Al bivio della Ficuzza, Garibaldi braccato da von Mechel, giocò una carta rischiosa quanto essenziale: predispose una trappola psicologica. Inviò verso Corleone Orsini con la inefficiente artiglieria, i carri delle salmerie, una quarantina di veterani e circa 150 picciotti, mentre egli, col grosso delle forze, ora molto più veloci, deviò verso Marineo.

 

L’inganno di von Mechel

 

Ancora vittima di un contro ordine, mentre la brigata di Colonna tornava verso Palermo per difenderla (!), von Mechel aveva ripreso l’inseguimento e giunto alla Ficuzza, tratto in inganno dalla consistenza delle tracce, incerto sulla vera posizione di Garibaldi, decise di inseguire Orsini.

  

Sulla decisione di von Mechel e sulla sua fedeltà alla Corona non vi sono ombre. Fu a nostro parere determinante una considerazione “logica”: von Mechel riteneva assurdo che il Generale tentasse di attaccare Palermo. Gli appariva molto più logico che si dirigesse verso l’interno per alimentare la ribellione già in atto e poi tornare su Palermo, con un numero superiore di rivoltosi. Ne concluse verosimilmente che oltre ad Orsini, anche Garibaldi si stava dirigendo verso l’interno per altre vie, per poi ricongiungersi.

Un grave errore del colonnello svizzero, forse l’unico, ma di grande rilevanza strategica.

  

Il bivio della Ficuzza rappresenta un bivio della storia siciliana e italiana, uno dei tanti: se von Mechel avesse deciso di inseguire Garibaldi, lo avrebbe sconfitto, cambiando il corso degli eventi.

  

Von Mechel inviò a Palermo una staffetta che portava la notizia del suo inseguimento, verso l’interno, di una colonna garibaldina. Lanza il 26 mattino telegrafò nuovamente a Napoli la falsa notizia della rotta dei garibaldini e fece affiggere i manifesti a Palermo: “La banda di Garibaldi, in rotta, si ritira disordinatamente pel Distretto di Corleone”.

  

Intanto che von Mechel inseguiva Orsini allontanandosi da Palermo (per poi batterlo disperdendo la sua colonna), Garibaldi avanzava verso Misilmeri e poi Gibilrossa, decidendo infine, contro ogni logica militare e matematica, di attaccare il Capoluogo siciliano. Un gesto disperato, ma che a ben vedere, non aveva alternative. Garibaldi ora sapeva von Mechel lontano … ma alle sue spalle. L’unica speranza era quella di entrare in città ed una volta tra le mura, scatenare la rivolta popolare.

  

Ma questa decisione potrebbe avere anche un’altra parallela spiegazione: il tradimento di alcuni Comandanti duosiciliani, comunicatogli dalle stesse spie che provenienti da Palermo, lo informarono sulla dislocazione delle truppe duosiciliane e sulle porte della città da attaccare. Lo stesso Garibaldi ammette di aver ricevuto queste informazioni, nell’ambito delle sue memorie.

  

Durante la notte tra il 26 ed il 27 maggio, accesi numerosi fuochi di bivacco sulle montagne, per ingannare il nemico, Garibaldi con circa 3.000 uomini, determinato a vincere o morire, planò come un’aquila sulla pianura e puntò dritto su Palermo, attaccando, appunto adeguatamente informato da alcune spie, le porte di Termini e di S. Antonio, inspiegabilmente mal difese e prive di cannoni posizionati, mentre le truppe duosiciliane, erano inopinatamente schierate al piano del Palazzo Reale, in parte chiuse nel relativo casermaggio ed in parte rinserrate nel Castello a mare!

  

Lanza non aveva schierato i 20.000 soldati presenti a Palermo (4.000 erano con von Mechel), li teneva ammassati in modo passivo ed irrazionale: una tattica contraria ad ogni strategia militare ed alle più elementari regole del buon senso.

  

Ma Lanza pensava già, prima ancora di combattere, ad una strategia di basso profilo militare, ad una soluzione politica. Fece visita all’Ammiraglio Mundy, a bordo della Hannibal, per sondare la disponibilità di una mediazione inglese per un armistizio con i rivoluzionari, ai quali avrebbe proposto il ripristino della Costituzione del 1812.

