La partenza di Garibaldi verso il Regno delle due Sicilie era nota a Napoli fin dal 6 maggio. Dalle successive informazioni sulla rotta seguita dai due legni garibaldini, era stata tratta la conclusione che lo sbarco sarebbe stato tentato in un punto imprecisato della costa occidentale dell’Isola.
La flotta duosiciliana, rinforzata per l’occasione da quattro vapori commerciali presi in affitto ed armati, era stata inviata già dal 18 aprile ad incrociare lungo tutta la costa nord occidentale dell’Isola e ancora a Sud Ovest fino a Sciacca.
Il 10 maggio i Comandanti della squadra di crociera a Nord dell’Isola, erano stati avvisati con i semafori, che Garibaldi era in viaggio verso
Sicuro di ricevere aiuti da Napoli, nel porto di Trapani o di Marsala, il Luogotenente generale di Francesco II in Sicilia, Ruffo di Castelcicala, inviò contro le “bande garibaldine”, la colonna del settantenne generale Francesco Landi, che faticava a stare a cavallo e, quando possibile, si spostava in carrozza: questi mosse da Palermo il 6 maggio stesso e dopo aver ascoltato
La brigata cacciatori al comando del colonnello Sforza, di stanza a Trapani, avrebbe dovuto unirsi al contingente proveniente da Napoli atteso per il 12 maggio, e così chiudere ogni via di fuga a Garibaldi, stringendolo in una morsa fatale.
Lo sbarco a Marsala di contingenti borbonici di rinforzo fallì a causa di non riscontrabili “avverse condizioni del mare”, e questi vennero dirottati inopinatamente a Palermo, già saldamente presidiata a causa del timore di una rivolta popolare.
La mattina del 13, poiché i rinforzi non giungevano, Ruffo di Castelcicala ordinò telegraficamente a Sforza di unirsi alle forze comandate dal generale Landi.
A questo punto Landi aveva ai suoi ordini quasi 4000 uomini, di cui, circostanza essenziale, 400 armati di carabina a canna rigata, uno squadrone di cacciatori a cavallo e mezza batteria da campagna: il triplo degli uomini di Garibaldi, in buona parte dotati di fucili a pietra focaia, obsoleti e mal funzionanti che secondo i racconti dei combattenti, sparavano mediamente una volta ogni cinque capsule utilizzate. Ma per il Generale “Il fucile è il manico della baionetta”.
A dimostrazione della grande incertezza dei fatti di cui ci occupiamo, rileviamo che nelle decine di versioni diverse della storia della battaglia di Calatafimi, il numero degli uomini al comando di Landi, oscilla da
Da Alcamo, Landi decise di non avanzare verso Salemi, terrorizzato dalla possibilità di imboscate da parte delle bande di insorti, e ordinò la digressione verso Calatafimi, dove intendeva attendere il nemico in una posizione strategica molto vantaggiosa.
Landi non poteva comunicare adeguatamente con i suoi superiori perché la rete telegrafica interna era in parte inservibile ed il servizio postale non funzionava: la sua colonna, stranamente, non era fornita di servizio di staffetta.
Prima di lasciare Palermo, che era la sua base operativa, Landi aveva appreso che non vi era intenzione di far uscire altre truppe dalla città.
E’ possibile che Landi, che aveva fatto carriera per anzianità e senza combatter battaglie, costantemente ossessionato dal timore dagli attacchi dei briganti e degli “insorti”, interpretando le decisioni prese nel loro più basso profilo militare, abbia pensato ad una strategia di interdizione, piuttosto che ad una battaglia campale, per poi andare anche lui a difendere Palermo!
Gli esploratori lo avvisarono della presenza dei garibaldini e Landi commise il primo gravissimo errore tattico: inviò tre colonne in ricognizione in tre diverse direzioni, mentre egli rimase arroccato a Calatafimi con il resto del contingente e quattro cannoni.
