In un mercatino di rigattieri, ho acquistato di recente un piccolo carteggio, atti di un’antica famiglia siciliana, umidi e mal conservati, apparentemente di interesse solo filatelico. Ad un esame più approfondito, ho trovato tra i vari fogli, un Decreto garibaldino originale.
L’atto del Dittatore è citato come “Primo decreto di Alcamo” in alcuni studi, ma non avevo avuto occasione di leggerlo per intero e soprattutto di averne a disposizione un esemplare originale.
Il documento è stampato tipograficamente su carta di scarsa qualità. Letta l’intestazione, ho controllato la data: “Alcamo, 17 maggio
Prima di affrontare nel merito i contenuti del Decreto, è necessario appunto fare un passo indietro.
Antefatto
Chi ha avuto la pazienza di leggere quell’articolo, ricorderà che abbiamo esaminato un Decreto del 21 agosto 1860 con il quale il pro Dittatore Depretis, che aveva sostituito il
Le motivazioni erano esplicite e il pro Dittatore proclamava che i fatti ritenuti come reati politici durante l’occupazione borbonica, anziché dar luogo ad azione penale, rendevano gli autori di essi benemeriti dell’Italia comune madre, dichiarava nulle e come non avvenute tutte le condanne emesse sui fatti che durante “l’occupazione borbonica” erano considerati come reati politici.
Gli imputati o condannati per i fatti medesimi, sono stati immediatamente liberati e sono rientrati “di pieno diritto” nell’esercizio dei diritti civili e politici.
Nell’innalzare agli altari della Patria i detenuti politici in quanto tali, non si sente neanche il bisogno di esaminare le personali posizioni degli imputati o condannati, quanti e quali reati abbiano commesso. E’ sufficiente che il Governo borbonico li abbia arrestati, perché ora essi siano da considerare dei benemeriti della nuova “Patria” dei siciliani.
La pretesa “occupazione borbonica della Sicilia”: i possibili motivi
Avevamo considerato ancor più sorprendente l’affermazione del Pro Dittatore contenuta nel Decreto: “durante l’occupazione borbonica”, alla quale si era tentato di trovare una valida motivazione storica e giuridica.
I due Regni di Sicilia erano stati unificati 44 anni prima, nel nuovo Regno delle Due Sicilie, a seguito della decisione assunta dal Congresso di Vienna, di riconoscere e ristabilire Ferdinando II quale Re delle Due Sicilie (rectius dei due Regni di Sicilia).
Alla luce della circostanza che Garibaldi, fin dai suoi primi Proclami di Marsala, dichiara di agire in nome e per conto di Vittorio Emanuele “Re d’Italia”, avevamo continuato la ricerca delle motivazioni storiche della supposta usurpazione borbonica, in relazione alla posizione giuridica ed istituzionale, oltre che dinastica, di Casa Savoia, nei confronti della Corona siciliana.
Avevamo quindi ricordato che i Savoia, quale compenso per la loro partecipazione al grande conflitto europeo, innescato dalla problematica successione al trono di Spagna, con la pace di Utrecht del 1713, avevano ricevuto l’investitura di re di Sicilia (Isola) che avevano successivamente barattato con
Tra i motivi principali, oltre che il ritorno delle armate spagnole e l’opposizione austriaca, era risultata determinante la circostanza che la corona di Sicilia (Isola), era stata concessa ai Savoia in qualità di vassalli della Spagna e che sarebbe tornata a quest’ultima all’estinguersi della discendenza maschile di Vittorio Amedeo II.
Di contro la corona di Sardegna veniva loro offerta in piena ed esclusiva titolarità, senza particolari condizioni o vincoli dinastici. I Savoia accettarono
Era stata infine delineata una terza ed ultima ipotesi, ovvero che Depretis facesse riferimento al voto del Parlamento rivoluzionario siciliano del 1848, che aveva dichiarato decaduto Ferdinando II e la dinastia dei Borbone, chiamando al trono il Duca di Genova, Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia quale re eletto, col nome di Alberto Amedeo I di Sicilia.
Alberto Amedeo rinunciò al trono siciliano per un insieme di motivazioni politiche e per non ostacolare il già delineato cammino dell’unità nazionale italiana, da edificare sotto il regno del padre Carlo Alberto e poi del fratello maggiore Vittorio Emanuele. Sul suo rifiuto ebbe un peso determinante lo Statuto siciliano approvato dal Parlamento rivoluzionario, che limitava sostanzialmente i poteri della Monarchia.
Ci eravamo dunque lasciati con una domanda: di quale usurpazione si accusavano i Borbone?
