Premessa: un documento inedito
A causa dei suoi limiti oggettivi e strutturali, non sempre la storiografia è riuscita a correlare adeguatamente tutti gli atti documentali disponibili e tutti i singoli episodi che compongono i grandi avvenimenti della nostra storia, in una visione globale dei fenomeni.
L’atto originale da cui muove la nostra indagine, è stato diffuso in Sicilia il 19 maggio 1860, e rende pubblico un telegramma inoltrato dopo la battaglia di Calatafimi, con il quale si annuncia la completa vittoria dell’esercito borbonico e la disfatta dei garibaldini.
E’ noto che la falsa notizia della sconfitta di Garibaldi a Calatafimi, inviata da Palermo a Napoli, venne diffusa dal Ministero degli esteri duosiciliano in tutte le capitali europee. Ma il ritrovamento in Sicilia, della circolare di cui subito ci occuperemo, certifica che la stessa notizia è stata diramata da Napoli il 18 maggio 1860, anche ai Comandi militari ed alle Intendenze siciliane, e da queste ai Comuni dell’Isola.
La circolare a stampa dell’Intendente della provincia di Catania, datata 19 maggio 1860, di cui vediamo in foto una parte, è stata ritrovata tra le tante carte conservate da decenni nella casa paterna.
La lettera era inclusa in un carteggio, solo in parte salvato dalla distruzione presso una cartiera siciliana dove, nel 1968, un intero archivio di provvedimenti legislativi, gazzette ed atti amministrativi, era stato scaricato in attesa di essere ridotto in poltiglia dalla molazza, per la produzione di carta riciclata.
Dall’intestazione di qualche fascicolo, si desumeva che l’archivio era stato “scartato” e inviato al macero, da un Comune della Sicilia orientale.
Il testo del documento, che appunto annuncia la sconfitta di Garibaldi a Calatafimi, è veramente sorprendente: si inserisce nel complesso ed a tratti misterioso susseguirsi di avvenimenti che portarono alla dissoluzione del Regno delle due Sicilie.
Lo analizzeremo, all’interno di una cronologia ragionata dei fatti noti, per comprenderne i significati reconditi, nella consapevolezza che pur non sciogliendo il mistero che circonda la resa delle preponderanti truppe borboniche nei confronti dei garibaldini e degli insorti, aggiungeremo un elemento di riflessione su una vicenda ancora oggi viva nello spirito nazionale.
Aleggia da sempre sull’impresa garibaldina, il dubbio del tradimento di alcuni comandanti dell’esercito borbonico; questo spiegherebbe molti aspetti della vicenda, che al contrario dovrebbero essere motivati con la totale incapacità militare dell’esercito di Francesco II e dei suoi generali, una inettitudine che non è verosimile, come non è credibile la lunga serie di errori tattici, politici e militari, commessi da diversi comandanti, che porteranno Garibaldi a Napoli.
Ecco il contenuto del documento che vediamo in foto, sotto la veduta di Palermo:
“L’ Intendente della Provincia di Catania
Rende a pubblica notizia, il seguente telegramma: « S. E. il Ministro di Sicilia ed il Colonnello Severino
“Agl’ Intendenti e Comandanti le Armi in Sicilia”.
“Le bande di Garibaldi attaccate con impeto alla bajonetta, dalle Reali
Truppe a Calatafimi, sono state messe in piena rotta,
lasciando molti morti e feriti, fra i quali uno dei capi che guidava la bandiera.
Napoli 18 (maggio 1860) ore 1 p. m.
L’ Uffiziale Interprete Telegrafico
GENNARO BATTINELLI
Catania, 19 maggio 1860.
L’ Intendente
FITALIA
Alcune avvertenze sono necessarie: nella sterminata bibliografia garibaldina esistente, (stimabile in 150.000 volumi, oltre a milioni di articoli e ad 8.000.000 di ricorrenze nel web) non vi è una versione storica condivisa dei fatti di cui ci occupiamo. Gli stessi resoconti degli scrittori garibaldini, Abba, Guerzoni, Nievo, Mario, Bandi, de Fouvielle, Du Camp ed altri, che parteciparono all’invasione della Sicilia, ci hanno consegnato visioni diverse e parziali degli avvenimenti. Vi è assoluta discordanza persino sulla consistenza delle forze in campo.
Ulteriore oggettiva difficoltà, è indotta dalla sussistenza in questo enorme corpus storico letterario, di innumerevoli opere segnatamente agiografiche sull’impresa dei Mille, nell’ambito delle quali mal si distinguono i fatti dalle opinioni, la verità dalle menzogne surrettizie, preordinate a sostenere tesi preconcette o di comodo: le stesse memorie del Generale, risultano inevitabilmente parziali ed alquanto letterarie.
