(Rosario Ribbene ) Il Festino di quest’anno si identifica con un’edizione magra, parsimoniosa e particolarmente economica: come da previsioni organizzative, mercoledì sera il Corteo sfilerà con la statua della Santuzza – realizzata in vetro di Murano – collocata su un grande carro siciliano al cui interno sarà posto un roseto di 4 metri; cristalli Swarovsky arricchiranno il roseto e il carro, quest’ultimo impreziosito lateralmente da decori eseguiti manualmente – secondo la tradizione siciliana – e raffiguranti scene di vita della Santa.
Come ogni anno imperversano le polemiche sui fondi reperiti e destinati all’evento. Davanti a questi sistematici e deleteri balletti ci sarebbe da chiedersi: “cos’è esattamente un evento festivo antico di secoli e che coinvolge sistematicamente ogni anno una intera comunità urbana?”. Per dare una risposta a questa domanda si dovrebbero tirare in ballo considerazioni che afferiscono a diverse categorie di pensiero, dalla spiritualità popolare alla demopsicologia, dalla forza delle tradizioni alle mode estetiche e comportamentistiche. Ma qui non è il caso. Mentre invece è il caso di ricordare che a metà del mese di luglio – come avviene ormai dal lontanissimo 1625 – Palermo viene nuovamente elettrizzata dal Festino di Santa Rosalia. E’ la celebrazione del ringraziamento alla giovane eremita del Monte Pellegrino per avere fatto cessare la tremenda peste del 1624 che aveva decimato la popolazione di Palermo. E’ quindi una sorta di rito con il quale l’intera collettività urbana ringraziava la Santa eremita che poco dopo sarebbe stata proclamata Patrona Principale della città stessa.
L’architetto Rodo Santoro ha curato alcune delle più memorabili edizioni del Festino dal 1973 fino al 2002.
Quale fu lo spirito con il quale affrontò questo lavoro e quale risultato si proponeva di ottenere?
Il mio principale desiderio era quello di risvegliare la memoria storica dei palermitani proponendo loro lo spettacolo della più bella e sentita festa della città, così come si svolgeva nel periodo storico di maggior splendore dell’antica Palermo, cioè quello fra Sei e Settecento. Mi premeva di far riacquistare loro l’orgoglio di appartenete a una città che aveva avuto una grande storia, e quindi stimolarli a un comportamento di dignitosa difesa delle nostre tradizioni più belle.
Pensa che il Festino così come si è svolto negli ultimi anni corrisponda alle idealità originali di quando lei lo ha ricreato?
Ormai non più. Quando resuscitai il Festino, nel 1973-74, non pensavo che la Grande Festa con i suoi continui successi avrebbe finito per sollecitare ambizioni pubblicitarie e furori politico-demagogici. L’eccessiva prevalenza della parte laica del Festino rispetto a quella religiosa; l’eccessivo protagonismo di quanti hanno deformato lo spirito di questa manifestazione; la brutta piega assunta alla fine degli anni ‘90 hanno trasformato questa festa in un continuo scontro fra amministratori e oppositori. A questo punto è necessario che i politici – di qualsiasi parte – abbiano il coraggio civile di fare, tutti, un passo indietro.
Oggi, i simboli dell’identità del più importante evento festivo della comunità urbana di Palermo – il Carro Trionfale, i carri minori e le altre machine sceniche facenti parte del maestoso apparato scenico realizzato dall’architetto Santoro – giacciono ammucchiati in una piccola area dei Cantieri Culturali della Zisa, avvolti da una fitta vegetazione, da cumuli di detriti, dall’oblio delle Amministrazioni cittadine che si sono avvicendate in questi ultimi anni, regalando all’incauto visitatore visioni a dir poco dantesche.
