(Pasquale Hamel) Nel corso di un intervento in occasione del premio Brancati Zafferana, uno dei massimi storici contemporanei viventi, l’amico professor Giuseppe Giarrizzo, tracciando un dotto profilo del Risorgimento in Sicilia, ne ha richiamato come presupposto logico un evento sul quale la storiografia ufficiale ha poco indagato. Si tratta del caso della rivolta popolare del 1837, che interessò, in modo particolare le province di Catania e Siracusa.
Per sostenere tale tesi. sicuramente Giarrizzo si riferiva alle insofferenze dei Siciliani rispetto al sistema di potere, segnato da forti strette repressive da vero stato di polizia che, soprattutto in quegli anni, i Borbone avevano instaurato nell’Isola. Cogliendo. Dunque, un aspetto importante al quale, per completezza, bisogna, però, aggiungere la constatazione che le sommosse del 1837 furono una testimonianza evidente della sostanziale assenza di modernità delle popolazioni isolane, legati a modelli culturali segnati da profonda arretratezza, che si manifestava in atteggiamenti che si potrebbero definire primitivi.
Per la cronaca, nell’anno in questione una terribile epidemia di colera, dopo aver fatto strage nel meridione d’Italia, si parla di circa duecentomila morti, si abbatté sulla città di Palermo uccidendo oltre ventimila abitanti. Vittima illustre del terribile morbo fu l’abate Domenico Scinà uno dei maggiori storici della Sicilia.
Da Palermo l’epidemia si diffuse nel resto della Sicilia funestando, soprattutto, la parte orientale dell’isola.
A fare le spese del terribile morbo furono specialmente le grandi città: le popolazioni di Messina, Catania e Siracusa, furono falcidiate.
La difficoltà di intervento per assenza di condizioni igieniche adeguate e la disorganizzazione delle amministrazioni pubbliche non all’altezza dell’emergenza, non consentirono di approntare le misure necessarie ad arginare l’epidemia.
La rabbia popolare, già eccitata dalle gravissime condizioni economiche e sociali dell’isola, trovò ulteriore alimento nella situazione venutasi a creare a causa del colera. Tumulti scoppiarono a Siracusa, a Catania, a Biancavilla, a Paternò ed i altri centri minori, con sempre più evidenti caratterizzazioni politiche, in molti casi alimentati dalla propaganda talora spregiudicata dei liberali.
“Quei liberali – scrive il Privitera nel suo Annuario catanese – colsero questa congiuntura per muovere il popolo a insorgere, e il concetto del colera-veleno fu quasi generalmente accettato in quel paese tanto rinomato per sapienza e per dottrina”.
Costoro, infatti, tendevano a sfruttare la debolezza culturale delle masse propalando, ad arte, notizie false su una presunta responsabilità dei Borbone nella diffusione dell’epidemia di colera. Fra essi, basta ricordare, Mario Adorno, un avvocato siracusano liberale, che non si fece scrupolo di pubblicare di costringere il sindaco di Siracusa a pubblicare un proclama, cosiddetto “manifesto dei veleni” nel quale si accusava, senza mezzi termini il governo borbonico di essere responsabile della diffusione del colera.
In poche parole, i Borbone furono additati, agli occhi di un popolo assetato di vendetta, come i mandanti dell’epidemia e le autorità borboniche sul territorio accusate di essere gli untori e gli untori e di avere materialmente diffuso il morbo col risultato pratico di avere provocato una vera e propria caccia all’uomo che fece numerose vittime innocenti.
Tuttavia la direzione della jacquerie, perché tale fu il movimento, sfuggì di mano a coloro che, come Adorno, pensavano di poterla governare indirizzandola verso obiettivi rivoluzionari.
Il popolo dei rivoltosi non rispose più a nessun capo agendo nel più irrazionale dei modi, riuscendo dopo averne scacciato le truppe napoletane, ad impadronirsi della città di Catania.
Ma fu una vittoria di Pirro, il clima torbido che contraddistinse i tumulti, caratterizzato da episodi di violenza gratuita che evidenziavano la sostanziale arretratezza della società siciliana, provocò sdegnò e non conciliò ai rivoltosi le necessarie solidarietà.
La mancanza di un disegno strategico, l’assenza di guide autorevoli, fatta eccezione del patriota Salvatore Tornabene non vi furono figure di spicco capaci di assumere la leadership della rivolta, e la confusione generale di quei giorni, non permise di consolidare i risultati ottenuti e di approntare una resistenza adeguata per fermare la attendibile reazione dei napoletani. Proprio a Catania si organizzò perfino un moto controrivoluzionario sostenuto dall’aristocrazia locale, con a capo il marchese di Sangiuliano, che riuscì parzialmente a ripristinare l’autorità borbonica.
Dopo un primo tempo di incertezza, Ferdinando II, anche su sollecitazione degli aristocratici catanesi impauriti della piega che il movimento aveva assunto, ordinò di ristabilre l’ordine.
Ne fu incaricato il generale Del Carretto a cui furono concessi poteri eccezionali. Lasciata Napoli, la forza di repressione borbonica prese terra a Catania, e seanza particolari difficoltà riuscì a riprendere in mano la situazione.
Del Carretto approfittò dei suoi poteri dimostrando una particolare ferocia, infatti moltissimi rivoltosi vennero arrestati e molti di essi pagarono con la vita quel temerario aborto rivoluzionario. Fra i condannati ci fu anche l’avvocato Adorno che, senza dubbio, fu uno dei maggiori responsabili di quella pagina dolorosa della storia siciliana.
