Coerentemente alla situazione internazionale, dopo la restaurazione del 1849,
Si noti quindi come la vicenda di Bronte rappresenti la summa e la più efficace icona della Sicilia Garibaldina, dove liberali e massoni, nobili e notabili conservatori, appoggiano formalmente una rivoluzione allo scopo di controllarla e di neutralizzarla nella sostanza.
Una rivoluzione che in fin dei conti, per i baroni siciliani e per i Savoia, a prescindere da ciò che ne pensa Garibaldi, dovrà limitarsi solo alla consegna dell’Isola ad una diversa Dinastia e ad un diverso Stato, senza scalfire il nucleo vero del potere economico e politico dei latifondo, senza attuare le riforme economiche e sociali necessarie allo sviluppo e quella agraria men che meno.
La storia di Bronte disvela efficacemente gli intrighi politici sottesi alla costruzione della “nuova” Italia e preconizza il ruolo conservatore della Sicilia e della sua arcaica e decadente classe dirigente nobiliare e borghese, nel nuovo Stato che su queste nebbie si andava ad edificare.
La rivoluzione tradita e controllata: i gattopardi dietro le quinte
Al primo sentore del successo di Calatafimi, in ogni dove si erano creati Comitati “rivoluzionari” o di “liberazione”, pur diversamente connotati, che si aggiunsero a quelli segreti preesistenti.
A Bronte era attivo il Comitato presieduto dal barone Giuseppe Meli, che teneva appunto le sue segrete adunanze nella casa ducale, a questo aderirono alcuni brontesi che si autodefinivano liberali. Tra questi il cavalier Gennaro Baratta, il barone Giuseppe Guzzardi, Giuseppe Radice, i fratelli Nicolò e Placido Lombardo Luigi Saitta, l’avvocato Nunzio Cesare, Franco Thovez, Governatore della Ducea Nelson, Rosario Leotta, segretario della stessa e l’avvocato Giuseppe Liuzzo. Altri maggiorenti rimasero invece apertamente fedeli alla Dinastia.
Quando
Iniziò l’iter della divisione delle terre: i Decreti dittatoriali gli davano la forza della legittimazione per contrastare la vecchia classe dirigente, che segnalò al nuovo Governo come restia alla riforma.
Il partito dei conservatori e sostenitori della Ducea, sostanzialmente costituito da liberali e falsi rivoluzionari, comprese subito che Lombardo non si sarebbe fermato, nel porre in essere quella che essi reputavano una premessa all’aggressione delle prerogative della Ducea e del notabilato latifondista.
Nella seconda quindicina di giugno vennero indette le elezioni ed il partito dei comunisti di Lombardo rimase inopinatamente battuto. Fu eletto Presidente del Municipio Sebastiano De Luca, e il Barone Vincenzo Meli, uomo di poco spessore, a Presidente del Consiglio.
L’inattesa sconfitta esasperò gli animi. Il partito rivoluzionario si sciolse e Lombardo, che si era adoperato per il trionfo della “vera rivoluzione” e delle istanze dei contadini, venne allontanato da tutte le cariche pubbliche.
Diverse lettere vennero indirizzate al Governatore Domenico Piraino e al Comandante della Guardia Nazionale, affinché intervenissero sulla municipalità brontese che, camuffata da rivoluzionaria, aveva ignorato i decreti del Dittatore. Gli appelli rimasero inascoltati e l’ira del popolo montò oltre ogni dire.
I nuovi eletti, ovvero i “finti rivoluzionari” di Bronte, coerentemente allo spirito conservatore che li animava, continuarono a non obbedire agli ordini del Dittatore e non solo rifiutarono di applicare il Decreto di Garibaldi per la divisione delle terre demaniali, ma addirittura omisero di abolire la tassa sul macinato, nonostante che prima ancora di Garibaldi, lo stesso re Francesco II l’avesse eliminata, nell’ambito dell’estremo ed inutile tentativo di salvare il Regno.
Lombardo esperì ogni tentativo legale per costringere
La notizia che a Biancavilla, Regalbuto, Adernò (oggi Adrano) ed in altri Comuni si era proceduto agli atti preliminari alla divisione del Demanio comunale fra i contadini, nonostante l’opposizione passiva perfino degli agrimensori, fu la fatidica goccia in più.
