Salvatore Parlagreco

Finora c’era solo la brutta storia del povero Tomasi di Lampedusa che non s’è potuto godere il meritato successo del suo manoscritto, “Il gattopardo”. Aveva atteso una decina d’anni invano ed hanno aspettato che se n’andasse all’altro mondo per pubblicare il romanzo che ha avuto il record di lettori e di edizioni dell’ultimo mezzo secolo in Italia.

L’episodio è così eclatante che è stato adottato come terapia psicoanalitica, in mancanza d’altro per gli scrittori che dopo avere vagato da un editor all’altro senza fortuna, si chiudono in casa e non vogliono parlare con nessuno, nemmeno con la moglie, alla quale sbattono la porta in faccia perché non gli ha dato l’ispirazione giusta.

Le frustrazioni sono il malessere dell’intellettuale moderno, e la depressione la sua naturale conseguenza.

Nessuno riesce a farsi una ragione di un manoscritto rimandato indietro con la formula notissima che sì è una buona prova d’autore ma che non c’è spazio nella collana oppure non si è interessato al tema e roba di questo tipo.

Da quando Linus ha messo in bocca al suo notissimo cagnetto la famosa risposta dell’editore di fiducia, qualcuno ha provato a riderci sopra, ma dura solo qualche giorno e poi si ricomincia a piangere “dentro” ed a compiangersi per a causa del disastroso stato dell’editoria italiana affidata a mani ostile.

“Caro collaboratore, recita più o meno Linus, ti ringraziamo per non averci inviato il tuo manoscritto questa settimana, perché siamo stati oberati dal lavoro….”

Immaginate uno scrittore ignorati dagli editor che riceve realmente una simile missiva. Che cosa succederebbe? Meglio non tirare indovinare, qualunque ipotesi provocherebbe una bufera, stavolta legittima, e non quella che ogni giorno campeggia sui titoli dei giornali senza ragione alcuna che non sia il numero delle lettere che aiutano a fare il titolo.

Mercoledì mattina Il Riformista ha sdoganato Il gattopardo e la sua triste storia, regalando agli scrittori non pubblicati (o pubblicati a proprie spese) un’altra buona ragione per sentirsi meglio.

Come?

Domenico Peste – mai cognome fu così appropriato – ha scovato a pagina 131 del libro di Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani),  finalista del premio Strega, il seguente attacco di un paragrafo: A Garlasco, in provincia di Pavia, il cadavere di Chiara Poggi, una giovane di 26, viene ritrovato privo di vita”.

Proprio così, ribadisce crudelmente quella Peste di Peste “il cadavere pèrivo di vita”.

L’autore (dell’articolo) dichiara, sotto la sua responsabilità, di avere scoperto “una serie di refusi, periodi zoppicanti, goffi accostamenti verbali” e per salvarsi la coscienza si augura che vengano corretti in sede di stampa grazie alla sua segnalazione. Come sia possibile dal momento che li ha scovati leggendo libri e non manoscritti, è un mistero.

Peste propone altri esempi, “tremende allitterazioni” e ripetizioni a go-gò, come quella addebitata al protagonista del noir di Massimo Lugli, anch’egli finalista dello Strega (Newton Compton), del quale viene citato un brano dell’Istinto del lupo, dove il protagonista decide di prendere in prestito “una macchina parcheggiata nei pressi del paese più vicino”.

Basta così, non vogliamo essere complici di questo mattatoio, che tuttavia ha il grande pregio di guarire un esercito di scrittori ingiustamente respinti e regalare loro una piccola vendetta senza colpo ferire.

Quanto agli autori presi di mira, le segnalazione di quella Peste di Peste, non inficia in alcun modo la qualità dell’opera. Solo chi non ha mai messo mano ad un romanzo ritiene che possa passare indenne alla fisiologica serie di errori, alcuni dei quali così gravi da procurare gli stessi malesseri e frustrazioni degli sventurati ingiustamente condannati all’oblio a causa di editor distratti o livorosi.