E con una risposta parziale e solo politica: i Borboni venivano additati da Depretis quali occupanti e usurpatori della Corona dell’Isola, al fine di legittimare in qualche modo l’aggressione perpetrata dai Savoia, per il tramite di quelle che essi stessi avevano definito, ripudiandole, “bande garibaldine di filibustieri”.
Come sopra accennato, il Regno di Sardegna ufficialmente non avanzava alcuna rivendicazione legittimista sulla Corona siciliana e soprattutto non sussisteva un casus belli che si prestasse a giustificare in sede internazionale, un’aggressione savoiarda ai pacifici Borbone.
Risultava quindi indispensabile, per motivare in qualche modo l’intervento di Vittorio Emanuele, una sollevazione dei notabili e del popolo … o qualcosa che apparisse tale. Serviva un “grido di dolore” che provenisse dall’interno dell’Isola: l’impresa garibaldina era strumentale alla creazione di queste condizioni, ben oltre le percezioni del Generale. Un Plebiscito senza alternative, avrebbe completato l’opera.
Se Garibaldi avesse fallito, non vi sarebbe stato neanche bisogno di aggiungere altro a quanto dichiarato da Cavour in Parlamento a Torino durante i primi giorni dell’invasione: un folle filibustiere in meno.
Il casuale quanto inatteso ritrovamento del documento originale completo (in foto ne vediamo una parte), ci consente oggi di aggiungere alla ipotetica ma logica risposta delineata, anche quella storica e “giuridica”.
Il Decreto di Alcamo
Il Decreto è stato emanato da Garibaldi nell’unico giorno in cui si fermò ad Alcamo, in data 17 Maggio 1860. Questo provvedimento segue quelli dati a Marsala l’11 ed a Salemi il 14 maggio, data della proclamazione della Dittatura. Ricordiamo che Garibaldi aveva appena “fortunosamente” vinto la battaglia di Calatafimi e avanzava incontrastato verso Palermo.
Riporto il testo completo del Decreto dittatoriale, in modo tale da conferirlo alla disponibilità di tutti gli appassionati di storia, affinché ognuno ne tragga le proprie considerazioni:
ITALIA E VITTORIO EMMANUELE
GIUSEPPE GARIBALDI Comandante in capo le Forze nazionali in Sicilia,
In virtù de’ poteri a lui conferiti,
Visto il decreto del 14 maggio sulla dittatura
DECRETA
Art. 1. E’ instituito un Governatore in ciascuno dei 24 distretti della Sicilia.
Art. 2. Il Governatore risiederà nel capo-luogo del distretto, e laddove le circostanze il richiedano, in quel comune che crederà stabilire a centro delle sue operazioni. Esso vi rappresenterà il capo dello Stato.
Art. 3. Il Governatore ristabilirà in ogni comune il Consiglio civico e tutti i funzionari esistenti prima dell’occupazione borbonica. Supplirà con altri individui quei che mancassero per morte sopravvenuta, o per altri motivi.
Art. 4. Saranno esclusi dal Consiglio civico e non potranno esser membri del magistrato municipale, giudici comunali, e agenti dell’amministrazione pubblica:
a ) coloro che favorirono direttamente o indirettamente la restaurazione dei Borboni;
b ) coloro che hanno esercitato o esercitano uffici pubblici di nomina del potere illegittimo che attualmente vessa la Sicilia;
c) coloro che notoriamente si oppongono alla redenzione della patria.
Art. 5. Il Governatore sarà giudice dei motivi d’incapacità notati nel precedente articolo, ed all’uopo eserciterà i poteri dati alle commissioni distrettuali coi decreti del 22 luglio 1848 e del 22 febbraio 1849.
Art. 6. Il Governatore nominerà in ogni capo-luogo di distretto un questore ed in ogni comune un delegato per la sicurezza pubblica; nella città di Palermo, Messina e Catania, un assessore per ogni quartiere.
I delegati e gli assessori saranno, nell’esercizio delle loro funzioni, sotto la dipendenza del questore; il questore sotto la dipendenza del Governatore.
Art. 7. Il Governatore eserciterà la sua tutela su tutte le amministrazioni pubbliche e ne dirigerà l’andamento.
Art. 8. Le sentenze, le decisioni e gli atti pubblici saranno intestati: In nome di Vittorio Emmanuele re d‘Italia.
Art. 9. Le leggi, i decreti e regolamenti, quali esistevano sino al 15 maggio 1849 continuano ad essere in vigore.
