(Ignazio Coppola) Le polemiche accese, circa un mese addietro, sugli organi di stampa, dalle dichiarazioni del sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianfranco Miccichè ed alcuni storici tra i quali i professori Renda e Giuffrida a proposito di Garibaldi e del suo essere, a seconda della differenti opinioni, protagonista negativo o positivo della storia del nostro paese meritano un’attenta riflessione soprattutto, per quanto riportato da Miccichè, a proposito della morte di Anita Garibaldi.
Il sottosegretario erroneamente e confusamente nelle sue affrettate considerazioni (non si riesce a capire a quale fonte storica attinge) fa risalire la morte di Anita nel corso di un viaggio in mare nei pressi di Hammamet uccisa e strangolata dallo stesso Garibaldi.
Per amore di verità storica al di là dei contrasti e delle polemiche sul personaggio Garibaldi credo sia, a distanza di un mese, stemperate le polemiche, opportuno,con obbiettività e con serenità di giudizio, ricostruire la vicenda della morte di Anita, avvenuta nei pressi di Ravenna il 4 agosto del 1848 così come ce la riportano le cronache dell’epoca e come il fatto, seppure ammantato di giallo, certamente merita. Andiamo ai fatti.
Nell’agosto del 1948, caduta la Repubblica Romana, Garibaldi in fuga, con i pochi uomini che gli erano rimasti e con Anita in gravissime condizioni, lasciata San Marino dove si era rifugiato inseguito dalle truppe austriache e papaline, cercava di arrivare disperatamente alla costa romagnola per poi raggiungere Venezia. Braccato dagli inseguitori,trovò alla fine rifugio nella fattoria Guiccioli, in località della Mandriole nei pressi di Ravenna.
Il fattore Ravaglia e la moglie assieme al medico Piero Nannini prestano i soccorsi alla morente Anita che, a detta di Garibaldi, cessò di vivere tra le sue braccia alle ore 7 e tre quarti del 4 agosto 1848. Così riporta testualmente nelle sue memorie: “Le presi il polso più non batteva. Avevo davanti il cadavere di colei che io tanto amava. Piansi amaramente la perdita della mia cara Anita. Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dare sepoltura a quel cadavere e mi allontanai sollecitato dalla stessa gente di casa che io compromettevo rimanendo più tempo.” Fin qui il racconto di Garibaldi non fa una grinza.
Ma la vicenda si tinge a forti tinte di giallo quando, sei giorni dopo la morte, il 10 agosto,una ragazzina del luogo, di nome Speranza, rientrando nella propria casa che sorgeva a breve distanza dalla fattoria Guiccioli, inciampa in qualcosa di indefinito e, con gran raccapriccio e paura s’accorge che si tratta di una mano che emerge da uno strato di sabbia ed è scarnificata perché probabilmente divorata dai cani. Intervengono la polizia del luogo e le autorità competenti. Viene dissotterrato un cadavere.
È quello del corpo in decomposizione e martoriato di Anita Garibaldi . “ “Trattasi del cadavere di Anita Garibaldi incinta e moglie del bandito Giuseppe Garibaldi che tra l’altro presenta segni non equivoci di sofferto strangolamento”, scriverà poi nel suo rapporto il delegato di polizia riprendendo il referto, in seguito all’esame autoptico eseguito dal medico legale, il professore Luigi Foschini primario dell’ospedale di Ravenna.
Certificata morte per strangolamento, dunque. Ma allora che cosa accadde alle ore 7e tre quarti del 4 agosto? Anita era ancora viva, a differenza di quanto sostiene Garibaldi nelle sue memorie? E chi la uccise, strangolandola per eliminare,essendo lei debole e malata, un ostacolo alla fuga del marito o un pericolo compromettente la sua presenza alla fattoria Guiccioli? Motivi per cui, essendo ancora viva,era opportuno in qualunque modo disfarsene. Sorgono per questo una miriade di interrogativi ed illazioni. Le autorità, in un primo tempo, fanno balenare l’ipotesi che sia stato lo stesso Garibaldi a uccidere la moglie incinta. Poi procedono all’arresto del fattore Ravaglia e di sua moglie sotto l’accusa di “correità e complicità nel supposto omicidio dell’incognita donna del ben noto Garibaldi e di ospitalità al ricercato”.
Al processo, i Ravaglia saranno assolti. Tutto chiaro? Mica tanto. Ma allora chi ha strangolato Anita? Si mormorò allora che il processo fosse pilotato per evitare lo scandalo che sicuramente avrebbe coinvolto il marchese Guiccioli, persona di grande prestigio e notabile del luogo. Per i Ravaglia, finiti i guai giudiziari, continuarono quelli con il più terribile brigante romagnolo di quei tempi Stefano Pelloni detto il Passator Cortese, il quale,convinto che i Ravaglia si fossero impossessati di un tesoro abbandonato da Garibaldi in fuga,cercò in tutti i modi di far loro rivelare, con le buone e con le cattive, il luogo dove avevano nascosto l’ipotetico tesoro. Di ciò non se ne seppe più niente,sottaciuto da storiografi e agiografi del tempo, ma rimane sulla misteriosa morte di Anita Garibaldi il beneficio del dubbio che consente ancora oggi tante possibili illazioni.
Una cosa è certa che morì per quanto abbiamo dettagliatamente raccontato nei pressi di Ravenna e non ad Hammamet come erroneamente e confusamente sostiene Miccichè.
