(a cura di Giuseppe Di Bella) Iniziamo oggi la pubblicazione di un documento che è stato definito il “testamento politico di Mussolini”. Il testo è noto fin dal 1948, anno in cui venne pubblicato per la prima volta in forma di opuscolo.
Si tratta dell’ultima intervista che il Duce del fascismo concesse, nei suoi ultimi giorni di vita a Milano, al giornalista Gian Gaetano Cabella, squadrista e fascista della prima ora, poi direttore del “Popolo di Alessandria”.
Era il 20 aprile 1945 e Mussolini revisionò il testo due giorni dopo il 22 aprile, sei giorni prima di quella morte che ormai si sentiva dentro.
I temi trattati sono del massimo interesse storico: in poche pagine il Duce ripercorre i fatti degli ultimi anni del regime, la sua lenta agonia, e soprattutto si sofferma sulla guerra “già vinta” … ormai persa.
La qualificazione di “testamento politico” che si è voluta impropriamente attribuire al documento, lo ha immesso nel novero di quegli scritti che sono stati, a torto o a ragione, frettolosamente rifiutati dalla storiografia come falsi o artefatti. Una “condanna” a morte senza processo, neanche sommario, come quella subita dal Duce del fascismo a Germasino, preludio dello scempio del suo cadavere perpetrato a Piazzale Loreto.
In realtà Mussolini aveva dichiarato più volte che non avrebbe lasciato alcun testamento politico e nessuno dei suoi scritti assume invero questa forma: né la lettera scritta a Germasino, nella sua ultima notte, né la forzatura che fece Montanelli con “Il Buonuomo Mussolini”.
Così come accaduto per molti documenti storici che riguardano il fascismo e il suo Duce, la maggior parte della storiografia italiana, piuttosto che analizzarne i contenuti, si è limitata prima a metterne in dubbio l’autenticità e poi semplicemente ad ignorarlo, nonostante l’oggettivo interesse storico e politico delle dichiarazioni di Mussolini e la conformità concettuale e storica dei contenuti, con l’azione confusa e disorganica del Regime e gli avvenimenti seguiti alla liberazione di Mussolini dalla prigione sul Gran sasso d’Italia.
Fin dalla prima edizione, vennero riportate a margine le immagini fotografiche del documento dattiloscritto con le correzioni di pugno del Duce: ma neanche queste prove fotografiche furono sufficienti a fugare i dubbi sull’autenticità del testo, in quella ambientazione storico culturale del dopoguerra, dove non c’era posto per un dibattito sul fascismo ma solo per la sua totale condanna senza attenuanti. Il Fascismo andava solo rimosso, dimenticato come una parentesi di fatti estranei alla storia del Paese e non sua parte integrante.
Ed è legittimo il dubbio che gli italiani tutti e la storiografia in particolare, avessero timore di scoprire che Mussolini ed il fascismo rappresentassero l’unica Italia “possibile” tra le due guerre. Un Paese che evidenziava i suoi limiti strutturali, economici e politici e scontava drammaticamente i suoi labili presupposti storici: primo fra tutti il divario tra il Nord ed il Sud del paese, esito anche della mancanza di una Dinastia e di una classe dirigente adeguata e la conseguente incapacità di ammodernarsi, e prima ancora di normalizzarsi respingendo l’onda lunga di una unità frettolosa e malfatta. Problematica ancora presente nella realtà politica italiana.
Si è voluto ottusamente negare a Mussolini la possibilità di spiegare la sua condotta, le sue decisioni, i suoi errori, quasi come se
Il timore della “nostalgia del regime”, verosimilmente non era giustificato né vi erano motivi reali o evidenti per temere un ritorno del Fascismo nell’Italia del dopoguerra: eppure lo stesso vilipeso cadavere del Duce, ripiegato su se stesso in una cassa cubica di legno ed il suo cervello conservato in formalina in una teca di cristallo, vennero nascosti per 10 anni, dopo il maldestro furto operato da Leccisi e dai suoi complici. Fino alla surreale restituzione a Donna Rachele di quel cadavere a pezzi, relitto di una storia d’Italia ripudiata, da occultare in fretta e per sempre.
La dissimulazione di questo documento è tanto più incomprensibile, se ci si sofferma a considerare che esso paradossalmente evidenzia tutti i più grossolani errori umani, politici e strategici di Mussolini, attraverso le sue stesse affermazioni. Vengono drammaticamente evidenziati i limiti ideologici, strutturali, politici e sociali del regime, direi la sua romantica e drammatica “ingenuità” storica. Viene alla ribalta l’insostenibile leggerezza della realtà politica italiana.