A fronte della complessità delle fonti, in parte inquinate dalla storiografia agiografica e ciecamente unionista, abbiamo cercato di seguire la strada di una sintesi ragionata delle informazioni, identificando i dati a più alto indice di oggettività, nei limiti delle attuali conoscenze.
La nostra ricerca è quindi preordinata in primo luogo a consolidare la tesi secondo la quale il generale Landi non impegnò tutte le forze a sua disposizione nella battaglia di Calatafimi, e poi ad enucleare una serie di atti e di decisioni, politiche e militari, dei comandanti duosiciliani, che nel loro insieme non possono essere spiegati e liquidati come “errori”, ed infine metterli in relazione con i contenuti del documento.
Proveremo a delineare, in una lettura di più sereno respiro, lo scenario di fondo sul quale si agitano i protagonisti della fine del Regno delle due Sicilie, la cui eclisse affonda le sue radici in avvenimenti lontani dall’impresa garibaldina.
Le forze in campo: da Marsala a Salemi
Per inquadrare compiutamente il significato del documento, è necessario delineare la situazione militare e dei comandi borbonici nell’Isola, ripercorrendo brevemente questa esiziale pagina della vicenda siciliana.
Al fine di una puntuale comprensione degli avvenimenti, vediamo quali erano verosimilmente le forze su cui potevano contare i due schieramenti.
Nel maggio del 1860, l’esercito borbonico contava circa 24.000 uomini dislocati nella Sicilia occidentale, tra questi vi erano i reparti di punta, ovvero il reggimento carabinieri a piedi; il 2°, l’ 8°ed il 9° battaglione cacciatori; il 3° battaglione carabinieri cacciatori ed il reggimento cacciatori a cavallo.
Le forze dislocate nella Sicilia orientale assommavano a circa 12.000 uomini.
Garibaldi ed i suoi mille, in realtà 1088 più una donna in abiti maschili, Rosalia Montmasson compagna di Crispi, erano sbarcati a Marsala approfittando delle informazioni fornite da una nave inglese incrociata presso le Egadi.
Nessun rilievo militare ebbe la richiesta dei comandanti di due navi inglesi ormeggiate nel porto di Marsala di ritardare il bombardamento da parte delle navi borboniche, arrivate a Capo Lilibeo quando i garibaldini erano già a terra.
Nessuna protezione attiva né passiva, ebbero i Mille da parte degli inglesi in questa circostanza.
Lo sbarco era originariamente previsto a Sciacca, ma un insieme di avvenimenti casuali ed appunto le informazioni ricevute da una nave inglese, convinsero Garibaldi ad entrare nel porto di Marsala che si riferiva essere indifeso.
La scelta di Sciacca, o di un luogo decentrato rispetto alla Capitale, quale approdo dei Mille, aveva una ragione essenziale: lo sbarco era preordinato a provocare, alimentare ed organizzare la sollevazione generale delle popolazioni. Quindi da Sciacca più colonne avrebbero dovuto indirizzarsi in ogni direzione, per poi convergere a Palermo con migliaia di insorti al seguito.
Garibaldi non pensava assolutamente di poter combattere neanche una battaglia con mille uomini contro il potente esercito duosiciliano. La sua titubanza a prendere il comando della spedizione, era stata determinata proprio dall’incertezza delle notizie sulle sollevazioni popolari scoppiate a Palermo il 3 aprile, invero prontamente represse, ma che Crispi aveva fatto apparire, artatamente, ancora in corso fuori dalla Capitale.
La Marina duosiciliana arrivata per circostanze fortuite in ritardo di due ore, ovvero a sbarco completato, catturò e rimorchiò a Napoli il Piemonte, mentre il Lombardo che si era incagliato sulle secche, venne incendiato. Le tardive bordate ferirono un cane ad una zampa.
L’intento di queste azioni, era quello di tagliare i ponti alle spalle di Garibaldi e precludergli ogni via di fuga per mare.
L’ufficio telegrafico di Marsala venne subito occupato ed il garibaldino Pentasuglia puntò la pistola al petto dell’impiegato che aveva appena finito di trasmettere a Palermo la notizia dello sbarco dei rivoltosi.
L’impiegato venne prontamente “sollevato dal servizio”, nel senso che lo presero in due e lo scaraventarono in strada a calci nel sedere.
Pentasuglia prese il suo posto e trasmise a Palermo, che intanto chiedeva particolari sullo sbarco, un nuovo messaggio comunicando essere la situazione a Marsala tranquillissima e aggiungendo “Mi sono sbagliato erano navi nostre”.