Scoppiarono i primi disordini: si iniziò con manifestazioni e grida di sedizione: “Abbasso il Municipio! Abbasso i Borboni! Viva Garibaldi! Vogliamo la divisione delle terre!". Un grido che veniva da lontano e la cui eco risuonerà ancora in Sicilia per un secolo.
La città era in gran fermento e le riunioni più o meno segrete si susseguivano. Ulteriore motivo di pericolo era rappresentato dal fatto che gli stessi protagonisti che si fronteggiavano politicamente, erano anche a capo delle quattro compagnie della Guardia nazionale.
La situazione era paradossale quanto rappresentativa dello stato politico e sociale in cui l’invasione aveva condotto
Esplose un violento conflitto sociale e di classe: il popolo a fronte dell’immobilismo doloso della municipalità, interpretò come tradita la rivoluzione garibaldina, gridando che si facevano solo promesse che non venivano mantenute, e si trasformò in una belva feroce e sanguinaria.
La strage dei “Cappelli”
Dal 29 luglio la folla iniziò a dimostrare per le vie cittadine e le autorità ed i notabili (“i cappeddi” in contrapposizione alle “coppole” dei popolani) ottusamente e spavaldamente sottovalutarono la portata degli eventi, tentando di minimizzarli. La stessa sera una folla incontrollabile di giovani e contadini inscenò un funerale e con torce accese, percorse la città cantando il Miserere ed il De profundis sotto le case dei notabili ritenuti di fede borbonica e reazionari, che si opponevano alla divisione delle terre.
La situazione precipitò e le dimostrazioni divennero sempre più violente, sfuggendo di mano all’avvocato Lombardo, che comunque era considerato il referente politico dei rivoltosi, e che aveva garantito, in qualità di capo di una delle quattro Compagnie della Guardia Nazionale, il rispetto dei beni e delle Persone.
Ma le Compagnie della Guardia Nazionale, frazionate e contrapposte, non riuscirono ad arginare la rivolta.
Venne fissata una grande manifestazione per il 5 agosto, domenica e giorno di festa della Madonna della Catena, in modo tale che essendo liberi i contadini dalle fatiche dei campi, vi potesse presenziare tutto il popolo. Ma per timore di interventi militari esterni, venne deciso di anticipare la manifestazione al 2 Agosto.
La sera del primo agosto, per contornare la città, vennero occupati e trasformati in posti di blocco, le località Salice, S. Antonino, Zottofondo, Scialandro, Catena, Colla, Camposanto, dietro S. Vito, Sciarone Lo Vecchio. Alcuni cittadini spaventati dall’incedere degli avvenimenti, fuggirono nella notte, aiutati da amici e contadini fedeli. Alcuni si travestirono da pastori, altri da contadini e perfino da donna per sfuggire all’accerchiamento.
La mattina del 2 agosto, Bronte era una città blindata: impossibile uscirne. “Dobbiamo dividere le terre” era la parola d’ordine. Il popolo tutto era in piazza, anche i borghesi partecipavano e non tutti per convinzione.
Iniziarono gli incendi: il teatro, l’archivio comunale, l’ufficio postale, il casino dei civili e decine di case cospicue.
I contadini si trasformarono in ribelli furiosi, latori di un’istanza sociale da secoli inascoltata, raggirata ed ora tradita, che il Dittatore prometteva di realizzare, ma alla quale i “suoi rappresentanti” a Bronte come in tanti altri Comuni, non intendevano dar seguito.
Si arrivò al saccheggio ed alla prima vittima, la guardia municipale Carmelo Luca Curchiurella, massacrato nei pressi del Carcere Bovi, solo perchè prendeva “proditoriamente” nota dei preposti ai posti di blocco istituiti dai rivoltosi.
Le case dei notabili vennero messe a sacco e taluni preferirono aprire i magazzini e le dispense piuttosto che subirne lo scasso. I rivoltosi erano ormai incontrollabili.
Furono seviziati e trucidati una decina di "galantuomini", tra i quali il Notaio Cannata, borbonico lealista che giorni prima aveva apostrofato un rivoltoso che portava sul petto il tricolore dicendogli “Leviti sta pezza lorda”: venne evirato e poi bruciato vivo.
Il 4 agosto finalmente giunsero a Bronte ottanta uomini della Guardia nazionale di Catania, comandati dal Questore Gaetano de Angelis.