Garibaldi fece disporre i suoi uomini a semicerchio sul monte Pietralunga: lo schieramento garibaldino era dispiegato in modo ineccepibile. In basso, dietro una lunga siepe, aveva collocato i 36 carabinieri, dotati di fucile a canna rigata, dietro loro tre linee mobili di difesa/attacco, e ancora più a valle c’era Bixio. Alle due estremità dello schieramento erano piazzate le squadre dei siciliani di Sant’Anna e di Coppola, solo in parte armate con vecchi fucili da caccia ad avancarica.
I duosiciliani erano posizionati sulla collina a gradoni detta Pianto dei Romani. Sforza avvistò il nemico. Aveva con se due cannoni e 600 uomini ben armati: era ottimamente schierato ed in vantaggiosa posizione, ma contrariamente agli ordini ricevuti da Landi, decise di attaccare un nemico del quale non conosceva né la consistenza né la forza militare, portando parte delle truppe a valle e lasciando i cannoni in posizione più elevata.
E’ possibile che Sforza abbia ritenuto, in un primo momento, di trovarsi di fronte ad una grossa banda di insorti e non ai Garibaldini.
In questo equivoco può aver avuto un ruolo anche il posizionamento in linea ed in parte nascosto dei garibaldini ed il loro abbigliamento, perché molti non indossavano la camicia rossa.
L’avventurosa spedizione, in pieno stile romantico, presentava personaggi alquanto eccentrici se non pittoreschi: Crispi era partito da Genova in stiffelius, il vecchio Calona in abito rosso fuoco e cappellaccio nero alla Rubens, con grande penna di struzzo fluttuante, Sirtori aveva ritenuto consona alla rivoluzione una palandrana nera ed il cappello a cilindro.
I soldati di Francesco II avanzarono attraverso il pianoro che divideva le due colline, tenendosi chini e gridando: “Mo venimme, mo venimme straccioni, carognoni e malandrini”.
La battaglia fu cruenta e senza esclusione di colpi, a tratti combattuta all’arma bianca e, finite le munizioni, anche a pietrate. Lo stesso Garibaldi, colpito al fianco da un grosso sasso, perse per un attimo il respiro.
Ambedue gli schieramenti si comportarono valorosamente. Bixio, in preda ad un furioso ed incontrollabile delirio guerresco, incitava continuamente i suoi all’attacco, esponendosi incurante al fuoco nemico, ostentando un folle disprezzo della morte: gli spararono contro decine di pallottole, ma nessuna lo colpì.
Dopo quattro ore, i garibaldini, sfuggiti d’impeto al controllo dei Comandanti, passarono inopinatamente al contrattacco, nonostante le trombe suonassero la ritirata! Il Generale corse allora al centro della pugna e le giovani camicie rosse lo attorniarono facendogli scudo con la loro carne: uno perse la vita parando il piombo a lui destinato.
I Mille, ora incitati e guidati da Garibaldi, si battevano per vincere o morire: risalirono con gran fatica tutti i sette infernali gradoni del Pianto dei Romani sotto una pioggia di piombo e sassi, ed ebbero infine il sopravvento sui borbonici, perché Landi, che assisteva alla battaglia dalle vicinissimi alture, invece di intervenire con i suoi 2400 uomini, inviò solo un contingente di rinforzo di circa 800 uomini e nonostante alcuni ufficiali lo invitassero ad attaccare con tutte le forze disponibili, fece suonare la ritirata!
Fu questa la prima di tante incomprensibili fughe: il sintomo della disgregazione dell’esercito duosiciliano, che avrebbe portato Garibaldi al Volturno ed i Borboni a perdere il Regno.
Nel suo rapporto sugli avvenimenti, concepito tutto come una disperata autodifesa, Landi scriverà che la battaglia era durata otto ore e che i garibaldini erano di immenso numero, evidenziando che i colli intorno al Pianto dei Romani erano affollati da grosse bande di rivoltosi.
In realtà Landi rimase per tutta la durata dei combattimenti sulla difensiva “Non avendo altra mira che lasciarsi libera la strada per Palermo, per tornarvi con la sua colonna intatta”, così commenta De Cesare, aggiungendo lapidariamente che egli “Non impiegò in battaglia tutte le sue truppe”.