 

Questo episodio è estremamente significativo dell’assoluta inadeguatezza di Lanza (se non del suo tradimento) che pensava a come arrendersi alle inferiori forze dei rivoltosi, pur essendo a capo di un esercito di 25.000 uomini, con 570 ufficiali, 680 cavalli, 170 muli e 36 cannoni (dati ufficiali dei borbonici), oltre alle decine di bocche da fuoco delle navi alla fonda nel porto di Palermo.

  

Le porte furono sfondate dopo qualche resistenza ed i difensori si ritirarono verso il Palazzo reale.

Penetrato nell’abitato, Garibaldi sapeva che la partita si sarebbe giocata con altre regole e che la presenza della popolazione civile, avrebbe ostacolato i duosiciliani impedendo loro di usare la cavalleria e soprattutto i cannoni, e che se lo avessero fatto, avrebbero avuto tutta la città addosso.

  

Ancora una volta Lanza, invece di lanciare contro Garibaldi tutti i suoi agguerriti reparti, si limitò ad inviarne solo una minima parte contro i ribelli e tenne il grosso delle truppe a presidiare il Palazzo Reale.

  

I combattimenti investivano tutta la zona Est della città, casa per casa, barricata per barricata. Le regie milizie si battevano con accanimento pari all’ardore dei garibaldini, che erano sostenuti da una parte della popolazione. Spesso si giunse all’arma bianca ed infine al corpo a corpo.

  

I borbonici persero il controllo delle carceri della Vicaria, dalle quali evasero circa 2.000 detenuti che in parte andarono a rinforzare i ranghi degli insorti.

Il 27 sera, un ampio settore della città, dalla Kalsa all’Albergheria, era nelle mani degli insorti.

  

La stessa sera del 27, Lanza mise l’ultimo sigillo alla sua inettitudine e codardia criminale, ordinando il bombardamento della città dal forte di Castellammare. Le vittime civili furono circa 600 ed il popolo, già incline ad appoggiare Garibaldi, ruppe ogni indugio schierandosi completamente con i rivoluzionari.

  

Il 28 mattina, anche alcune navi alla fonda nel porto, cominciarono a bombardare la città. Questo fuoco serviva da copertura per lo sbarco di due battaglioni esteri scelti, provenienti da Napoli: rinforzi richiesti da Lanza!

  

Il 29 i borbonici persero il bastione di Montalto e nel pomeriggio gli insorti arrivarono alla cattedrale ovvero ad un tiro dal Palazzo reale. Dal campanile i cecchini sparavano sui soldati di Francesco II, mirando soprattutto agli artiglieri.

  

Annotiamo che nel corso dei combattimenti, l’ineffabile Landi rientrato a Palermo e posto con i suoi uomini a difesa della Gran Guardia di piazza Bologni, abbandona ancora una volta la posizione senza ingaggiare battaglia e si rifugia a Palazzo Reale, lasciando libera ai rivoltosi la principale arteria che dal porto conduce alla reggia normanna.

  

Lanza ordinò un contrattacco, ma non in massa e le due colonne borboniche impegnate, a causa della situazione dei luoghi e delle strette vie del centro storico, riuscirono a riconquistare qualche posizione, ma pagarono un costo elevato di morti e feriti, anche per la presenza di numerosi franchi tiratori e per il fatto che il popolo scaraventava sui soldati, dai balconi e dalle finestre, ogni genere di masserizie, compresi marmi e laterizi divelti dalle abitazioni.

  

L’incredibile resa di Lanza

  

Pur avendo ripreso campo, Lanza inopinatamente chiese una tregua. Ancora una volta Garibaldi non credeva ai suoi occhi ed alla sua fortuna.

Infatti la tregua arrivava al momento giusto perché era a corto di munizioni ed aveva necessità di riorganizzare gli uomini.

  

Una tregua di 24 ore venne firmata il 30 maggio a bordo della Hannibal, alla presenza dell’ammiraglio inglese Mundy, dove Garibaldi, prima appellato bandito e filibustiere, si trasformò in “Eccellenza”: così si rivolsero a Lui i Comandanti duosiciliani. Il Generale rimase seduto, sbucciò in silenzio un’arancia e ne offrì loro uno spicchio, porgendolo infilzato sulla punta del coltello. I generali accettarono l’amaro frutto della loro inettitudine.

  

Nella notte fece ritorno a Palermo la punta di diamante dell’esercito napoletano: le truppe svizzere di von Mechel, alquanto temute da Garibaldi.