Alla fine si contarono sedici morti tra i quali il citato lealista notaio Ignazio Giuseppe Maria Cannata ed il figlio Antonino bruciato sulle ceneri del padre ancora ardenti, il cassiere comunale Francesco Aidala, l’impiegato del catasto Vincenzo Lo Turco, l’usciere Giuseppe Martinez.
Questo era l’epilogo delle rivendicazioni secolari dei brontesi, cui l’arrivo di Garibaldi ed i suoi Proclami avevano dato nuova speranza nuovamente tradita. Questa era la tragica conclusione di una causa che durava da tre secoli, ovvero dal 1554 e non ancora finita.
Un ruolo attivo ebbero nella rivolta alcuni noti grassatori e banditi che scorrevano quei territori etnei ed un manipolo di delinquenti evasi o liberati dalle carceri di tutta l’Isola all’arrivo di Garibaldi, malviventi che profittarono dello scompiglio per fini esclusivamente criminali: ma questo aspetto rimane secondario all’impeto di rivolta sociale delle disperate masse popolari.
Ordini da Londra
Risultava evidente che il temuto annullamento della donazione di Ferdinando a Nelson, avrebbe retrocesso i terreni al demanio comunale di Bronte e dunque questi sarebbero stati ripartiti.
A Garibaldi venne quindi intimato di far rispettare la proprietà britannica della Ducea, e il Dittatore aveva troppi debiti con gli inglesi per non ubbidire prontamente, tanto più che la sollevazione, per analoghi motivi, si era estesa a Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione, e rischiava di compromettere la rivoluzione provocando un intervento esterno, o quanto meno di ritardare l’avanzata nel continente che Questi ed i suoi, bramavano più d’ogni altra cosa, più della vita stessa.
Per una migliore comprensione dell’aspetto politico della vicenda, si tenga in considerazione che a fronte dell’incedere degli avvenimenti, Garibaldi aveva motivo di temere che il diffondersi dei disordini nelle zone “liberate”, comunque connotati, innescasse una controrivoluzione indipendentista o lealista dei baroni, e ancor più l’intervento di potenze straniere interessate, come l’Austria,
Garibaldi inoltre, era a conoscenza, per il tramite dei Consoli inglesi, dell’ambigua posizione assunta da Napoleone III, che continuava a trattare con Francesco II, elargendogli consigli per salvare il Regno, suggerendogli quali “immegliamenti al governo” adottare, e quali provvedimenti e Costituzioni concedere, ma non rilasciandogli alcuna garanzia d’intervento per fermare Garibaldi a Messina. Anzi ricordandogli ad ogni tornata degli ambasciatori, che Vittorio Emanuele era suo alleato e che non avrebbe mai agito contro il Regno di Sardegna.Più tardi, dall’esilio romano, Francesco II ebbe a dolersi della propria ingenuità.
La rivolta di Bronte e dei Comuni etnei, rischiava quindi di cambiare il destino politico dell’Isola appena “liberata” e soprattutto di sconvolgere i programmi del Generale che ora percepiva la formazione di un “partito” trasversale che intendeva fermarlo a Messina.
Poulet pacifica Bronte e Bixio arriva in carrozza
Questa parte essenziale degli avvenimenti di Bronte, pur nota da sempre, è stata oscurata se non dolosamente omessa, da quasi tutta la storiografia.
Il Governatore di Catania, a fronte delle pressioni inglesi, aveva inviato a Bronte il Colonnello Giuseppe Poulet pur convalescente per una ferita subita negli scontri di Catania:
L’intervento dell’autorevole e coraggioso clero locale e dell’avvocato Lombardo, scongiurarono gli scontri ed il popolo ora acquietatosi, consentì l’ingresso a Bronte della Colonna di Poulet, raccontandogli tra le lacrime le vessazioni e gli abusi perpetrati dai latifondisti e dalla Ducea, l’usurpazione dei terreni, l’abolizione degli usi civici sui terreni dell’Abbazia di Maniaci, la fame, la miseria e la disperazione in cui versava da secoli la popolazione.
Dopo l’arrivo di Poulet, si registrò a Bronte un solo omicidio, compiuto da “un’orda feroce di Malettesi” a Margiogrande, che nulla aveva di politico. I delinquenti comuni e gli elementi più facinorosi e compromessi, lasciarono il paese, che tornava lentamente alla normalità già nella serata del 4 agosto. La mattina del 6 agosto venne ordinato il disarmo.