Nella sua autodifesa Landi incredibilmente sosterrà che quella ritirata era “La migliore delle vittorie”, ma i rivoltosi che lo accerchiavano, esistevano solo nella sua mente.
A Calatafimi, nell’ultimo assalto, trovò la morte un fraterno amico di Garibaldi, il capitano Simone Schiaffino che custodiva la gloriosa bandiera di Valparaiso, cimelio delle battaglie della legione italiana in Sud America (ad egli, invero molto somigliante a Garibaldi, forse si fa riferimento nel telegramma). Fu ucciso dal piombo del napoletano Angelo De Vito che poi, ironia della sorte, passò agli ordini di Garibaldi per cadere sotto le mura di Capua.
Assistendo alla illogica ed inattesa ritirata dei duosiciliani, Garibaldi non credeva ai suoi occhi: rimase freddo e realista e non prese neanche in considerazione l’ipotesi di attaccare Calatafimi, dove si era ricomposto il contingente di Landi pressoché intatto, anzi temeva di essere preso alle spalle da Trapani.
La ritirata dei borbonici era tanto inverosimile, che Garibaldi ebbe il sospetto che si trattasse di una trappola. Ricompattò gli uomini ed attese immobile gli eventi.
Alle otto di sera l’inadeguato e confuso Landi, invece di attaccare in forze i garibaldini o bloccare la via verso Palermo, lasciò Calatafimi con la sua brigata quasi al completo, e si ritirò vergognosamente ed ingloriosamente verso Alcamo, abbandonando i feriti più gravi.
Landi inviò una staffetta a Palermo che recava una accorata richiesta di soccorso: “Aiuto e pronto aiuto”, affermando che i nemici erano “D’immenso numero" e che Garibaldi era stato ucciso nella battaglia. Il corriere cadde nelle mani dei picciotti e questa lettera non arrivò mai a Palermo: venne consegnata a Garibaldi che la lesse ad alta voce al suo stato maggiore.
Vista la linea scelta per giustificare ufficialmente la sua ritirata, ovvero quella di dichiarare superiori le forze dei garibaldini e le tre versioni della stessa lettera in seguito ritrovate, è verosimile che Landi abbia inviato a Palermo più corrieri con messaggi simili e che da Alcamo abbia telegrafato la notizia della sua “brillante” ritirata.
Infatti Ruffo e poi Lanza, che ne prese il posto, sapevano certamente che Landi si stava ritirando dopo aver perduto la battaglia: avevano comunicazioni ancor più precise, tanto che a Napoli inviarono la notizia della morte di “uno dei capi che portava la bandiera” e non quella falsa dell’uccisione di Garibaldi.
Landi non cercò neanche di sbarrare il passo a Garibaldi, di opporsi alla sua avanzata, schierando nelle pianure di Partinico la sua brigata o aspettandolo ai valichi oltre Borgetto e nelle gole di Sagana: gli lasciò libera la strada che conduceva a Palermo ed alla consegna della Sicilia ai Savoia.
La notizia della vittoria di Garibaldi si propagò fulmineamente in tutta l’Isola e le squadre degli insorti si ingrossarono immediatamente. I moti scoppiati nelle campagne a seguito dei fatti della Gancia, parzialmente repressi appena qualche giorno prima dello sbarco, ripresero con maggior vigore e non risparmiarono nessuna provincia. Dai fuochi che covavano nascosti sotto le ceneri, divampò improvviso un immenso incendio che avvolse tutta l’Isola.
Sulla strada di Partitico e poi a Borgetto, la retroguardia di Landi venne attaccata da una banda di ribelli, appoggiati dalla popolazione: l’assalto provocò morti e feriti ed un caos incredibile fra le demoralizzate truppe regie, ormai in fuga scomposta verso Palermo.
A Calatafimi le perdite dei garibaldini risultarono pari a 33 morti, 86 feriti gravi e 88 leggeri; quelle dell’esercito duosiciliano furono 35 morti, 110 feriti e 8 prigionieri, ovvero i feriti gravi abbandonati a Calatafimi che Garibaldi ordinò di curare insieme ai suoi.