A Palermo il ricevitore telegrafico si trovava nella stanza di Domenico Gallotti, segretario del Luogotenente del Re in Sicilia, Ruffo di Castelcicala e l’addetto De Palma avvisò subito che a Marsala era “Cambiata la mano”. Questo fece capire a Gallotti e quindi a Castelcicala che Garibaldi era sbarcato e che Marsala era in mano ai rivoltosi. Gallotti ordinò di recidere il filo tra Palermo e Marsala.
Il Console inglese accolse cordialmente Garibaldi e gli diede il benvenuto in Sicilia. Contrariamente a quanto da molti e per lungo tempo affermato, non vi furono a Marsala manifestazioni di giubilo e la popolazione rimase prudentemente a guardare, rinserrata nelle abitazioni, paventando, secondo logica, un massiccio intervento dell’esercito delle Due Sicilie, da un momento all’altro.
Garibaldi puntò su Salemi dove, al contrario, venne accolto con favore dalla popolazione che espose il tricolore. Si ritiene che l’accoglienza di quella Città, sia stata determinata anche dalla presenza di un notabile di Alcamo, il Barone Stefano Sant’Anna che andò incontro al Generale con i suoi duecento uomini.
Garibaldi, incoraggiato anche dall’atteggiamento favorevole di quelle popolazioni, e soprattutto dalla inattesa ed inverosimile assenza di resistenza borbonica, sia allo sbarco che all’interno, il giorno dopo lanciò da Salemi una serie di proclami che firmò in qualità di “Comandante in capo delle Forze Nazionali in Sicilia” nonché “Dittatore nel nome di Vittorio Emanuele II Re d’Italia”. Tra questi, anche quello che dichiarava decaduta la dinastia Borbonica.
Durante la sosta a Salemi, il rivoluzionario francescano Padre Giovanni Pantaleo, di Castelvetrano, si inginocchiò ai piedi del Generale acclamandolo come “Messia della libertà”, protese il crocifisso verso Garibaldi e questi baciò i piedi del Redentore. Il religioso si unì ai Mille e ne divenne il Cappellano, seguendo poi Garibaldi fino a Napoli e ancora nelle successive battaglie.
Sopra un consunto saio, il frate indossava una grande cintura nella quale teneva un pistolone, che spesso accarezzava e palpeggiava, ed una sciabola, che non abbandonava mai, neanche durante la Messa. Dopo l’incontro col Generale, aggiunse a questa insolita tenuta una fascia tricolore.
Da Salemi, Garibaldi riprese la marcia verso Calatafimi, dove gli esploratori di Missori avevano segnalato le avanguardie borboniche. Il Generale era inquieto e, secondo logica, temeva un agguato da un momento all’altro. Si spostava incessantemente tra i reparti, accompagnato dal capo di stato maggiore, colonnello Giuseppe Sirtori, e dall’aiutante di campo, il colonnello ungherese Stefano Turr, ex ufficiale dell’esercito asburgico.
Garibaldi aveva già visto i suoi spettri, immobili sulle dolci colline del trapanese: le squadre dei picciotti, dei campieri e dei feudatari. Le loro ombre si allungavano tra i vigneti rigogliosi e sulla sua disperata impresa: i “magnate”, nobili e notabili aspettavano l’evoluzione degli eventi prima di schierarsi, attendevano l’intervento dell’esercito di Francesco II e l’esito della prima battaglia.
E’ il caso di far cenno che col termine “squadre”, la storiografia ha equivocamente identificato formazioni paramilitari e comunque armate, di alquanto diversa natura: dai contadini, campieri, mezzadri e gabbelloti, alle dipendenze dei feudatari, alle squadre di civili insorti. In questa confusione sono stati tralasciati notevoli indizi, che fanno presumere che alcune squadre fossero costituite da campieri “autonomi” e dai loro aggregati, da taluni indicati come nuclei della mafia rurale.
Sulla strada per Calatafimi, ai garibaldini si accodò anche la squadra del cavaliere Giuseppe Coppola, portando teoricamente il numero totale degli uomini di Garibaldi a circa 1500 unità.
Secondo alcune autorevoli fonti, le squadre di Stefano Sant’Anna e di Coppola, si unirono veramente a Garibaldi solo dopo la battaglia di Calatafimi, durante la quale tennero una posizione defilata.
Dai diversi resoconti degli avvenimenti, risulta infine verosimile che le squadre di Sant’Anna e Coppola, pur attive, rimasero comunque ai margini della battaglia sui fianchi dello schieramento.