 

Von Mechel era furibondo per la beffa patita: ignorava la sussistenza della tregua e attaccò immediatamente sulla linea del mare. Travolse le resistenze dei garibaldini, puntando su Porta Termini, le cui barricate furono sfondate a cannonate ad alzo zero. Entrò in città. Per stanare i cecchini, i duosiciliani non esitarono a dare fuoco alle abitazioni della Kalsa.

  

Von Mechel era inarrestabile e arrivò alla Fiera vecchia, ormai a due passi dal quartier generale di Garibaldi, la cui situazione era ormai critica soprattutto per la mancanza di munizioni.

  

Ancora una volta Lanza salvò Garibaldi. Ordinò al colonnello di fermarsi perché era in corso la tregua e pur avendo ora dentro la città von Mechel ed i suoi 4000 uomini pronti a tutto, incredibilmente, inviò a Garibaldi una nuova proposta di tregua.

  

Garibaldi era al collasso e sul punto di abbandonare la città: la tregua fu provvidenziale e consentì di riorganizzare le squadre e produrre nuove munizioni (forse fu rifornito di polvere da sparo, sotto banco, da una nave americana).

  

La proroga dell’armistizio per tre giorni, e poi per altri tre, venne approvata e firmata a Napoli, dove mentre il Regno era in pericolo, si farneticava di concedere Costituzioni e concludere accordi internazionali, per salvare ciò che le armi e soprattutto gli animi, non riuscivano a tenere.

 

 

Letizia e Buonopane tornarono a Napoli e descrissero al Re una città completamente schierata con gli insorti e dunque inespugnabile: Francesco II autorizzò la ritirata da Palermo. Sperava in cuor suo di poter riconquistare l’Isola ripartendo da Messina, come accaduto dodici anni prima.

  

Ritengo doveroso evidenziare a suo onore e merito, che Francesco II, uomo fin troppo timido, di animo buono e profondamente religioso, a fronte della descrizione della situazione ricevuta, autorizzò la resa di Palermo soprattutto per evitare un bagno di sangue e la distruzione della città e della vestigia della sua storia plurimillenaria. Le stesse motivazioni, che renderà esplicite in un proclama, lo indurranno alla decisione di non difendere Napoli, dove Garibaldi entrerà in carrozza, senza alcun spargimento di sangue.

Per questa magnanima ed umanissima decisione, le città di Napoli e Palermo gli sono debitrici in eterno.

 

Altrettanto non si può dire per chi ordinò nel 1866, il bombardamento di Palermo durante la rivolta del sette e mezzo.

  

Francesco è stato forse un sovrano inadeguato ai tempi ed al ruolo: il suo Regno è stato troppo breve per giudicarlo. Ma amava veramente i suoi “popoli” così, ancora nel 1860, chiamava le sue genti e scriveva nei proclami ufficiali: come i suoi avi prima dell’unificazione dei Regni delle Sicilie.

  

Infine, Lanza inviò Buonopane e Letizia da Garibaldi per trattare la resa e i termini dell’abbandono di Palermo.

Il 6 giugno, alla presenza degli ammiragli inglesi, francesi e piemontesi, venne firmata la vergognosa capitolazione duosiciliana.

  

Il giorno 8 giugno 1860 le truppe di Lanza vennero imbarcate, con “l’onore delle armi” indegnamente preteso da Lanza, seppur meritato dai suoi incolpevoli e valorosi soldati.

  

Von Mechel era furente: spezzò con un sol colpo la sua sciabola su una pietra.

Vi furono delle diserzioni sia tra gli ufficiali che fra la truppa; alcuni passarono nelle fila dei garibaldini.

  

Lanza venne in un primo tempo riconosciuto non colpevole “Perché non in grado di comprendere gli avvenimenti”. Un processo vero non fu mai celebrato a causa dell’arrivo di Garibaldi a Napoli.

  

La resa dell’Alter Ego di Francesco II in Sicilia, risulta ancora più incredibile se si considera che la clausola che prevedeva l’imbarco dell’esercito duosiciliano ed il suo rientro direttamente a Napoli, venne chiesta da Lanza, come condizione principale dell’armistizio.

  

Di conseguenza i 20.000 uomini imbarcati a Palermo nel corso dei dieci giorni successivi, invece che essere sbarcati a Patti, a Milazzo o a Messina, e costituire una invalicabile linea di difesa, vennero portati tutti a Napoli!