A tal proposito annotiamo che nelle lettere spedite agli amici ed ai referenti politici durante la campagna siciliana, Garibaldi non dimentica mai di evidenziare che si combatteva una “guerra tra italiani” che in quanto tale, gli procurava un grande dolore.
Tre morti di Calatafimi pesavano più degli altri sulla coscienza del Generale e ne oscuravano il volto: tre adolescenti che lo avevano seguito dal Nord Italia con l’entusiasmo assoluto di quella verde età:
Angelo Vay di Casorate Primo, di anni 16;
Gaspare Tibelli di Bergamo, di anni 17.
A tal proposito annotiamo che almeno la metà dei Mille avevano un’età non superiore a venti anni. Il più giovane aveva 11 anni.
I resoconti delle perdite dei due schieramenti, nelle decine di diversi racconti della battaglia, pur differenziandosi nell’entità numerica dei morti e dei feriti (da cento a duecento per parte), convergono su un punto: i caduti furono equivalenti, i feriti più numerosi tra i garibaldini.
Tenuto conto che i duosiciliani forniti di carabina a canna rigata erano circa 400, contro i 36 garibaldini, e in relazione alla favorevole posizione di Sforza, risulta evidente che le forze borboniche realmente impegnate nella battaglia, furono pressoché pari a quelle di Garibaldi.
Correlando tutti i dati certi in nostro possesso, la versione dei fatti più accreditabile è infine quella secondo
Non vi sono dubbi circa l’assoluta, quanto inopinata e disonorevole sconfitta dei borbonici a Calatafimi.
Questa prima vittoria, determinata dall’inettitudine militare e dal parossistico terrore di Landi (se non dal suo “Tradimento”, come ebbe a sostenere Ruffo in un suo memoriale), schiacciato dalle indiscutibili capacità militari e strategiche del guerrigliero dei due mondi, conferì a Garibaldi un vantaggio psicologico che si sarebbe rivelato essere una delle chiavi della sua vittoria.
Paradossalmente, da un punto di vista squisitamente tattico e militare, la battaglia di Calatafimi fu un avvenimento di pochissimo significato, come comprovato dal bilancio finale delle vittime. Infatti a Palermo c’erano ancora oltre 20.000 soldati borbonici ben equipaggiati e pronti a battersi: ma come vedremo, vale più un esercito senza armi comandato da un leone, che un esercito ben armato comandato da una pecora.
Dal punto di vista politico e psicologico, quella di Calatafimi fu invece una battaglia decisiva perché dimostrando la debolezza dell’esercito borbonico e più ancora l’inaffidabilità dei suoi comandanti, e ponendo il governo in uno stato di soggezione, se non di prostrazione, determinò la moltiplicazione esponenziale delle ribellioni in tutta l’Isola, che ora surrettiziamente venivano tutte connotate come garibaldine ed unioniste. Ma del grido dei garibaldini “Italia e Vittorio Emanuele”, non si udiva nessuna eco nelle valli siciliane.
La guerra a Palermo
Prima di trarre alcune conclusioni sul significato del documento in relazione agli avvenimenti di Calatafimi, è necessario un breve accenno ai fatti che seguirono.
Ruffo di Castelcicala fu subito costretto alle dimissioni e Francesco II finì per sostituirlo col generale Ferdinando Lanza, settantatreenne palermitano.
Il vecchio generale era affetto da una debordante obesità e non riusciva a montare a cavallo: godeva della stima del Principe di Satriano e mai fiducia fu così mal riposta. Una scelta sbagliata che contribuì non poco alla perdita del Regno.
Lanza si insediò a Palermo il 17 maggio, ed avrebbe dovuto adottare immediatamente tutte le decisioni idonee a fermare la rivolta. Era già al corrente della drammatica notizia della ritirata di Landi da Calatafimi e sapeva che Garibaldi avanzava velocemente verso Palermo.