Art. 10. Ogni disposizione contraria alle presenti e rivocata.
Alcamo 17 maggio 1860.
Firmato
Giuseppe Garibaldi
(Controfirmato)
Il Segretario di Stato
Francesco Crispi
Ecco dunque l’invenzione di un surrettizio motivo per giustificare l’aggressione: il popolo siciliano è vessato da una Dinastia dichiarata decaduta dal Parlamento rivoluzionario del 1848 e Garibaldi viene a ristabilire l’ordine e la legittimità, la sovranità del popolo, abbattendo il potere illegittimo che “vessa
Ed è questa la chiave di lettura delle notizie sulla partecipazione popolare all’insurrezione, invero totalmente false nelle loro dimensioni. Numerosi quanto inascoltati furono i proclami con i quali Garibaldi continuava a chiamare alle armi i siciliani, nei quali risulta evidente e dichiarato che “i volontari arrivano a migliaia dal continente” (molti erano soldati Piemontesi artatamente spogliati della divisa dell’esercito regolare).
Coi “volontari” arrivavano “dal continente” anche armi e munizioni ora generosamente elargite dal Conte di Cavour, convertito alla causa di un’Italia che gli calzava larga di un paio di misure.
In alcuni di questi proclami si nota una serie di drammatici e significativi puntini di sospensione, più eloquenti delle parole, che richiamano all’ordine i siciliani indifferenti ai superiori destini di una Patria, che “altri” stanno costituendo per loro.
In Sicilia si gioca, nel maggio del 1860, la partita decisiva per l’unità d’Italia. La trama è fitta, i protagonisti sono molteplici e non tutti visibili: la sceneggiatura è dunque inevitabilmente complessa, ma politicamente efficace, infine idonea a giustificare l’intervento dei Savoia.
Garibaldi con una mossa inaspettata, riporta le lancette della storia al 15 maggio 1849 e “continua la rivoluzione dei siciliani”. Fa artatamente rivivere la dichiarazione di decadenza dei Borbone, approvata all’unanimità l’8 aprile 1848, dal Parlamento palermitano.
Sono ripristinate alcune Istituzioni rivoluzionarie e richiamati in servizio attivo i rivoltosi del ’48, reintegrati nei Consigli Civici. Garibaldi ripristina sic et simpliciter il corpus dei provvedimenti del Parlamento rivoluzionario, nello stato in cui si trovavano il 15 maggio 1849. Apparentemente.
Infatti il Dittatore è venuto per consegnare l’Isola ai Savoia e non ha alcuna intenzione di riconvocare quel Parlamento simbolo della libertà ed indipendenza della Sicilia, al quale pure artatamente si appella per legittimare la sua azione. E’ venuto “per seppellire Cesare e non per lodarlo”.
Verosimilmente dietro il Decreto del Generale vi è la sapiente regia di una mente sottile, un uomo politico “di grido”: quel Francesco Crispi che controfirma quale Segretario di Stato del Regno di Sicilia già sotto Dittatura, ma ancora tutto da conquistare.
La nomina di Crispi a Segretario di Stato siciliano era avvenuta a Salemi: i meriti acquisiti in Sicilia, gli apriranno la via verso una carriera politica lunga e “gloriosa” che lo porterà alla Presidenza del Consiglio in epoca Umbertina.
E in quella veste lascerà amarissime memorie alla tanto agognata Sicilia, decretandone nel 1893 lo stato d’assedio, ufficialmente per riportare l’ordine “turbato dai Fasci dei lavoratori”, in realtà favorendo il baronaggio latifondista ed il notabilato mafioso, nella difesa del latifondo feudale siciliano e della rendita parassitaria.
E’ logico supporre che il Decreto sia stato subito inviato a tutti i Comuni siciliani, ma vista la rarità del documento, dobbiamo ritenere che ne siano pervenuta a noi solo una piccola parte, che dovrebbe trovarsi negli archivi pubblici dell’Isola.
Si noti come Garibaldi alla testa di un manipolo di uomini mal armati, galvanizzato dalla incredibile vittoria di Calatafimi, occupa subito tutti gli spazi politici e istituzionali: in Sicilia non c’è un vuoto di potere, neanche per un sol giorno.
Vi è un passaggio istituzionale fondamentale sul quale è necessario focalizzare la massima attenzione: Garibaldi a Salemi “Decreta di assumere nel nome di Vittorio Emanuele
Lo stratagemma è sottile: Garibaldi riconosce strumentalmente l’esistenza di uno Stato siciliano usurpato, che altro non poteva essere che l’antico Regno di Sicilia, per potersi proclamare Dittatore di questo Stato … esplicitamente profilando di volerlo consegnare a Vittorio Emanuele II.
