Alla libreria Feltrinelli di Palermo, via Cavour 133, è stato presentato l’ultimo libro scritto dalla giornalista Giuliana Sgrena e intitolato “ Il ritorno”.
Dal quel funesto 4 Marzo 2005 la figura di questa donna, e con lei anche quella del funzionario dei Servizi Segreti Antonio Calipari, ucciso durante le fasi del rilascio della giornalista, presa in ostaggio a Bagdad un mese prima, è rimasta indelebile nella memoria di gran parte del popolo italiano che l’ ha riconosciuta vittima di una doppia offesa.
Il libro, come riferisce lei stessa, è la continuazione simbolica della sua precedente pubblicazione, “Fuoco amico”, frutto della necessità di ritornare in quei luoghi e di testimoniare tale esperienza, nel tentativo di superare il trauma che le ha segnato indelebilmente la vita.
Già dal 2007 la giornalista aveva ripreso i suoi viaggi in Medio Oriente, recandosi in Afganistan con l’intento di mantenere sempre viva l’attenzione riguardo la situazione politica e civile di quei territori protagonisti dei telegiornali finché la guerra era nel vivo, quasi del tutto trascurati non appena la cronaca ha spostato la sua attenzione altrove.
Una serie di piccole circostanze le hanno suggerito di affrontare questo ritorno, dopo aver tentato invano di dimenticare quanto accaduto e subito.
Una serie di contatti con persone conosciute in quei luoghi, la consapevolezza che il ripercorre le stesse strade, il ritornare nello stesso albergo, anche le stesse condizioni climatiche, peculiari del luogo, avrebbero riaperto una ferita non sanata: tutti ciò ha giocato un ruolo fondamentale nel decidere di ritornare, per ridare voce a quel popolo che, come lei, ha subito violenze e mortificazioni ingiustificate, nel tentativo di ‘trovare il pezzo mancante’ a questa vicenda.
Nel libro la giornalista, infatti, alterna il racconto dell’esperienza personale con parti del tutto ‘cronachistiche’ riguardo le attuali condizioni della popolazione, all’indomani di un conflitto che ha distrutto quasi per intero le città e i luoghi indispensabili al vivere civile, che ha relegato i cittadini nella povertà economica e culturale; cittadini che comunque mantengono intatta la loro dignità e che, nonostante tutto, cercano di ricostruirsi una vita ex novo.
“Oggi penso che il lavoro del giornalista sia diventato pericoloso ma ho sempre difeso il mio modo di fare giornalismo, preservando la libera informazione e garantendo l’indipendenza delle notizie riportate; a me è sempre interessato capire la gente che vive nei luoghi dove mi reco, innanzitutto per me stessa. Ritornare in quei luoghi mi ha dato molta sicurezza professionalmente, umanamente ha rappresentato un passo in più nel percorso che ancora oggi continuo a fare”.
Queste le parole che la signora Sgrena ha usato per descrivere la sua esperienza: assistere personalmente al racconto di chi per un mese intero ha vissuto a contatto con la morte, di chi riferisce di aver lasciato la propria libertà in terra straniera, di chi porta addosso come compagna fedele il prodotto di un’ingiustizia e di uno scacco indimenticabile, genera un sentimento misto di emozione e sgomento.
Oggi è molto difficile sentir parlare di eticità, di onestà intellettuale, di rispetto verso l’attività che si svolge, di indipendenza e soprattutto è ancor più difficile incontrare persone che con il loro lavoro testimoniano giorno dopo giorno, anche a costo della stessa vita, seppur coscienti che il loro sia un lavoro e non una missione, di credere e lottare per questi valori.