Interessante ancora oggi la prospettazione politica dell’Europa e dello scontro fra Occidente e comunismo che Mussolini concepisce come inevitabile. Riaffiorano nei suoi ultimi giorni le antiche radici socialiste. La sua utopistica soluzione è la “Socializzazione mondiale”, ovvero il mondo regolato da una convenzione tra tutti gli Stati: frontiere esclusivamente a carattere storico e senza dogane. Libero commercio; moneta unica e tutte le materie prime suddivise secondo i bisogni dei diversi Paesi. “Abolizione reale e radicale di ogni armamento”. Una globalizzazione su basi etiche ante litteram.
L’intervista mostra l’ultimo Mussolini, a tratti confuso e visionario, un condottiero senza esercito che mescola fatti e opinioni, speranze e delusioni, profezie e memorie. Realtà e fantasia. Il Duce incarna l’agonia del regime affogato in un mare di sangue.
Non mancano lucidi ragionamenti squisitamente politici, come la dissertazione sull’entrata in guerra fortemente voluta da buona parte degli italiani e dai poteri forti.
Il testo viene riproposto in modo fedele, mantenendo anche gli errori materiali di luogo e di fatto che si riscontrano in quello pubblicato nel 1948.
PREMESSA
“E’ risaputo che, quando fu arrestato a Dongo, Mussolini aveva presso di se una grossa busta di cuoio contenente preziosi documenti.
Essi erano tali da interessare la storia degli ultimi anni; ma almeno fino a questo momento la storia li ignora. Forse debbono considerarsi perduti, perchè quella busta scomparve, nè risulta sia stata mai ritrovata.
Fino a quando non sia stato rinvenuto (ma lo sarà mai?) il carteggio personale e riservatissimo che Mussolini portava con se e che dovette abbandonare non si sa dove, né come, dopo il suo arresto sulla riva occidentale del lago di Como, fino a quel giorno avranno un acuto interesse e un valore documentario eccezionale le parole, gli scritti, le dichiarazioni, le confessioni, che egli fece, dettò, espose, o forni verbalmente nell’ultima decade della sua esistenza, particolarmente, fra il 20 aprile del 1945 e quel drammatico pomeriggio del sabato 28 aprile, ore
Mussolini aveva molte cose da dire. I giornali, i testimoni, le numerose interviste con i partigiani del tempo, sono concordi nel riferire ciò che l’ex Capo della Repubblica sociale, già condannato a morte, avrebbe detto proprio a Mezzegre: “Voglio parlare un’ultima volta ai mondo, prima di morire. Sono stato tradito nove volte. La decima, sono stato tradito da Hitler”.
E’ noto che egli non ebbe modo di parlare come desiderava e voleva. Quali pensieri gli facevano invocare quest’ultimo colloquio con gli uomini?
Li ignoravamo fino a ieri. Oggi, non più. E non perchè siano stati ritrovati i documenti che Mussolini portava con se nella famosa busta di cuoio, prima dell’arresto; ma perchè è venuto alla luce quello che si può a giusto titolo chiamare il testamento di Mussolini.
Nessun dubbio, a tale proposito. Le sue ultime parole non solo vennero scritte sotto la sua dettatura; ma Mussolini stesso, due giorni dopo la definitiva stesura delle cartelle dattiloscritte, volle rivederle, volle personalmente correggerle; e infine, volle siglare tutto il dattiloscritto con la sua ben conosciuta inconfondibile M.
Ci si chiederà: “Come mai questo documento così importante, questa testimonianza così vitale, salta fuori soltanto adesso?”.
Domanda più che naturale; ma la risposta è quanto mai semplice: perchè l’estensore manuale di quelle dichiarazioni, che furono a lui dettate, il fortuito raccoglitore delle idee, della volontà, dell’estrema disperata difesa di Mussolini, si era impegnato a non rendere noto il contenuto di queste carte se non tre anni dopo la morte di Mussolini stesso.
E questo, come si vedrà, per esplicita volontà di Mussolini.
Ecco perchè solo ora, trascorsi i tre anni da quel tragico 28 aprile 1945, il depositario degli ultimi pensieri di Mussolini si è fatto vivo, ritenendosi giustamente sciolto dell’obbligo del silenzio.
Il documento ha la forma di una intervista; intervista che Mussolini concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del “Popolo di Alessandria”, nel pomeriggio del 20 aprile 1945 e che, come si è detto, rivide attentamente il giorno 22 aprile, cioè sei giorni prima della morte.
