlare chiaro: ho dei dati inoppugnabili.
Oltre trecento sessanta mila lavoratori hanno chiesto volontariamente di andar a lavorare in Germania, e hanno mandato, in quattro anni, alcuni miliardi alle famiglie.
Altri trecentoventimila operai sono stati arruolati dalla Todt. Dalla Germania sono tornati oltre quattrocento mila soldati ed ufficiali prigionieri, o perchè hanno optato per noi, o per mio personale interessamento secondo i casi più dolorosi.
Ho impedito molte fucilazioni, anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i Comandi Germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho distribuito a povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli, molti milioni. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino ad oggi l’ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei trasporti, nelle città.
I ribelli ci sono. Sono molti; ma, salvo qualche aliquota di illusi, la grande massa è composta di renitenti, di disertori, di evasi dalle galere e dai penitenziari. Gli alleati sanno perfettamente questo, ma sanno anche che queste formazioni sono utilissime per i loro sforzi di guerra. Poi, a liberazione avvenuta, succederà come in Grecia. Sul vostro giornale avete messa in giusta evidenza la disperata trasmissione dei partigiani greci in lotta contro i liberatori inglesi.”
Era stata captata una radio-trasmissione clandestina di partigiani greci in lotta contro i britannici. Detti risalto alla notizia, e feci distribuire alcune migliaia di copie del giornale nelle zone partigiane.
“Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità? Leggete: sono i giornali del Sud. Mussolini prigioniero dei tedeschi. Mussolini impazzito. Mussolini ammalato. Mussolini con la sua favorita, Mussolini con la paralisi progressiva. Mussolini fuggito in Brasile.”
Mussolini mi mostrava i ritagli. Ne leggeva i titoli ad alta voce. Ogni volta, dopo aver scandito le sillabe di ogni titolo, sollevava gli occhi per vedere la mia reazione. Poi strinse il pugno e lo battè con energia sul tavolo.
“Invece sono qui, al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i vincitori. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una.
Chiesi: “Ma c’è ancora una speranza? Ci sono le armi segrete?”
“Ci sono. Se non fosse avvenuto l’attentato contro Hitler nell’estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha provocato la rovina, non di un partito, ma della patria.”
“Più esattamente Mussolini disse: “Ci sono: sarebbe ridicolo e imperdonabile bluffare”. E quando pronunciò la parola tradimento, esclamai: “Ma noi vi siamo stati e vi saremo sempre fedeli”.
Egli, allora, mi posò la mano sul braccio e ami disse con accento triste: “Quanti giuramenti! Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era veramente fedele, chi era veramente fascista! Siete voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore gravi.
Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l’idea… tradire me… ma tradire
Quindi proseguendo a parlare delle armi segrete tedesche, dichiarò:
“Le famose bombe distruttrici sono per essere approntate. Ho ancora pochi giorni fa, avuto notizie precisissime. Forse Hitler non vuole vibrare il colpo che nella assoluta certezza che sia decisivo.
Pare che siano tre, queste bombe e di efficacia sbalorditiva. La costruzione di ognuna è tremendamente complicata e lunga. Anche il tradimento della Rumenia ha influito, in quanto la mancanza della benzina è stata la più terribile delle cause della perdita della supremazia aerea. Venti, trentamila apparecchi fermi o distrutti al suolo. Mancanza di carburante. La più tremenda delle tragedie.”
Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi arrivare nel cuore dell’Europa? Non sarà possibile una presa di posizione…
“I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca americana.”
A questo punto Mussolini volle, precisare che non riteneva, oramai, più possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse anche: “Forse Hitler si illude”. Poi aggiunse: “Eppure, si sarebbe ancora in tempo, se… “. Alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto con le mani, come per farmi capire: “Tutto è possibile”. Quindi riprese:
“Il compito degli Alleati è di distruggere l’Asse. Poi…
“Poi?”
“Ve l’ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro Bolscevismo capitalistico. Solo la nostra vittoria avrebbe dato, al mondo la pace con
E gli italiani
Mussolini a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli appunti.
“Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro”.
Dissi al Duce che in anticamera era il mio redattore capo, già direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare. Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.
Ho terminato stanotte, 21-22 aprile queste note, che porterò domani al Duce. Per mancanza di carta, ho dovuto scrivere le ultime quattro cartelle al rovescio delle prime quattro.
Spero di aver interpretato il pensiero del Duce.
Viva Mussolini!
Viva la Repubblica sociale!
Viva il Fascismo!
Terminata la dettatura entrò il redattore capo sottotenente Lucarini. Mussolini si intrattenne con noi ridendo e scherzando per circa un quarto d’ora. Quando uscimmo nell’anticamera fummo circondati da gerarchi e camerati. Vittorio Mussolini volle vedere la fotografia, Mezzasoma disse: “E’ ben raro che egli scriva delle dediche così”.
Dopo di che mi accinsi al lavoro.
Lavorai tutta la notte ai giornale. Quel numero del 21 aprile, però, non uscì più.
La notte seguente misi in ordine gli appunti. Lavorai come potei. Tre allarmi aerei; tre volte la luce si spense. La mattina del 22, alle 11, tornai in Prefettura. Mussolini era fuori. Fece ritorno alle 12,40. Attraversò l’anticamera con passo rapido. Rispose con aria stanca ai nostri saluti. Quando fu sulla soglia della sua stanza da lavoro, si voltò e mi fece cenno di attendere.
Barracu, dopo una decina di minuti, mi introdusse da lui. Stava mangiando. Avevano portato un «cabaret », con una zuppiera. Sorbì alcune cucchiaiate di minestra.
Mangiò un po’ di verdura, un pezzettino di lesso, due patate e una carota bollite. Poi una mela. Bevve due dita di acqua minerale. Quindi si volse verso di me, e mi disse: “ Fatemi vedere il vostro lavoro”.
Scostò delle carte. Lesse con attenzione, lentamente. Il suo volto aveva visibili tracce di stanchezza. Alla distanza di sole quarantott’ore, sembrava molto invecchiato, corresse e tracciò molti segni, come risulta dal dattiloscritto.
Alla fine mi disse: “Va bene. Ci rivedremo forse in questi giorni. Qualunque cosa accada non fate vedere ad alcuno questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo le vicende e secondo il vostro criterio. Ora andate”.
Salutai senza poter dire una parola. Mi sorrise e fece un gesto di arrivederci.
Uscii dalla Prefettura con l’animo in tumulto. Non dovevo più rivederlo.
Milano, 22 aprile 1946.