  

Infatti a Milazzo i garibaldini, diventati oltre 5.000 per l’arrivo di altri volontari dalla terra ferma e dall’Isola, e riforniti di munizioni piemontesi, ora “generosamente” concesse dal Conte di Cavour, si troveranno di fronte solo i 4.630 uomini di Ferdinando Beneventano del Bosco, mentre ancora una volta la maggior parte delle truppe duosiciliane, al Comando di Clary, resteranno rinserrate a Messina.

 

 

Un’annotazione a margine, merita la complessa religiosità di Garibaldi e la sua applicazione “Istituzionale”. La fede del Generale forse era stata aumentata dal favore concessogli dalla “Provvidenza”, durante la conquista della Sicilia. Questo scrive Garibaldi a Ruggero Settimo il 21 giugno: “Se vi fu favore della Provvidenza per cui un uomo deve umiliarsi davanti ad essa con gratitudine immensa, quello è certamente a me successo negli avvenimenti venturosi succeduti in questi ultimi giorni in Sicilia …”.

 

Vi è notevole traccia nelle testimonianze dei contemporanei, negli scritti e nei gesti del Generale, di una fede in Dio, forte almeno quanto l’odio per il potere temporale della Chiesa. “So di avventurarmi ad una impresa rischiosa, ma pongo la mia confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione dei miei uomini”, così scrive a Vittorio Emanuele da Quarto, il giorno della partenza per la Sicilia.

  

L’intensità della fede in Dio di ogni uomo, così come il modus in cui egli vive e manifesta il suo credo, è fatto tanto personale quanto misterioso. Si può invero fingere una fede per motivi politici, ma oltre le parole, alcuni gesti del Generale testimoniano una fede in Cristo, mistica e genuina, piuttosto che la manovra di un politicante, ché tale Garibaldi certo non era.

  

Garibaldi prima ancora di entrare a Napoli, dichiara di volersi recare a rendere omaggio a San Gennaro.

Garibaldi Dittatore a Palermo, si recò in pellegrinaggio alla grotta di Santa Rosalia sul monte Pellegrino.

  

In occasione dei festeggiamenti in onore della Santa vergine palermitana, durante la Messa solenne pontificale del 14 luglio, tenutasi nella cattedrale normanna, occupò il trono dei Re di Sicilia e rivendicò il titolo di Legato Apostolico nell’Isola, da questi rivestito per pluri secolare investitura. Più volte rivolse uno sguardo muto e ammirato verso il sepolcro di Federico II.

  

E mentre in camicia rossa assisteva al rito Cattolico, al momento della lettura del Vangelo sguainò la spada professandosi difensore della Fede e della Chiesa … e intanto pensava alla conquista di Roma.

  

I troppi e non credibili errori dei comandanti borbonici

  

Vediamo ora in sintesi l’insieme degli “errori” politici e ancor più tattici e militari, commessi dai duosiciliani, che considerati nel loro insieme assumono ben altro significato.

  

1) La partenza della spedizione era attesa da mesi e nota a Napoli fin dal 6 maggio: la moderna flotta napoletana, non riuscì ad intercettare in mare i due legni garibaldini;

 

2) La colonna del generale Letizia era stata richiamata da Trapani a Palermo qualche giorno prima dello sbarco;

 

3) Ruffo e Landi non vennero informati tempestivamente (via telegrafo) dell’imminente sbarco nel trapanese;

 

4) Lo sbarco avvenne senza interdizione alcuna da terra ed il primo scontro si verificò solo dopo 4 giorni;

 

5) I contingenti napoletani di rinforzo, misteriosamente, non riuscirono a sbarcare nel trapanese e vennero dirottati a Palermo;

 

6) A Calatafimi, Landi ordina la ritirata invece di attaccare con tutti gli uomini, ovvero circa il triplo dei garibaldini;

 

7) Landi si ritira verso Palermo invece di bloccare Garibaldi ad Alcamo (posizione favorevole) né in altri luoghi adatti ad una battaglia campale, dove far valere la cavalleria e l’artiglieria, che Garibaldi non ha, come la piana di Partitico o le gole tra Borgetto e Renda;

 

8) Lanza ferma, in un primo tempo, l’inseguimento di Garibaldi ad Altofonte e richiama Colonna a Palermo;

 

9) Von Mechel decide di inseguire Orsini verso l’interno dell’Isola, allontanandosi da Palermo: un errore fatale;

 

10) A seguito delle notizie inviate da von Mechel, Lanza invia a Napoli la falsa notizia della sconfitta di Garibaldi e della sua rotta verso Corleone.