Superfluo rilevare che questa non è una intervista delle solite. Si tratta di dichiarazioni assolutamente eccezionali, fatte nel momento in cui Mussolini aveva la coscienza del crollo e della sua stessa fine imminente. Egli stesso, del resto, come si vedrà, definì quella intervista un testamento.
Quando il giornalista di sua fiducia gliela riportò il 22 aprile, gli avvenimenti già precipitavano con un ritmo che non consentiva più illusioni. Gli anglo – americani si erano avvicinati vittoriosi alla linea del Po. Ogni speranza in una qualsiasi resistenza svaniva, tanto per l’esercito tedesco, quanto per i fascisti.
Nell’ampia cerchia limitata dall’arco alpino, già echeggiava il sinistro: “Si salvi chi può”. Perciò Mussolini ebbe la visione, forse ancora nebulosa, ma non per questo meno drammatica, della prossima fine. E ciò spiega la consegnai impartita al fedele dell’ultima ora: “Se io muoio, non dovete divulgare quanto rimetto nelle vostre mani se non quando saranno passati tre anni dalla mia
Morte”.
L’ importanza storica e umana del documento è eccezionale. E’ un estremo appello alla posterità quello che Benito Mussolini dettò il giorno 20 e corresse il 22 aprile 1945 nella saletta della Prefettura di Milano.
Milano, 20 aprile 1945
Nell’aprile del 1944 il Cabella, non appena seppe che Mussolini, proveniente da Villa Feltrinelli sul Garda, era arrivato a Milano, chiese e ottenne un’udienza dal Capo della Repubblica sociale.
Lasciamo al Cabella il compito di narrare egli stesso le varie fasi dell’intervista.
Cominciò come una delle tante conversazioni che Mussolini aveva non di rado con questo o con quel direttore di giornale. Ma ben presto l’intervista assunse una portata eccezionale: sia perchè fu l’ultima che Mussolini concesse, sia perchè egli stesso volle rivederla, completarla, correggerla, annotarla, nella sua redazione definitiva.
Cabella racconta
“Fu il ministro Zerbino che il 19 aprile mi comunicò l’invito. Mussolini mi avrebbe ricevuto all’indomani, in Prefettura. Feci subito rilegare i numeri del giornale: tutta l’edizione milanese dal settembre 1944 fino all’ultimo numero, (poi) uscito con la data del 21 aprile 1945. Volevo offrire al Duce l’intera collezione, insieme coi prospetti e i grafici della tiratura, del Popolo, che, da 18 mila copie stampate e 16 mila vendute nel primo anno di vita, era ora asceso a 270 mila copie tirate e vendute, senza contare i numeri speciali, che avevano ottenuto un successo anche maggiore. Le richieste, negli ultimi tempi, superavano la tiratura.
Molti camerati mi consegnarono scritti e messaggi da presentare al Duce. Divisi queste carte in tre gruppi:
1) quelle che gli avrei dato in ogni caso;
2) quelle meno importanti;
3) quelle che avrei consegnato solamente se il colloquio si fosse svolto in modo particolarmente favorevole.
Preparai anche una breve relazione delle lunghe trattative che avevo condotto con elementi partigiani, i quali, in un primo tempo, mi avevano scritto invitandomi a prender contatto con alcuni loro rappresentanti. Avevo accettato senz’altro questo abboccamento che avvenne il 7 febbraio a Rondissone, vicino a Torino: incontro interessante sotto molti rapporti e che permise utili intese nell’interesse superiore del Paese.
Alle 14.30 del 20 aprile ero in Prefettura. Nella prima sala d’aspetto passeggiavano e discorrevano ufficiali e gerarchi. Il Prefetto, capo della Segreteria particolare, attraversava spesso la. sala che divideva lo studio di Mussolini dal suo ufficio. Nel secondo salone c’erano il colonnello Colombo, comandante della “Muti” con il vice-comandante e altri.
Alle 15 giunsero il comandante Borghese accompagnato da alcuni ufficiali, e il Capo di Stato Maggiore della G.N.R. “Guardia Nera repubblicana”. Il ministro Fernando. Mezzasoma parlava con un gruppo di giornalisti, fra i quali ricordo Daquanno, Amicucci, Guglielmotti. Si unì al gruppo, poco dopo, anche Vittorio Mussolini.
Un’apparente serenità regnava fra quelle persone e, specialmente nella prima sala, c’era il più discreto silenzio. Un ufficiale delle S.S. germaniche passeggiava fumando. Il servizio di guardia era limitato al portone d’ingresso del Palazzo del Governo e a due sentinelle armate (una SS tedesca e un milite della Guardia) alla postierla della scaletta che dal cortile conduceva all’appartamento occupato dal Duce e dai membri del governo.