Vago e titubante, si ritrovò circondato da collaboratori confusi e spaventati: notizie di sollevamenti popolari e di episodi cruenti pervenivano senza sosta da tutta l’Isola. Inoltre, negli ambienti governativi, si diffondeva sempre più l’opinione, se non la certezza, che Regno Unito e Francia appoggiassero la caduta della Sicilia, se non del Regno, a favore dei Savoia.
Lanza inviato a Palermo con i pieni poteri di Alter Ego di Francesco II, per adottare tutte le decisione necessarie ed urgenti, per combattere Garibaldi e reprimere le rivolta … non adottò alcuna decisione, se non quella di concentrare le truppe a Palermo.
Col passare delle ore, le notizie di atti criminali, insurrezioni armate e disordini politici si moltiplicavano: molti Comuni erano già nelle mani dei ribelli, dei comitati rivoluzionari e di salute pubblica.
Il generale Nunziante cercò di convincere Lanza a prendere l’iniziativa militare e passare all’attacco. Ma Lanza, in uno stato di apparente confusione senile, rifiutò il consiglio, e decise di attendere Garibaldi a Palermo. Ma non schierò l’esercito, la cavalleria e l’artiglieria nella piana circostante, che consentiva ampia manovrabilità, ma tenne tutte le truppe ammassate entro le mura della città!
L’errore tattico era madornale: rischiare di portare il conflitto dentro la città significava dare a Garibaldi, privo di artiglieria pesante e di cavalleria, un incredibile vantaggio e combattere una guerra con le regole e le tattiche di una guerriglia, arte nella quale il nizzardo non aveva pari. Significava inoltre non avere nessun riguardo per la popolazione civile.
Mentre Palermo e Napoli restavano paralizzate dalle teoriche discussioni sui comandi militari e sulla opportunità di concedere ancora una volta quella Costituzione, sempre puntualmente revocata, Garibaldi si mise in moto. Il 18 maggio era già a Partinico, dove i garibaldini furono testimoni dello scempio dei militi di Landi, attaccati qualche giorno prima dai ribelli. Giacevano ai bordi della strada i cadaveri dei soldati di Francesco II che erano stati squartati e poi bruciati: i cani facevano scempio delle loro carni.
Da Partitico e poi per Borgetto, e ancora oltre le verdi gole di Sagana, i garibaldini arrivarono sotto una pioggia incessante, sull’altopiano di Renda (citato variamente nei testi come Rende, Renne o Renna) dal cui valico si scorge tutta
Le forze che si contrapponevano alle camicie rosse, erano nettamente superiori: circa 4.000 uomini ben armati e disciplinati, al comando del colonnello svizzero von Mechel, un vero mastino della guerra. A loro disposizione avevano 4 cannoni da montagna. Garibaldi evitò lo scontro e decise la digressione, nella notte, verso Altofonte (il Parco), dall’altro lato della Conca d’oro.
La via prescelta fu quella delle montagne, prima verso lo stradale per San Giuseppe Jato e poi per l’attuale via di Poggio San Francesco.
Ancora sotto la pioggia, il Generale giunse al Parco e si arroccò, temendo la cosa più logica, ovvero di essere attaccato da von Mechel e poi in massa dai 20.000 soldati che erano a Palermo.
Intanto le fila dei garibaldini si ingrossavano con l’affluire, da ogni parte dell’Isola, dei volontari intruppati da Lamasa e delle “squadre” irregolari dei ribelli, che portarono il numero degli uomini di Garibaldi a circa 3000 unità.
Von Mechel nonostante gli ordini inconcludenti e contraddittori inviati da Lanza, il 24 maggio giunse ad Altofonte da ovest, ed insieme ad un’altra brigata borbonica, proveniente da Palermo, al comando del generale Filippo Colonna, scagliò l’attacco.
Garibaldi sfuggi all’ingaggio della tenaglia borbonica, puntando su Piana degli Albanesi (Piana dei Greci).
I garibaldini erano ora braccati, ma le brigate borboniche vennero fermate da un confuso ordine di rientro di Lanza, che in un primo momento rallentò l’inseguimento.
La terza parte verrà pubblicata prossimamente su Siciliainformazioni.com