Il generale formò due unità. Una al comando del palermitano Giacinto Carini, e la seconda agli ordini dell’impavido e sanguinario genovese Nino Bixio.
Garibaldi, con apposito decreto, tentò immediatamente di arruolare “come regolari“ tra le “forze nazionali”, i giovani siciliani, ma già a Salemi l’iniziativa di istituire la leva, affidata nei fatti a La Masa, fallì miseramente.
La leva in Sicilia era invisa alla popolazione e nell’Isola il Governo napoletano arruolava solo i volontari, tanto che ancora nel 1860, meno di un decimo dell’esercito Borbonico era composto da siciliani.
Contrariamente a quanto ingiustamente sostenuto, non si trattava di mancanza di coraggio o di disciplina militare: era invece uno dei tanti modi dei siciliani di dimostrarsi estranei, se non ostili, al governo napoletano, troppo lontano dai problemi del popolo siciliano e dalla sua miseria.
Il detto attribuito alle popolazioni dell’Isola “Megghiu porcu ca surdatu”, è da intendersi nello spirito di indifferenza, se non di avversione al governo ed alle armi borboniche, piuttosto che quale sintomo di pusillanimità, come talvolta è stato indegnamente indicato.
Il continuo flusso di “volontari” provenienti da fuori Sicilia, Colonna Medici, Cosenz etc., ed i reiterati ed accorati appelli del Generale ai siciliani, testimoniano la bassa partecipazione militare degli isolani all’impresa garibaldina.
E’ quindi un elemento che possiamo considerare abbastanza consolidato, il fatto che Garibaldi a Calatafimi disponesse nella migliore delle ipotesi, di 1500 uomini mal armati, di cui solo 36 dotati di carabine a canna rigata, ovvero di armi in grado di colpire un bersaglio distante oltre
Cavour gli aveva negato qualsiasi aiuto. La Farina gli aveva dato, “sotto banco”, 600 fucili obsoleti il cui funzionamento somigliava alla tombola. Mal funzionanti i due cannoni a disposizione, oltre alla colubrina seicentesca rapinata a Telamone, che avrebbe meglio figurato in un museo.
Dalla rivolta alla rivoluzione
Per una puntuale e globale visione degli avvenimenti, è essenziale evidenziare che con lo sbarco dei Mille in Sicilia, era emerso un insieme eterogeneo di rivolte e di fenomeni di banditismo e brigantaggio organizzato: questi gruppi armati, in un primo momento, in attesa degli sviluppi militari e politici degli avvenimenti, non si schierarono apertamente con Garibaldi come si è voluto far credere, bensì genericamente contro il potere costituito e in pratica contro l’esercito di Francesco II, le cui avanguardie e retroguardie vennero più volte aggredite e depredate, se non trucidate.
Oltre l’onda lunga della rivolta della Gancia, sostenuta in periferia da Rosolino Pilo e altrove dai “rivoluzionari” di mestiere, vi fu contemporaneamente un crescendo di sollevazioni locali delle popolazioni con connotati nettamente politico rivoluzionari, ma a ben vedere in questi casi vi era talvolta dietro le quinte, e non tanto nascosto, il signorotto locale, smanioso di cambiare re per i più disparati motivi, o che intendeva semplicemente stare “con un piede in due staffe”, memore del perdono che i Borboni avevano sempre accordato ai “rivoluzionari nobili e pentiti”, in caso di fallimento.
Altre volte proprio il Notabile locale ed i suoi beni, erano divenuti il bersaglio della rivolta: si aggredivano i “galantuomini” i “Cappelli” (in contrapposizione alle coppole dei popolani). E questo non era ammissibile neanche per Garibaldi, tanto meno per i Savoia. Il Plebiscito e l’annessione, troveranno nella necessità di ristabilire l’ordine sociale e nella salvaguardia dei beni e dei privilegi delle classi nobiliari e borghesi, un potente alleato, come già accaduto nel 1849.
Di contro il brigantaggio come guerra civile, sarà l’ultima drammatica istanza delle popolazioni meridionali tradite da una finta rivoluzione, che aveva sostanzialmente lasciato la miseria al solito posto: nelle case e nel cuore del popolo, dove non vi era spazio per immaginare un futuro e avanzava la disperazione.
Una parte dei disordini registrati nell’Isola, specialmente quelli verificatisi nel mese di maggio, non sono tutti da accreditare come atti rivoluzionari in senso proprio, quanto come rivolte per esplosioni di malcontento, quando non proprio fatti di criminalità organizzata che emergevano a causa della caotica situazione contingente e della mancanza di effettivo governo.