Ricordiamo che
In Sicilia vi è dunque un Dittatore che è il Capo dello Stato, rappresentato nei Distretti dai Governatori, un segretario di Stato, un teorico Parlamento le cui decisioni rivivono, i Consigli civici, i 24 Governatori, i Questori, i Delegati per la sicurezza pubblica, gli Assessori nei grandi Centri: insomma c’è lo Stato siciliano, rivive apparentemente il Regno di Sicilia.
E’ chiaro l’intento di Garibaldi e Crispi di portare subito dalla loro parte quanti più Comuni e notabili e cittadini, facendo credere ai siciliani che essi continuano la strada intrapresa dal Parlamento rivoluzionario.
I Decreti politici, amministrativi e gestionali, furono accompagnati da un insieme di altri provvedimenti di natura economica, molto graditi e attesi dalla popolazione dell’Isola e dalla borghesia commerciale (soprattutto inglese), come l’abolizione della tassa sul macinato, di alcuni dazi e l’apertura dei porti siciliani.
Ma la manovra politica è evidente: si tratta di un cavallo di Troia, un vero sotterfugio. Garibaldi si appropria della storia dei siciliani, scegliendo di essa ciò che gli aggrada e ignorando ciò che non gli conviene.
Finge il Generale di dimenticare che il Parlamento di quello Stato siciliano cui ora si appella e dichiara di ripristinare e rappresentare, aveva rivendicato in perpetuo per l’Isola, lo status di Regno indipendente.
Ed infatti il Parlamento siciliano rivoluzionario, aveva ristabilito la situazione precedente all’unificazione delle Corone di Napoli e Sicilia avvenuta nel 1816, proclamando l’indipendenza dell’isola, la decadenza dei Borbone e quindi riportato in vita la plurisecolare Corona normanna. L’ingresso della Sicilia nella Lega o unione italiana, era ipotizzato solo in termini federativi.
E’ sufficiente leggere i primi articoli dello Statuto siciliano del 1848, per rendersi conto che Garibaldi ha usato in modo strumentale l’antefatto rivoluzionario, fingendo di adempiere la volontà dei siciliani ed invero consegnandoli ancora una volta, ad una dinastia estranea alla Sicilia.
Statuto fondamentale del Regno di Sicilia
decretato il giorno 10 luglio 1848
dal generale parlamento
titolo I
religione, indipendenza, sovranità
Art. 1 – La religione dello Stato è la cattolica, apostolica romana. Quando il re non vorrà professarla sarà ipso facto decaduto.
Art. 2 –
La sola accettazione di un altro principato o governo lo farà anche incorrere ipso facto nella decadenza.
Art. 3 – La sovranità risiede nella università dei cittadini siciliani: niuna classe, niun individuo può attribuirsene l’esercizio. Il poteri dello Stato sono delegati e distinti secondo il presente statuto.
Inganni e spergiuri: i relitti della storia
Nessun rilievo viene dato alla ritrattazione della decadenza dei Borbone, pronunciata pressoché in blocco dai nobili e notabili siciliani nel 1849. E non solo da Garibaldi, ma dagli stessi “traditori pentiti”… che tradiscono nuovamente
Garibaldi dunque ristabilisce apparentemente alcune istituzione rivoluzionarie, o meglio richiama ai posti di comando i secessionisti del 1848, ma in realtà nella sua rivoluzione non vi è nulla di sostanzialmente assimilabile ai principi ispiratori dei moti del ‘48.
E Prima fra tutte, viene tradita la rivendicazione di indipendenza dell’isola, causa determinante delle tre rivoluzioni del 1820, 1836 e 1848 dei siciliani contro
Per la conquista della parte continentale del Regno, non avrà bisogno neanche di questo pretesto, di questa distorta ed estorta legittimazione.
Spesso si è ripetuto che i siciliani vennero tratti in inganno dall’azione di Garibaldi, e che erroneamente ritennero che la rivoluzione del 1860 fosse la continuazione di quella del 1848. Il decreto oggi esaminato, ci fornisce un significativo elemento in più per concludere che in realtà più che ingannarsi da soli, vennero in parte ingannati.
Si noti infatti che Garibaldi, fin dallo sbarco a Marsala, nei suoi atti ufficiali, non nasconde mai l’intenzione di consegnare l’Isola ai Savoia. Al contrario Proclami e Decreti, non mancano mai di evidenziare che si combatte per l’ “Italia e Vittorio Emanuele”, e la firma è sempre apposta in qualità di “Comandante in capo delle forze nazionali (italiane) in Sicilia” e poi di “Dittatore”.