 

11) Lanza decide contro ogni logica, di aspettare Garibaldi a Palermo, ma invece di dispiegare l’esercito ed i cannoni all’esterno della città, nella piana circostante, mantiene le truppe al suo interno, praticamente rinunciando a schierarle;

 

12) Pur a conoscenza della posizione di Garibaldi, le porte Termini e S. Antonio, vengono lasciate sguarnite;

 

13) Garibaldi è già penetrato nell’abitato, e Lanza non gli scaglia contro tutti i 20.000 uomini di cui dispone all’interno della città (anche Landi era già rientrato a Palermo);

 

14) Lanza ordina il bombardamento della città, pur sapendo che in tal modo i civili si schiereranno in massa con i ribelli;

 

15) Landi abbandona la Gran Guardia di piazza dei Bologni senza combattere, lasciando libera la via principale per il Palazzo Reale;

 

16) Pur essendo in grande vantaggio di forze, Lanza chiede la prima tregua;

 

17) Lanza ferma von Mechel che sta riconquistando la città e chiede la proroga dell’Armistizio, nonostante la presenza delle truppe scelte del colonnello svizzero;

 

18) Buonopane e Letizia rappresentano a Napoli una situazione disastrosa, traendo in inganno Francesco II sulla reale situazione militare nell’Isola;

 

19) Lanza, ancora in grande vantaggio militare, con a disposizione anche le truppe scelte di von Mechel ancora intatte, chiede l’armistizio definitivo firmando la capitolazione di Palermo;

 

20) Nella capitolazione di Palermo, Lanza chiede esplicitamente che i 20.000 soldati imbarcati a Palermo rientrino direttamente a Napoli e pertanto questi non vengono riposizionati a Patti, a Milazzo o a Messina;

 

21) Clary invia solo Del Bosco a Milazzo contro Garibaldi e tiene 15.000 uomini bloccati a Messina;

 

22) A Milazzo, la flotta borbonica arriva a battaglia persa, per chiedere l’armistizio.

 

23) A Catania il 31 maggio, si ripete la storia dei borbonici che lasciano la città pur essendo ancora in grado di tenerla facilmente.

 

24) Inspiegabile passaggio dello stretto da parte dei garibaldini, ovvero mancato blocco da parte della flotta borbonica, che incrocia tutta nella parte settentrionale di un braccio di mare invero non troppo ampio.

 

 

A tal proposito annotiamo che fu sufficiente che i due piroscafi, Franklin e Torino, eseguissero il periplo dell’Isola da Occidente, ed imbarcassero i garibaldini a Sud di Messina, per eludere la flotta borbonica e le navi sardo piemontesi di Persano, mandate da Cavour ad “impedire” lo sbarco in Calabria (ma gli ordini del Re erano diversi).

  

Il conte di Cavour, cui il doppio gioco non era sufficiente e stava con un piede in tre staffe, nell’estremo tentativo di ritardare il passaggio dello Stretto o se vogliamo di fingere questo, chiese sotto banco aiuto alla Francia e un vascello francese da guerra si profilò davanti al faro. Ma i Comandanti delle navi inglesi, alla fonda nel porto di Messina, “consigliarono” alla Francia di astenersi da ogni intervento.

  

Per brevità, tralasciamo gli avvenimenti militari dallo sbarco in Calabria al Volturno, che nella sostanza ripetono quanto accaduto in Sicilia.

  

Infine rileviamo, come dato di fatto, che sia nella parte isolana dell’impresa, che in quella continentale, tutti i Comandanti duosiciliani non attaccarono mai Garibaldi con tutte le forze a loro disposizione. In ordine cronologico: Landi, Lanza, Clary, Vial, Briganti, Melendez, Caldarelli, Ghio, Ritucci.

 

 

I significati del telegramma

  

Ritorniamo ora al nostro documento. Il telegramma con la falsa notizia della vittoria borbonica a Calatafimi del 15 maggio, venne trasmesso a Napoli col telegrafo elettrico che era ancora in funzione sulla linea Palermo – Messina, e poi col cavo sottomarino oltre stretto, fino alla capitale del Regno.

  

Ricordiamo che in caso di guasto, era ancora disponibile e funzionante la rete dei telegrafi ottici o semaforici, ereditata dal Regno delle Due Sicilie dall’occupazione napoleonica, che venne mantenuta come sistema di riserva.

