Antonino Cangemi

La notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969 a Palermo si consumò uno tra i più efferati delitti della storia dell’arte: il furto della “Natività” di Caravaggio all’Oratorio di San Lorenzo. Nel trafugamento pare vi sia stata la mano della mafia. Se vogliamo credere alle confessioni di Francesco Marino Mannoia non solo fu la mafia a rubarla, ma “Cosa nostra”, nell’operazione, fu così maldestra da non ricavarne alcun profitto.

 

Il pentito, infatti, ha raccontato che, dopo essere stato asportato dalla cornice con una lama di rasoio, “nel piegarlo per trasportarlo meglio, il dipinto venne irrimediabilmente rovinato. Quando lo vide, l’acquirente si mise a piangere e non lo volle”. Stando alla sua ricostruzione, del quadro non v’è più traccia. Di seguito, infatti, i mafiosi se ne liberarono: lo bruciarono e sparsero le ceneri nel fiume.

 

Diverse le versioni di altri due pentiti: Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi. Secondo loro il quadro è ancora integro. Brusca confida che il capolavoro di Caravaggio è stato oggetto di trattativa con lo Stato per ottenere la soppressione dell’articolo 41 bis, che prevede per i mafiosi il carcere duro. Queste le argomentazioni di “Cosa Nostra”: “Una persona, per quanto importante, può essere sostituita. Un’opera d’arte, persa una volta è persa per sempre”. Cancemi rivela che il dipinto viene esposto durante i summit dei mafiosi per ostentare il loro potere.

 

Malgrado l’opera sia oggi stimabile sui 50 milioni di euro, Palermo non mostrò mai particolare entusiasmo per il gioiello custodito (si fa per dire) nell’Oratorio di San Lorenzo accanto agli stucchi del Serpotta. Tant’è che, all’indomani dell’increscioso episodio, Sciascia osservò come Palermo avesse scoperto di possedere un Caravaggio solo dopo il clamore del furto.

 

A quarant’anni dal crimine, nel capoluogo siciliano, quasi a voler fare i conti con un passato di incuria e disinteresse verso l’opera di Michelangelo Merisi, viene promosso un convegno internazionale: “La Natività: 40 anni dal furto”. La manifestazione ha avuto inizio ieri pomeriggio nella sala gialla di Palazzo dei Normanni. I lavori proseguiranno oggi e domani.

 

A organizzare le giornate di studio è la Fondazione “Extroart” per il progetto “Wanted…presi per il verso giusto”. Un progetto dai fini encomiabili: recuperare alla memoria e fare conoscere le opere trafugate, per sollecitarne la ricerca e contrastarne l’illecito commercio.

 

Il dibattito di ieri, moderato da Salvatore Cusimano, direttore di Rai Sicilia, ha avuto come relatori esperti di rilievo: i critici d’arte, Roberta Lapucci, Giovanni Bonanno, e Aurelio Pes, Ludovico Gippetto, presidente di ”Extroart”, il religioso Fr.Marius Zerafa e Jovan Mizzi, della “Caravaggio Foundation”, entrambi provenienti da Malta.. Significativo il titolo dell’incontro:” 1609, 1699, 1969, 2009, la Natività di Caravaggio: la luce dell’ombra”. Quelle date –come ha spiegato Ludovico Gippetto- assumono un significato particolare: nel 1609 vede la luce “La Natività”, nel 1699 vengono realizzate nell’Oratorio le decorazioni del Serpotta , nel 1969 l’opera viene trafugata, nel 2009 si spera di ritrovarla.

 

Ludovico Gippetto ha illustrato la sua originale lettura del dipinto. Prendendo spunto da appunti di Umberto Eco, ha evidenziato come la figura di San Giuseppe, raffigurata giovanile a dispetto della tradizione, sia quella centrale dell’opera, sebbene dia le spalle all’osservatore. Lo sposo di Maria –nota Gippetto- ha una ferita nel dito che indica il bambin Gesù, e tale ferita corrisponde, tracciando un’ideale linea di congiunzione, al costato di quest’ultimo, anch’esso riportante un segno, appena visibile, di lacerazione. Presagio del futuro martirio. Tale interpretazione è stata avallata dalle acute osservazioni di Aurelio Pes. Che, legando l’arte di Caravaggio al giansenismo, ha rilevato come il genio del Merisi si manifesta nella capacità di rappresentare, in ogni suo dipinto, un evento. Nel caso della “Natività”, la predestinazione di Gesù al sacrificio.

 

Non meno interessanti le riflessioni di Roberta Lapucci. Secondo la studiosa, Caravaggio, per ottenere gli effetti delle luci e delle ombre, si sarebbe avvalso di una primitiva camera oscura e di altri strumenti ottici.

 

Da segnalare, infine, l’intervento di Fr. Marius Zerafa, che ha testimoniato la vicenda legata a un’altra tela del Caravaggio, “Il San Girolamo”: rubata, ma poi ritrovata e oggi, puniti i responsabili, conservata nella Cattedrale di San Giovanni a La Valletta.Un auspicio per la nostra “Natività”.