Antonino Cangemi
Permane ancora, a vent’anni dalla scomparsa di Sciascia, il mistero dell’epigrafe che compare sulla sua lapide: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. La frase, arcana ed enigmatica, é legata a una precisa disposizione lasciata dallo scrittore prima di morire. Negli ultimi giorni della sua esistenza, Sciascia consegnò ai familiari un foglio in cui vi era scritto: “Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba qualcosa di meno personale e di più ameno, e precisamente questa frase di Villiers de l’Isle-Adam: . E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano”. Il manoscritto, più che chiarire le ragioni di quella scelta, pone ulteriori interrogativi sugli ultimi giorni di Sciascia. Vi si legge infatti: “così partecipo alla scommessa di Pascal”. La scommessa di Pascal è quella di credere nell’esistenza di Dio. Le argomentazioni del filosofo francese vogliono dimostrare come sia conveniente credere: se Dio esiste e ci ho creduto, ho vinto la mia scommessa e ottenuto la salvezza; se non esiste e ci ho creduto, ho vissuto una vita animata dalla speranza, e non ho perso niente. La tesi di Pascal, assai più articolata e profonda di quanto possa apparire da una sommaria esposizione, fu oggetto di aspre critiche da parte proprio di quegli illuministi tanto cari a Sciascia, che la definirono “bassa e puerile”, “mostruosità teologica”, “cinicamente utilitaria”.
Cosa significa perciò quel “partecipo alla scommessa di Pascal”? Che l’ultimo Sciascia abbia abiurato gli illuministi e si sia schierato dalla parte di Pascal, con una conversione dell’ultima ora, simile a quella del suo amico Guttuso? O che, da illuminista, Sciascia considerasse fragili le posizioni di Pascal e alla sua scommessa rinviava col benevolo sorriso dell’agnostico qual era stato e quale rimaneva sino alla fine? Questa lettura è accreditata dalla precisazione contenuta nella lettera di volere scritto sulla tomba “qualcosa di meno personale e di più ameno”. Quell’epitaffio, se si accede alla tesi di uno Sciascia scettico sino all’ultimo sui misteri dell’aldilà, vuole solo evidenziare l’importanza della vita terrena anche dopo la morte, come confermerebbe la specificazione “avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano”.
E però, proprio come nei libri di Sciascia, più si riflette e più i dubbi prevalgono sulle certezze. Innanzitutto: come mai Sciascia non si sia ricordato di quell’epitaffio a cui fa cenno nella lunga intervista a Marcelle Padovani ne “La Sicilia come metafora”? “Di me…vorrei che si dicesse: , come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano”. Una frase questa che riflette in pieno la sua sofferta razionalità illuminista. Come mai affida la sua epigrafe a uno scrittore, Villiers de L’Isle-Adam, simbolista, attratto dal mistero e dalla vita romanticamente travagliata, tanto lontano dagli autori illuministi da lui prediletti?
Ma, a parte ciò, vi sono due circostanze che indurrebbero a far pensare a una conversione in “zona Cesarini” dello scrittore. Pare che Sciascia abbia voluto accanto a sé, dentro la sua bara, un crocifisso d’argento. Sciascia decise che i suoi funerali si celebrassero in forma religiosa. Il che, si potrebbe obiettare, non significa nulla. L’intellettuale era molto legato alle tradizioni e alla vita del suo paese nativo, Racalmuto, dove molti lo chiamavano familiarmente “Nanà”, e il rito religioso ben si addiceva, indipendentemente dalle sue convinzioni escatologiche, a quella comunità che tanto lo amava. Tant’è che a quei funerali partecipò commossa l’intera Racalmuto.
Insomma, l’epigrafe e quel foglio che la indica sembrano un giallo alla Sciascia, destinato a non trovare una soluzione: sino all’ultimo, l’autore de “Il giorno della civetta” ci ha fatto e ci fa arrovellare.
Antonino Cangemi