Alle 15,20 giunse il questore, che parlò col prefetto Bassi. Poco dopo uscì dallo studio del Duce il personaggio che vi stava gia da venti minuti, ma non ricordo chi fosse, Forse Pellegrini. Entrò un usciere, che chiuse la porta dietro di se; ma non tanto velocemente da impedirmi di scorgere Mussolini seduto dietro una piccola scrivania. Nel frattempo, mi aveva raggiunto il mio redattore-capo, già direttore di “Leonessa”, settimanale della Federazione bresciana: il sottotenente dei bersaglieri Galileo Lucarini Simonetti.
Finalmente, la porta del Duce si riaprì. L’usciere disse forte il mio nome. Mi precipitai dentro. Deposti i pacchi sopra una sedia alla mia destra salutai sull’attenti. Mussolini mi accolse con un sorriso. Si alzò e mi venne vicino.
Subito osservai che Mussolini stava benissimo in salute, contrariamente alle voci che correvano. Stava infinitamente, meglio dell’ultima volta che l’avevo visto. Fu nel novembre del
Egli indossava una divisa grigio-verde senza decorazioni, nè gradi. Lasciò i grossi occhiali sul tavolo, sopra un foglio pieno di appunti a matita azzurra. Notai che il tavolo era piccolo: molti fascicoli erano stati collocati sopra un tavolino vicino. Alcuni giacevano perfino in terra, presso
Mussolini mi posò la destra sulla spalla e mi chiese: “Cosa mi portate di bello?”. Queste le prime parole, che già mi aveva dette quattordici mesi prima, benchè con altro tono: un tono più lento, con voce più bassa e stanca.
Non seppi rispondere li per li, come al solito, e come succedeva a molti davanti a lui, mi sentii alquanto disorientato e dopo una breve esitazione risposi che ero felice di vederlo, e che gli portavo la raccolta del giornale.
Mi battè la mano sulla spalla. Fissandomi, mi disse: “Vi elogio per quanto avete fatto per il
consolidamento della Repubblica sociale. Pavolini mi ha riferito del vostro discorso a Torino per il 23 marzo e del successo che avete ottenuto. Non vi sapevo anche oratore.
Gli offersi la raccolta del giornale e gli mostrai i grafici della diffusione, della vendita, delle lettere ricevute. Gli consegnai diversi scritti di fascisti, di combattenti, di giovanissimi. Mi fu largo di elogi, specialmente per i tre numeri speciali, ricchi di illustrazioni, dedicati a “Stellassa” (Umberto di Savoia), a “Pupulio” (Badoglio) e a “Bazzetta” (Vittorio Emanuele III).
Sfogliò la raccolta, soffermandosi su alcuni numeri. Rise. “I tre numeri illustrati per Bazzetta, Pupulio e Stellassa mi disse sono fatti veramente bene. Mi hanno divertito.
Che tiratura hanno avuto?”
“Duecentosettanta mila copiò vendute. Per mancanza di carta non ho potuto far fronte alle trecentottanta mila richieste…”
“Avrete la carta che vi occorre”. Prese la matita e, stando in piedi, tracciò qualche nota su un foglio di appunti. Allora mi feci animo e gli esposi il caso disgraziato di due camerati bolognesi. Il suo volto, si rattristò: “Farò aver loro diecimila lire. Va bene?”
Volle sapere i nomi e gli indirizzi. Li scrisse egli stesso, negli appunti. Poi mi chiese: “Desiderate qualche cosa da me?”
Dopo un momento di perplessità risposi: “Il mio premio l’ho già avuto: è stato l’elogio che avete voluto farmi. Oso troppo se vi chiedo una dedica?”
Gli mostrai una grande fotografia. La fissò un attimo, scosse il capo. Evidentemente, non era troppo soddisfatto dell’immagine. Poi tornò al tavolo, si sedette, prese la penna e scrisse: “A Gian Gaetano Cabella, pilota de Il Popolo di Alessandria, con animo della vecchia guardia. B. Mussolini, 20 aprile XXIII”.
Posò
“A che cosa attribuite queste diminuzioni di vendita?
“Credo che occorra ogni tanto, specie dopo numeri di grande rilievo esteriore, fare uscire qualche numero pallido, senza forti titoli”.
Esposi, poi, brevemente i criteri che seguivo e che mi parevano giusti, quindi soggiunsi: “ Mi siete stato maestro. Conservo la raccolta dell’Avanti! e quella del Popolo d’Italia…”
(continua).
