Tutto carne e ossa, spilungone, l’aspetto del morto di fame. Gli occhi scintillanti nel viso scavato: le pupille vi giravano inquiete. Nella sua figura l’espressione di una miseria atavica. Non stupisce perciò che si presentasse, nei suoi spettacoli improvvisati, come “a fabbrica ru pitittu”, la fabbrica dell’appetito.
Peppe Schiera era il suo nome. Pochi oggi lo ricorderebbero se non si fosse interessato di lui Salvo Licata, cantore indimenticato di Palermo e dei palermitani. Licata fu attratto da quest’uomo espressione di una Palermo dei poveri che sbeffeggiava il regime fascista, dapprima come giornalista, a partire dal 1962, quando ne sentì parlare per la prima volta. Poi da commediografo scrivendo, negli anni Sessanta, la pièce “C’era e c’era Giuseppe Schiera”, arricchita, nel 1994, dal monologo della moglie. A interpretare l’irriverente e squattrinato poeta di strada già dal 1967, anno della prima rappresentazione dell’opera teatrale, fu il cabarettista Giorgio Li Bassi. Che ha continuato a dare il suo volto a Peppe Schiera sino alle più recenti repliche e adattamenti. Tanto da arrivare a dire: “Schiera sono sempre stato io. Mi rivedo in Schiera, in alcune somiglianze smaccate, che mi secca quasi parlarne, perché significa parlare dei miei pregi e delle mie pecche”.
Un istrione tutto palermitano, Peppe Schiera. Una delle tante raffigurazioni reali della “corda pazza” dei siciliani. E un uomo di coraggio. Il coraggio dei nullatenenti. Di chi non ha altro che fame (“u pitittu”) e un talento anarcoide. Il fascismo, il suo nemico dichiarato. E il duce che lo incarnava. “Se avanzo seguitemi”, diceva Mussolini in uno dei suoi slogan figli della retorica del tempo. Schiera gelava l’ardore di quel motto, ribattendo: “U Duci nni cunnuci/ contru u palu ra luci”. Quando si celebrava il 24 maggio, ricorrenza, per l’Italia, dell’inizio della prima guerra mondiale, il canto sul Piave era rivisitato dal suo mordace sarcasmo: “L’esercito manciava/ scorci ’i favi e tinnirùma/ e quannu era ruminica quaruma”. Non a caso l’enfasi si scioglieva, con la sua strafottente parodia, nel bisogno primordiale dei poveri: il mangiare. In un’epoca che declamava frasi ad effetto e proclami roboanti, erano tanti che erano morsi dal languore della fame. Perciò la gente lo seguiva, si divertiva a sentirlo nelle piazze di Palermo: in quello strampalato dicitore di versi con rima baciata avvertiva una sensibilità non molto lontana dalla loro. Ma occorreva cautela, circospezione: Schiera non scampava mai alle retate delle camicie nere, ed era pericoloso anche essere sorpresi mentre si assisteva alle sue performances.
Schiera era, a suo modo, un cronista di quegli anni. Alla fine della spedizione etiopica, veniva proclamato l’impero. Schiera commentava: “ Quannu ‘u re era re/ mancava ‘u cafè./ Ora è ‘mperaturi/ e manca ‘u caliaturi./ E si pigghiamu n ’autru statu/ manca puru u surrogatu”. La firma del Patto d’acciaio gli ispirarono versi profetici: “Cci rissi Hitler a Mussulinu/ facemu l’allianza/ Criccu Croccu e manicu ri ciascu”. Viveva da vagabondo Schiera, alla giornata, né mai si era messo in testa di dare delle regole alla sua esistenza, ma era lungimirante e dotato di buon senso. Quello che mancava, invece, ai “Padroni della guerra”, per citare Dylan. Da cronista controcorrente e irridente i suoi “bollettini di guerra”: “Na curazzata/ la nostra armata/ si scuntrò cu ’na pignata/ e arristò tutta ammaccata./ Cu?/ A curazzata!”.
Non conobbe che stenti, miseria, soste in galera la vita di Schiera. Era nato nel quartiere palermitano di Tommaso Natale al confine quasi dell’Ottocento. Era il 3 febbraio del 1898 quando vide la luce in una famiglia che più numerosa è difficile immaginare. Lui compreso, i suoi genitori generarono 18 figli, vale a dire 18 bocche da sfamare. Militare di leva, prestò servizio alla caserma Sant’Antonio, finendo spesso in prigione per il suo spirito refrattario ad ogni imposizione. Le sue occupazioni furono sempre saltuarie e precarie e si macchiò pure di qualche piccolo furto per campare. Non sopportò a lungo il lavoro di operaio in una zolfara del nisseno. Dopo la breve parentesi di zolfataro, tornò a Palermo, dove conobbe Margherita Vaccaro: “fuitina”, nozze riparatrici e alloggio nella casa dei suoceri. Da lei, che gli stette accanto col sostegno finanziario della sua famiglia, ricevette cinque figli. Ebbe modo così di girovagare per le strade di Palermo, senza troppi impegni per procacciarsi il pane, liberando il suo estro canzonatorio.
Una vita maledetta, maledetta dalla miseria, non poteva che avere un epilogo tragico. I bombardamenti del 9 maggio del 1943 gli furono letali: fu vana la sua corsa verso il rifugio antiaereo. La moglie, subito dopo la sua morte, bruciò i numerosi foglietti (più di duemila) dove erano scritti quei versi beffardi. Temeva, all’arrivo degli americani, che quell’eredità fosse un fardello foriero di altre grane con le autorità.