  

Ritenendo impossibile un errore nella trasmissione per il tenore ridondante del contenuto e per la struttura stessa dello scritto, o di un falso telegramma inviato dai rivoluzionari, poiché erano normalmente in uso codici segreti utilizzati per l’autenticazione dei messaggi, non resta che l’ipotesi di un invio da Palermo, di notizie false effettuato con uno scopo ben preciso.

  

Poiché Lanza si insediò a Palermo il 17 maggio, la trasmissione del testo a Napoli venne autorizzata verosimilmente dal suo predecessore Ruffo di Castelcicala, o comunque da un altro comandante che deteneva il potere di inviare un siffatto messaggio ufficiale.

  

La circostanza che il susseguente telegramma sia stato indirizzato direttamente ai “Comandanti le Armi in sicilia”, fa ipotizzare che lo scopo fosse quello di lasciare a Garibaldi il tempo di avvicinarsi a Palermo, senza che nessuno gli andasse incontro con l’esercito in campo aperto.

  

La falsa notizia della vittoria a Calatafimi, come quella successiva del 26 maggio, della rotta di Garibaldi verso Corleone, metteva inoltre al riparo Lanza e gli altri comandanti da una immediata sostituzione.

 

Infine, il documento sembra consolidare la tesi, da sempre avanzata se pur mai provata definitivamente, di un tradimento effettivo e non quella della totale inettitudine di Lanza e di altri comandanti borbonici in Sicilia ed in terra ferma.

  

Ritroviamo Lanza a Napoli all’arrivo di Garibaldi, incaricato delle luminarie in onore del generale e dei suoi uomini.

  

Per quanto riguarda Francesco Landi, per completezza di informazione, ricordiamo che Egli venne apertamente accusato di “tradimento” da Ruffo di Castelcicala e che qualche mese più tardi tentò di cambiare presso il Banco di Napoli una fede di credito di 14.000 Ducati. La fede risultò falsificata ed il suo vero ammontare di 14 Ducati. Landi, colto da malore, dichiarò che quei denari (i 14.000 Ducati) glieli aveva dati Garibaldi. Ne sortì uno scandalo immediatamente messo a tacere.

Annotiamo inoltre che Landi era subito transitato nell’esercito sabaudo: i suoi cinque figli servirono i Savoia come ufficiali.

 

Si potrebbe obiettare che a Napoli conoscessero l’effettiva situazione militare nell’Isola e che la falsa notizia della vittoria borbonica a Calatafimi, sia stata artatamente divulgata da Napoli e non da Palermo, per scoraggiare le innumerevoli rivolte che si accendevano nell’Isola. Ma questa ipotesi è nettamente smentita dall’essere il telegramma inopinatamente indirizzato ai Comandanti militari, che al contrario avrebbero dovuto essere allertati in tutta l’Isola.

 

La divulgazione all’estero di false notizie, potrebbe essere stata invece decisa per scoraggiare i temuti interventi di altri Stati.

 

Epilogo 

 

Non vi è la prova definitiva del più volte adombrato tradimento di alcuni comandanti duosiciliani, Lanza e Landi in testa. Ma giustificare l’accaduto con la loro “semplice” inettitudine, non appare possibile. Troppi errori macroscopici ed ingiustificabili alla luce del buon senso, prima ancora che dei manuali militari di guerra, commessi da soggetti diversi ed in circostanze estremamente diversificate, nel corso di ben sette mesi.

Tre indizi, si dice, fanno una prova: ma qui di indizi ve ne sono a decine.

 

Il documento infine sembra comprovare che il Governo napoletano ed il Re, siano stati volutamente ingannati dalle notizie provenienti da Palermo e che dunque un vero tradimento sia stato perpetrato ai loro danni.

 

Appare comunque acclarato che gli avvenimenti militari e politici che porteranno alla fine del Regno delle due Sicilie, non possono essere ascritti solo ad una diffusa volontà di tradire il Regno, bensì ad una generale implosione sociale delle strutture politiche, militari ed amministrative. Questi sviluppi furono accompagnati da quel fenomeno che va sotto il nome di ”indifferentismo” che ancor più si evidenziò, dall’agosto del 1860, nella parte continentale del Regno.