L’equivoco, o se si vuole l’inganno, verosimilmente risiede nei contenuti, nelle ambiguità, delle quali in qualche modo anche il Generale sarà vittima oltre che responsabile. In tal senso possono essere letti i provvedimenti del neo costituito Regno d’Italia, che sconfessano buona parte dei Decreti Garibaldini, primo fra tutti quello che reintroduce l’infame tassa sul macinato.
E’ opportuno chiedersi dunque a chi fossero destinati i Decreti del Dittatore: formalmente a tutta la popolazione, sostanzialmente soltanto ai nobili, notabili ed all’alto clero, in grado di leggerli e di comprenderli.
E se da una parte era solennemente e reiteratamente dichiarata l’intenzione di Garibaldi di consegnare
Giocò un ruolo importante l’avversione della classe nobiliare per i Borboni e soprattutto la contrarietà all’unificazione dei due Regni, da molti considerata un vero tradimento. Ne abbiamo diffusamente parlato nell’articolo sulla fine del Regno delle due Sicilie http://www.italiainformazioni.com/giornale/cultura/64073/garibaldi-sconfitto-calatafimi-menzogne-tradimenti-inizia-dissoluzione-regno.htm e seguenti.
Aggiungiamo che verosimilmente i siciliani vennero tratti in inganno proprio dal formale ripristino della sovranità del Regno, surrettiziamente ostentata da Garibaldi, da una serie di provvedimenti demagogici, e soprattutto del fatto che l’apparentemente redivivo Regno di Sicilia, avrebbe potuto “patteggiare” da pari a pari, le condizioni del suo ingresso nell’Italia di Vittorio Emanuele.
In tal senso va letta la formazione di quel Comitato “Costituzionale” ispirato da Ruggero Settimo, ultimo rivoluzionario “Presidente del Regno”, che intendeva trattare l’annessione costituzionale del Regno di Sicilia al nuovo Regno d’Italia. Il Comitato non venne riconosciuto quale interlocutore e venne proclamato quel Plebiscito senza alternative, che mise i siciliani con le spalle al muro.
Dunque i siciliani che “contavano”, nobili, notabili, grande borghesia (ivi compresa quella commerciale inglese), percepirono a pieno e da subito, che l’invasione garibaldina preludeva all’unione della Sicilia al Regno d’Italia ed accettarono questa soluzione.
S’ingannarono e vennero ingannati su un altro aspetto della questione, il come sarebbe avvenuta l’unificazione, che a fronte dei provvedimenti del Generale, erano certi di poter trattare alla pari, tra Stati sovrani.
Ma cosa volevano “Trattare” i nobili siciliani? Quali diritti e privilegi volevano “Conservare” nel nuovo Stato che si andava delineando?
Nel disegno politico che i maggiorenti siciliani concepivano e proiettavano nel loro futuro, più che il fondamento giuridico, le relazioni istituzionali ed i diritti costituzionali nel nuovo Stato italiano, al primo posto stava il mantenimento dello status quo del latifondo feudale, e Garibaldi fece subito capire chiaramente, sparando sui contadini, che non avrebbe consentito l’aggressione dei feudi.
E proprio il mantenimento di quel ordine economico-sociale feudale, voluto dalla classe nobiliare siciliana, garantito da Garibaldi e dai Savoia, potrebbe essere stato la moneta di scambio, come a dire: “Va bene, consentiamo l’invasione dell’isola, entriamo nell’Italia unita senza alcuna garanzia costituzionale particolare o un nuovo patto tra Re e popolo, purché in Sicilia noi continuiamo a governare il latifondo con i nostri metodi”.
I Baroni riuscirono nel loro intento e sulla base di questo “tacito accordo politico” senza scadenza, impedirono la riforma agraria anche nel nuovo Stato unitario, e sostanzialmente fino agli anni 50 del Novecento. Riuscirono a fermare il tempo in Sicilia per un secolo ancora.
Infine tra fioche luci e dense nebbie, ancora dopo 150 anni, nulla appare certo di questo intrigo internazionale che consegnò l’Isola ai Savoia, ma il mare tempestoso della storia ci restituisce di tempo in tempo i relitti dell’inganno.
Sotto forma di Proclami e di Decreti, di storia scritta per servaggio o piaggeria, i castelli di sabbia si sgretolano, abbattuti dalla stessa onda che porta a riva le ombre di un passato che non passa mai.