Ma il destino ordiva un altro finale per la vicenda di Bronte. O perché non a conoscenza degli sviluppi, o come sopra detto per timore di lasciarsi alle spalle pericolosi focolai di “controrivoluzione”, a fronte dei disordini registrati anche a Linguaglossa, Randazzo, Adernò, Regalbuto, Maletto ed in altri Centri etnei, Garibaldi inviò immediatamente una staffetta a Bixio che stava risalendo lungo il litorale ionico per ricongiungersi al Generale a Sud di Messina.
Il genovese non aveva altro pensiero che arrivare in tempo per il “passaggio” in Calabria. Ma i Comuni etnei in rivolta erano ora venticinque e venne costretto a rallentare la marcia e lasciare vari presidi militari per riportare l’ordine gravemente turbato.
La staffetta che recava le disposizioni di Garibaldi, lo raggiunse a Giardini nel pomeriggio del 4 agosto: interrompere l’avanzata e puntare su Bronte per reprimere la rivolta “anti rivoluzionaria”, perché così gli veniva artatamente rappresentata dai notabili brontesi e dagli inglesi, e così conveniva al Generale rappresentarla per non correre il rischio di lasciare “traditori della rivoluzione” alle sue spalle, dopo il “passaggio”.
Bixio arde di furor patrio: teme di non arrivare in tempo per lo sbarco sul continente per raggranellare altri lembi di gloria. Questa smania che lo pervade condizionerà il suo comportamento e lo indurrà ad agire più che a riflettere, come egli stesso ricorderà.
A testimonianza dell’essere già del tutto pacificata Bronte la mattina del 6 agosto, vi è il fatto comprovato e documentato che Nino Bixio arriva in città a bordo di una carrozza presa a nolo a Randazzo dai fratelli Vagliasindi, accompagnato solo da due attendenti. Inoltre lo stesso Poulet gli aveva reso conto con un messaggio scritto, datato 5 agosto, della sua pacifica entrata in paese.
Ma Bixio, raggiunto solo in serata da una prima Colonna, è irragionevole: si contrappone a tutto e a tutti, soprattutto alle colpevoli autorità locali che, elette dopo l’invasione, solo perché in apparenza favorevoli al Dittatore, in realtà non sono riuscite a mantenere l’ordine.
Bixio finge di ignorare la vera natura dei moti. Comunque pur deponendoli immediatamente, abbraccia la tesi della contro rivoluzione, certo comoda, propinatagli dai finti rivoluzionari e in una lettera al Governatore di Catania dichiara apertamente che "Sarà pur necessario dare qualche esempio capace di intimorire chi cerca sconvolgere l’ordine pubblico, spingendo a delitti orribili, come in Bronte."
E forse questo “Sarà pur necessario…” è una delle chiavi di lettura: Bixio vuole terrorizzare i liberali non allineati, vuole chiarire che la rivoluzione non deve intaccare “I poteri forti”, come oggi suol dirsi, e che nulla deve disturbare le operazioni del processo politico e militare che conduce all’unità.
Per 150 anni si è discusso sulla esatta percezione degli avvenimenti che ebbe Bixio e si è indugiato nel sostenere che non comprese chiaramente i fatti. Questa tesi è insostenibile a fronte di quanto annotato dallo stesso Generale nel suo diario in data 6 agosto 1860:
“Secondo il Presidente del Consiglio la causa è la divisione voluta dei beni comunali, la stessa opinione hanno il delegato e il Presidente del Consiglio municipale. Secondo il delegato di Catania il Presidente del Municipio Sig. Nicolò Lombardo sarebbe il capo della rivoluzione comunista”.
In una nota soggiunge: “Anche il capitano della Guardia Nazionale portatore dei dispacci dice che il Lombardo è il capo dei massacri”.
A fronte di queste note estese di suo pugno il primo giorno di presenza a Bronte, risulta arduo sostenere che Bixio non conoscesse i veri motivi della rivolta. Così come risulta difficile pensare che abbia creduto sinceri i notabili che sotto le sue stesse minacce indicarono, per salvarsi e per vendetta, negli esponenti della fazione opposta, i responsabili di tutto. Eppure buona parte della storiografia ha avallato queste tesi.
Altri erano i motivi della cieca furia del Generale: la sanguinaria ragion di Stato di quel Regno d’Italia che si andava a costruire. (continua)
