Fino al 3 febbraio 2012 la Sala del Duca di Montalto di Palazzo dei Normanni, a Palermo, ospita la mostra di Vincent Bios. Nato a Erice ma trapiantato a Milano già da diversi anni, opera tra Milano, Trapani e Pechino dove ha vissuto per circa due anni. Artista eclettico è riuscito in pochi anni ad affermarsi nel panorama artistico internazionale con mostre a Pechino, Boston, Berlino e Milano.
Nel corso della conferenza stampa tenutasi a Palazzo dei Normanni, dopo la ampia pagina di presentazione di Martina Cavallarin che motiva inoltre la scelta del titolo della mostra “Il muro ha un suono” (preso a prestito dal libro d Guido Ballo – teorico dello spazialismo) è intervenuto il prof. Andrea del Guercio che ha voluto introdurre nel contesto della presentazione di Vincent una sua personale riflessione circa la sua presenza a Palermo in questa circostanza.
Egli infatti ha aggiunto che nel percorrere l’autostrada, che dall’aeroporto lo portava a Palermo, la sua “ansia” nell’attesa di attraversare il pezzo di autostrada di Capaci saltato in aria per “giustiziare” Giovanni Falcone, reo di essersi messo contro la mafia, il suo pensiero emozionale è corso oltre che al ricordo delle cinque vittime delle atrocità della mafia e alla brutalità del loro modo di giustiziare i loro nemici, anche alle opere di Bios e al suo lavoro più in generale.
I muri trafitti da spari di pallettoni e/o da lupara o da colpi singoli di fucile, “macchiati” del colore del sangue, graffiati, craccati nella loro superficie, muri silenziosi dalle molte tracce della memoria, rispetto a quelle che oggi sono le due stele che ricordano i martiri di quel fatidico 23 maggio del 1992, potrebbero essere un ulteriore momento di riflessione. Non solo quindi per ricordare ma come monito contro tutte le violenze e le atrocità umane.
Questa considerazione di Andrea Del Guercio è condivisibile nella misura in cui la stele indica che in quel luogo è morto qualcuno ma il muro di Vincent Bios ne determinerebbe l’atrocità della sua morte. Ma per tornare alla mostra, i materiali certamente, l’uso del polistirene o del cemento, accentuano la drammaticità del lavoro di questo artista e ciò che incuriosisce maggiormente sono gli “spari al muro”. Ne è nata una breve conversazione con l’artista su quell’effetto che sicuramente ripescava tutto un substrato culturale additato ai siciliani e alla sicilianità. L’uso di tale tecnica (dello sparo a pallettoni sull’opera) l’avevamo già metabolizzato attraverso i lavori di Giusto Sucato (un artista di Misilmeri, cresciuto alla corte del noto critico d’arte e antropologo Francesco Carbone).
Le sue porte di lamiera impallinate, presentate in occasione del Premio Fimis di Isola delle Femmine del 1988, avevano suscitato nel pubblico una qualche perplessità. Erano lavori forti di grosso impatto emotivo.
È vero peraltro che tale sistema di sparare alla porta con una scarica di lupara – come avvertimento – era molto in uso quando la mafia dei paesi poneva l’attenzione su alcuni contadini che non volevano pagare il pizzo.
Sicché non mi fu nuova in assoluto quella voglia di ricordare in qualche modo una certa sicilianità nelle opere di Vincent Bios. Non so perché ma quei buchi il cui alone era sintomo della bruciatura dei pallini di piombo mi fecero venire alla mente le parole di Giovanni Falcone: “per capire la mafia bisogna essere nati laddove la mafia si nutre”. E io che sono siciliano peraltro come lui e come Vincent non possiamo non capire il senso di questa affermazione.
Ma questi suoi buchi sui muri realizzati con il classico colpo di fucile a pallettoni o lupara avevano però nella lettura del pensiero dell’artista un significato diverso. Molto diverso.
In altri termini l’artista eliminava il bersaglio che si frapponeva tra chi spara e il muro stesso, peraltro molto bene rappresentato nel video che accompagna la mostra, sicché veniva a mancare l’elemento della sfida, l’oggetto da colpire, la persona da giustiziare o perché si era resa colpevole da nefandezze da meritare la morte o perché vittima innocente condannata a morte da “tribunali” mafiosi senza legge.
In ogni caso lo spirito di questi lavori in un senso o nell’altro sono una denuncia contro qualsiasi violenza fatta dall’umanità all’umanità.
Una mostra quella di Vincent Bios che si avvale dei supporti sui quali ha potuto lavorare, forniti della ditta URSA che ha patrocinato il progetto espositivo. “Il Muro ha un suono” Sala del Duca di Montalto fino al 3 febbraio 2012 catalogo € 20,00 orario di apertura: lunedì-sabato 8.30 – 7.40 dom. e festivi: 8.30 – 13.00 la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso € 3,00.
