Giuseppe Di Bella

(a cura di Giuseppe Di Bella) Proseguiamo la pubblicazione del “Testamento politico di Mussolini” addentrandoci in quella che è forse la parte più politica del documento in esame, pubblicato nel 1948 e giudicato falso dalla storiografia prevalente.

Drammatiche e incredibili le illusioni di Hitler e Mussolini che ancora a poche ore dal tracollo definitivo, attendono l’arma segreta in grado di capovolgere le sorti del conflitto.

Mussolini ammette le sue responsabilità ma vuole anche dimostrare l’ineluttabilità degli avvenimenti e la spinta popolare verso l’entrata in guerra, una guerra che la Germania “Aveva già vinto”. In questo è credibile: la maggior parte degli italiani, con riferimento a tutte le componenti della società, voleva partecipare non ad una guerra, ma ad una vittoria già ottenuta, quella dell’alleato Hitler ormai padrone dell’Europa. Gli italiani in realtà non volevano la guerra in quanto tale, volevano sedersi da vincitori al tavolo della pace: “Mi servono mille morti per sedermi al tavolo della pace”.

I limiti umani e politici del progetto e quelli materiali del nostro esercito, furono subito evidenti con l’aggressione alla Francia, già prostrata dai tedeschi, e le difficoltà di passare le Alpi, dove servirono 4 divisioni per sfondare le forti posizioni tenute dai francesi.

  

Mussolini scosse la testa, stette un attimo pensoso e osservò: “Si nasce giornalisti come si nasce compositori o tecnici. Creare il giornale è come conoscere la gioia della maternità. Il criterio di non monotizzare e giusto. Non si può dare un concerto con soli tromboni e grancasse. Il pubblico, dopo i primi istanti di sbalordimento, finirebbe con l’abituarvisi. Vedo che siete anche un abile amministratore. Siete genovese…”

Si soffermò sul grafico che riguardava la corrispondenza ricevuta dal pubblico, lettori e lettrici e osservò: “Molte lettere anonime, vedo…”

 

“Ricevo al giornale circa un dieci per cento di anonime. Però quando le vicende dell’Asse vanno meglio, le lettere anonime diminuiscono”.

Gli dissi anche che in Alessandria avevo appiccicato le più divertenti ad una parete.

Mussolini sorrise: “Ho visto le fotografie della vostra redazione”.

Nel mese di marzo,  precisai,  su 2.785 lettere ricevute, 360 sono state anonime.

“Oltre 2.400 lettere non anonime in un mese sono moltissime. Fate rispondere?”

 

Gli dissi  che rispondevo personalmente a tutti e nella rubrica “Il Direttore risponde” e, in gran parte, direttamente.

“Ho constatato che, così facendo, si ottiene una grande pubblicità. Chi riceve, specie in un piccolo centro, una lettera personale del direttore, la fa vedere a più persone. Automaticamente diventa un fedele propagandista”.

Mussolini prese il pacchetto delle lettere che gli avevo portato insieme con le altre cose. Gli feci osservare che avevo diviso le missive in tre gruppi. Volle tenerle tutte.

“Se avrò tempo, le leggerò stasera”.

 

Intanto aprì tre lettere che, avevo messo più in vista: una di una signora che abitava presso Torino; un’altra di un giovane volontario, pure di Torino; la terza di una personalità ligure.

“Ringrazierete la signora e il ragazzo. Lasciatemi l’altra: farò rispondere direttamente. Avete qualche cosa ancora da dirmi?”

Ho due collaboratori, un fascista e un vecchio socialista fiorentino …

Mussolini mi disse subito i nomi, di entrambi e aggiunse: “Fate loro i miei elogi. Dite loro che leggo gli articoli che scrivono, con interesse”.

Ebbi l’impressione che l’udienza fosse per finire. Mussolini aveva riaperta la raccolta del giornale e, in ultimo, aveva trovato le copie del giornale «Il Monarchico», che avevo stampato alla macchia, facendo finta fosse l’organo di un gruppo monarchico «C. Cavour» di Torino, e una copia del “Grido di Spartaco”, che anche avevo stampato clandestinamente. Mussolini rise, ed esclamò: “Mi sono piaciuti. Anche per questo lavoro vi elogio”.

 

Allora mi feci animo: “Duce, permettete che vi rivolga qualche domanda?”

Mussolini si alzò. Mi venne vicino. Guardandomi negli occhi, con un accento e un’espressione che non dimenticherò mai, mi chiese, d’improvviso: “Intervista o testamento?”

A quella domanda inaspettata rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario.

“Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta. Sono disposto a rispondere alle domande che mi farete”.

 

In preda ad una grande agitazione, mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica:

“Qual’è il vostro pensiero, quali sono i vostri ordini, in questa situazione?

Invece di “ordini”, dissi: “disposizioni”,  ma siccome nel testo dell’intervista, che il giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto « ordini », lascio l’espressione ch’egli Stesso approvò. Debbo aggiungere che, quantunque io abbia preso nota con la maggiore attenzione possibile di quanto Mussolini mi andava dicendo  non ho potuto, nelle giornate che seguirono il colloquio, riferirlo con esattezza minuta, rigorosa. Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene con assoluta precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile allora.

Ecco il perché di queste note, e delle note che seguiranno.

Alla mia domanda, Mussolini, al sua volta domandò:

Voi cosa fareste?

Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini. mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo: “Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere”.

 

“Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati …”

“Certo, sarebbe la fine più desiderabile … Ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Non sarà versata una goccia di sangue”.

Veramente disse: «Ho l’assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue».

Un trapasso di poteri per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo anche noi in montagna per un po’ di tempo”.

Osai interromperlo: “Vi fidate, Duce, del Cardinale?”

Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani. “E’  viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. E’ la sola strada che debbo prendere. Per me è comunque, finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani”.

“Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte…”.

“Dovete ubbidire. La vita dell’Italia non termina in questa settimana o in questo mese. L’Italia si risolleverà. E’ questione di anni, di decenni, forse. Ma risorgerà e sarà di nuovo grande, come l’avevo voluta io”.

Dopo una brevissima pausa, continuò: “Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di illusi”.

 

Forse Mussolini non disse: «troppi ». Ho l’impressione che dicesse solo “malvagi e venduti”. Quando rilesse le righe che seguono, le segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi comprendere che l’espressione non gli era troppo piaciuta. Tuttavia non la cancellò.

La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò: “Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Oggi è facile profetizzare il passato”.

Non riesco più a ricordare il significato del segno fatto qui in margine. Forse quel segno a matita voleva significare: “Non mi piace”.

“Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che a fine maggio e ai primi di giugno del 1940, se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente.

La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati”.

 

Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate riguardavano i discorsi della gente. Egli stesso sottolineò con un segno più forte l’espressione: “La Germania aveva vinto”, con tutto ciò che segue.

“E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più presentata. Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra.

La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto.

I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista …”

 

A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. Questa ad esempio: “Ho parlato sempre coi Fuhrer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Fuhrer dimostrò buon volere e comprensione”.

“La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo: L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica; sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere.

Non dovevo forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata?

In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale, il Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza di numero e di spirito tale, da controbilanciare efficacemente quella oggi preponderante della Germania.

Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perchè mi rifiuto di definire europei gli agglomerati balcanici e quelli di certe zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico di Asia o di America.

Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dàto diritto di pretendere la nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le sofferenze e di tutte le guerre.

La vittoria delle Potenze così dette alleate non darà al mondo che una pace effimera e illusoria. Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede.

Il Mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee.

Non ho bluffato quando affermai che l’idea Fascista sarà l’idea del secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclisse, si anche di un lustro, anche di un decennio.

Sono gli avvenimenti in parte, in parte gli uomini  con le loro debolezze, che oggi provocano, questa eclissi. Indietro non si può tornare. La Storia mi darà ragione”

 

A questo punto Mussolini tacque. Scosse alcune volte la testa come per scacciare un pensiero molesto.

Quando, due giorni dopo, gli portai il dattiloscritto di queste dichiarazioni, fece in più, punti, specie là dove mi aveva parlato di una forza di trecento milioni di europei, di “veri europei “, alcuni segni di distacco: segni di lapis. Mi disse che avevo dimenticato molte cose importanti. Oggi le ricordo benissimo tutte.

Mussolini parlò della ‘sua presa di posizione nel 1933-’34, fino ai colloqui di Stresa (aprile ‘35). Affermò che la sua azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita, nè dall’Inghilterra nè dalla Francia. E soggiunse: “Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale, ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie: ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito».

 

Dopo qualche istante di silenzio, ardii chiedergli: “ Avete detto che l’eventuale vittoria dei nostri nemici non potrà dare una pace duratura. Essi nella loro propaganda affermano…

“Indubbiamente abilissima propaganda, la loro. Sono riusciti a convincere tutti. Io stesso, a volte…”

Mussolini sottolineò la frase: “Io stesso, a volte…” e  sorrise. Posò il lapis sul tavolo e sollevò due o tre Volte le mani fino all’altezza delle tempie. Poi, parlando lentamente e staccando le sillabe, aggiunse: “Qualunque cosa detta da loro è la verità. Mi sono chiesto la ragione di questa specie di ubbriacatura collettiva. Sapete che cosa ho coneluso?”. Alzò il capo e mi fissò. E proseguì: “Ho  concluso che ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di Coscienza, di comprensione, di evoluzione … invece, era isterismo collettivo… . Ma  il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo”.

 

Mussolini ha segnato fortemente queste righe. Sono convinto di non aver saputo riferire bene tutto il suo pensiero. Mi disse: “Non avete detto tutto. Avete rimpicciolito la mia idea. Ne riparleremo…” Invece, non ci fu più né  tempo, e né  modo di riparlarne. Pochi giorni dopo, fu Dongo, fu l’esecuzione, fu Piazzale Loreto.

 

“La vittoria degli alleati riporterà indietro la linea del fronte delle rivendicazioni sociali. La Russia? Il capitalismo di Stato russo (credo superfluo insistere sulla parola bolscevismo) è la forma più spinta e meno socialista di un ibrido capitalismo, che si può solamente sostenere in Russia, appoggiato all’ignoranza, al fatalismo e alle sotnie di cosacchi, che hanno lasciato lo knut per il mitra. Questo capitalismo russo dovrà cozzare fatalmente con il capitalismo anglo-sassone. Sarà allora che il Popolo italiano avrà la possibilità di risollevarsi e di imporsi. L’uomo che dovrà giocare la grande carta …”

“Sarete voi, duce….”

(continua)