 

La dissoluzione del Regno ebbe molteplici cause, alcune remote altre contingenti, e prima fra tutte l’incapacità dei Borboni di ammodernare in un arco di tempo accettabile l’architettura istituzionale dello Stato, di rendere la monarchia costituzionale, di ristrutturare l’economia delle Sicilie in modo tale da migliorare le condizioni di vita delle popolazioni.

 

Leggendo le cronache di quei giorni, a tratti si ha la sensazione che il Regno non sia stato conquistato da Garibaldi, bensì a Lui consegnato.

 

Illuminanti le stesse parole del Generale che nelle sue memorie trascrive: “A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa 8.000 uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine, dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi, per quanto procedessero a marce forzate, io giunsi nella bella Partenope.”

 

E ancora: “Altra circostanza ben favorevole alla causa nazionale, fu il tacito consenso della marina militare borbonica, che avrebbe potuto, se intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la Capitale. E veramente i nostri piroscafi trasportavano liberamente i corpi dell’esercito meridionale lungo tutto il litorale napoletano, senza ostacoli, ciò che non avrebbero potuto eseguire con una marina assolutamente contraria”.

 

Per quanto incredibile possa sembrare, Garibaldi si avvicinò a Napoli in treno e vi entrò in carrozza scoperta. I militi invece di sparargli gli presentarono le armi. Il popolo staccò i cavalli cercando di trascinare a braccia la carrozza col Dittatore in piedi.

 

Non bastò a Francesco II di “liberaleggiare”, riattivare la Costituzione e cambiare il Ministero, quale estremo tentativo di salvare la monarchia ed il Regno stesso, né di adottare il tricolore coi gigli al centro e dichiarare l’italianità del Regno; non fu sufficiente abolire le bastonate nelle carceri e mandare liberi 400 detenuti politici. Non bastò.

 

Le conseguenze dell’azione dei Governi, come di quelle dei singoli, non sono subito percepibili: trascorrono talvolta anni o secoli prima che si vedano i buoni o i cattivi frutti della politica e di ogni decisione umana. Ma nel momento in cui i tempi sono maturi, nulla vale a fermare le lancette della storia e il precipitare degli eventi. Questo avvenne del Regno di Sicilia, la disintegrazione della struttura dello Stato e della società, dovuta ad una serie di errori commessi nel corso di secoli, causati dalla superficialità egoistica della classe dirigente e dalla sua incapacità di programmare un futuro per tutti. Storia di ieri e di oggi.

 

Quale massimo sintomo della dissoluzione dello Stato, si evidenzia che per ordine del Ministro Liborio Romano venne epurata, quale “segno del cambiamento”, la vecchia polizia urbana, a volte inutilmente crudele e fiscale, ma fedele alla corona: nella guardia cittadina vennero integrati centinaia di notori camorristi (già da tempo cospicuamente presenti nei ranghi dell’esercito).

 

L’ordine pubblico, durante il passaggio del potere dai Borboni al Dittatore Garibaldi, venne affidato alla camorra e da questa garantito, creando le premesse per ulteriori spazi ad essa concessi, nella società civile e nel tessuto istituzionale del nuovo Stato che si andava a costituire.

 

E veramente la sensazione del troppo fatalista e rassegnato Francesco II, era quella giusta: una dissoluzione irreversibile del Regno, un collasso che polverizzava ogni struttura politica e militare cui Egli nulla poteva opporre. Al suo Primo ministro disse più volte “Mio caro, Don Peppino (così per scherno e senza odio chiamava Garibaldi) non lo consente né a me né a Voi”.

Due giorni prima che abbandonasse la città, vedendo Francesco II insieme alla Regina che un commerciante napoletano stava cancellando i gigli borbonici dall’insegna del negozio, ne sorrise bonariamente insieme alla consorte. In quel sorriso dolce e amaro dell’ultimo Sovrano, si eclissava il Regno delle due Sicilie.

 

Nessuna conclusione mi appare adeguata a questa storia, nella consapevolezza che gli atti da cui abbiamo preso le mosse, la circolare diffusa in Sicilia ed il telegramma cui essa fa riferimento, aggiungono solo un ulteriore elemento di riflessione, un altro piccolissimo tassello, a quel complesso e misterioso mosaico, largamente incompleto, che ancora oggi mal rappresenta la storia dell’invasione garibaldina della Sicilia.

 

Ma chiuso il sipario sugli avvenimenti storici, consolidato faticosamente il testo nella forma che avete avuto la pazienza di leggere, mi rimane solo di confessare il doloroso dubbio che in Sicilia non sia cambiato nulla.