Risulta evidente che in quel frangente tutto ciò che accadeva, inevitabilmente indeboliva il governo borbonico, militarmente e politicamente. Ogni avvenimento, anche se chiaramente di carattere criminale, veniva letto in ottica “rivoluzionaria” anti borbonica e così tutte le sollevazioni, a qualsiasi titolo, rendevano Garibaldi ogni giorno più forte.
Considerato che le rivolte avevano motivazione anti borbonica, piuttosto che pro Savoia, non vi è dubbio che la situazione dell’ordine pubblico, gravemente turbata dalla nuova realtà e l’avversione delle popolazioni al potere pre esistente, giocarono un ruolo importante, anche se diverso da quello squisitamente ideologico rivoluzionario, savoiardo ed unionista, che si è voluto accreditare per oltre un secolo.
I moti patriottici siciliani, fin dalla sollevazione del Vespro, erano stati sempre caratterizzati da una essenziale componente nazionalista: lo stesso Parlamento rivoluzionario del 1848, intendeva ricostituire un Regno siciliano indipendente, eventualmente da confederare alla “Lega Italiana”.
L’aspirazione autonomista dell’Isola, era custodita ed alimentata da secoli, da una salda ed antica classe nobiliare: basta leggere i nomi dei capi dei rivoltosi di tutte le insurrezioni, per comprendere che il primo motore politico delle rivoluzioni siciliane, non era l’unità italiana, né l’abolizione della monarchia o il cambio della dinastia straniera regnante, e tanto meno un’impensabile forma repubblicana, ma l’indipendenza dell’Isola e del suo antico Regno.
E’ pur vero che fino al 1815, l’Isola si era dimostrata sostanzialmente fedele ai Borboni. I successivi avvenimenti, avevano mutato i rapporti tra una parte della nobiltà e la Corona: primo fra tutti la invisa unificazione del Regno di Sicilia e di Napoli e la conseguente soppressione della sua plurisecolare Corona. E poi la revoca della Costituzione del 1812, i moti del 1820 e quelli del 1836, e ancora l’esperienza del 1848 e la nuova revoca della Costituzione, il crudele ed ingiustificato bombardamento della fedelissima Messina, avranno un peso esiziale sull’atteggiamento della nobiltà siciliana.
Si aggiunga che il programma di riforme avviato dal Principe di Satriano, era rimasto inattuato per l’ingiusta opposizione senza quartiere del Ministro per gli affari di Sicilia, il messinese Cassisi.
Si consideri inoltre che questo status politico plurisecolare dell’Isola, si miscelava in modo esplosivo ed equivoco, con una situazione economica e sociale delle popolazioni estremamente grave: il barone che governava il latifondo dell’Isola, sfruttava il contadino, ma ora rigirava le responsabilità della miseria e dell’oppressione fiscale e sociale, sul governo napoletano.
Per la maggior parte dei siciliani, la rivolta non aveva per oggetto l’unità nazionale italiana, quanto l’affermazione di una nazionalità siciliana e soprattutto l’ottenimento di vantaggi materiali. I contadini anelavano la terra, e più precisamente i terreni demaniali, cento volte promessi e mai di fatto concessi. I nobili e la borghesia latifondista, pensavano che in uno Stato siciliano la loro forza politica ed economica sarebbe stata accresciuta ed in fin dei conti avrebbero continuato ad occupare una posizione dominante, svincolata dal centralismo napoletano.
La nascente borghesia industriale, invero poco auto cosciente, condizionata dalla preponderante presenza straniera e segnatamente da quella inglese, non riteneva di dover mutare la forma dello Stato o ampliare le libertà individuali, concependo un ruolo ed un orizzonte economico alquanto limitato e sussidiario: una monarchia più aperta ai traffici economici ed agli inglesi, sarebbe stata sufficiente.
Paradossalmente, nella rivoluzione siciliana del 1860, queste componenti si trovarono, pur con diverse se non opposte motivazioni, sulla stessa barricata.
Già nei primi proclami, Garibaldi aveva fatto intravedere immediati miglioramenti per le condizioni di vita della popolazione, con l’abolizione della invisa tassa sul macinato e di altri odiosi balzelli come il dazio sui legumi (la tassa sul macinato sarà reintrodotta nel 1868, provocando notevoli disordini e alcuni morti).
Al popolo invero non importavano i colori della nuova bandiera, o le insegne del nuovo re, quanto la speranza di un futuro migliore.
Nei fatti, più si delineava la vittoria dei garibaldini e l’inettitudine dei comandanti delle armi borboniche, e più i “magnate” e le bande di ribelli si schieravano e si connotavano come “garibaldine”. Più Garibaldi avanzava e più la rivolta diventava rivoluzione. (continua)
