Giuseppe Di Bella

Il 6 agosto Bronte è circondata e posta in stato d’assedio. Ma i rivoltosi più coinvolti nei fatti di sangue sono già fuggiti, ed a Bixio non resta altro da fare che arrestare l’avvocato Nicolò Lombardo, accusandolo di essere il capo dei rivoltosi e di essere un reazionario borbonico e controrivoluzionario.

 

La forza del destino

 

A nulla vale che Lombardo non sia fuggito avendone facile occasione, a nulla serve che si presenti spontaneamente a Bixio che, senza consentirgli di parlare e spiegare quanto accaduto, lo fa subito arrestare.

 

Lo stesso proclama di condanna, non dei rivoltosi ma dell’intero Comune, immediato e senza riserve, comprova da una parte la partecipazione generale alla rivolta e dall’altra la coscienza di Bixio che gli avvenimenti avevano matrice popolare, spontanea e non lealista.

 

IL GENERALE G. N. BIXIO in virtù delle facoltà ricevute dal Dittatore

DECRETA

 

Il Paese di Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d’assedio.

Nel termine di tre ore da cominciare alle 13 e mezza, gli abitanti consegneranno le armi da fuoco e da taglio, pena di fucilazione pei retentori.

Il Municipio è sciolto per organizzarsi ai termini di legge.

La Guardia Nazionale è sciolta per organizzarsi pure a termine di legge.

Gli autori de’ delitti commessi saranno consegnati all’autorità militare per essere giudicati dalla Commessione speciale.

E’ imposta al paese una tassa di guerra di onze dieci l’ora, da cominciare alle ore 22 del 4 corrente giorno, ora della mobilizzazione della forza militare in Postavina e da avere termine al momento della regolare organizzazione del paese.

Bronte 6 agosto 1860

 

A racimolare di ora in ora la tassa di guerra, tra i benestanti del paese, già tragicamente provati da lutti e saccheggi, Bixio inviò lo spaurito Nicolò Spedaleri delegato di pubblica sicurezza. Ad ogni tornata gli rinnovò minacce e motti canzonatori, tenendo sempre la pistola ben in vista sul tavolo.

 

Gli arresti furono centinaia: calunnie, vendette private e regolamenti di conto si aggiunsero alle accuse mosse a quei partecipanti ai moti che non erano fuggiti.

 

Bixio quindi, per avere le mani libere, dispose che gli uomini della Guardia Nazionale e quelli di Poulet lasciassero immediatamente il paese. Il colonnello Poulet, a fronte della crudeltà con la quale il genovese trattava tutto e tutti, ritenne utile inviargli un messaggio (oggi perso ma citato da De Luca e Radice) nel quale gli scriveva:

 

“Sig. Generale,

Quando io arrivai nelle vicinanze di Bronte trovai postato il popolo in tal terribile sito e strategico modo che potea trucidarci tutti senza che noi avessimo potuto ferirli. Ma al risapere che noi eravamo forza pubblica del Governo, abbassarono le armi e ci accolsero come in festa. Io raccomando all’Eccellenza Vostra un popolo sì docile e buono”.

 

Bixio non tenne in alcun conto quanto dichiarato da Poulet, che pure aveva assistito all’intervento dell’avvocato Lombardo e dispose subito un’inchiesta sui fatti accaduti, prestando ascolto e credito alle falsità interessate dei notabili conservatori che ancora s’infingevano rivoluzionari, e che colsero l’occasione per accusare gli avversari politici e l’avvocato Nicolò Lombardo in particolare, che venne indicato come capo della rivolta, controrivoluzionario e borbonico, mentre in realtà, pur essendo il referente politico della protesta, si era adoperato per placare gli animi ed addivenire ad una soluzione pacifica.

 

Parte della storiografia “unionista” imputa a Lombardo la grave responsabilità di aver “cospirato” contro le autorità municipali e di aver istigato il popolo alla sanguinosa rivolta. Risulta evidente che Lombardo non rimase con le mani in mano e che i rivoltosi facevano “politicamente” capo a Lui. Ma nessun elemento ha mai comprovato la sua partecipazione morale o materiale ai disordini o alla strage. Certo è che la situazione gli sfuggì di mano ed i suoi sforzi per frenare la sommossa furono inutili.

 

La Commissione speciale si insediò il 7 agosto, nominando in un primo momento un solo difensore per tutti gli imputati, tra i quali vi era evidente conflitto di interessi poiché i fratelli Minissale presero posizione autonoma contro il Lombardo.

 

Per comprendere adeguatamente il clima di aberrazione e di inquità nel quale si svolse il processo, è sufficiente evidenziare che contestate le accuse alle ore 12,00, venne assegnato il termine di un’ora per le memorie a difesa, che consegnate alle 14,00, con un’ora di ritardo, vennero rigettate dalla Commissione come irricevibili!

 

Oscuro rimane il motivo per il quale l’avvocato Lombardo nominò suo difensore di fiducia il più acerrimo nemico, ovvero l’avvocato Cesare. Questi chiese che venissero ammessi testimoni a discolpa: i Sacerdoti Gaetano Rizzo e Gaetano Palermo, ed altri credibili ed onorati cittadini, confermarono che l’avvocato era estraneo alla rivolta e che anzi al contrario aveva cercato di frenare i tumulti.

 

Dunque la Commissione speciale (in realtà un tribunale misto di guerra) alla fine di un processo sommario, durato meno di quattro ore, emise sentenza in data 9 agosto, nei confronti di 150 persone e condannò a morte Nicolò Lombardo, insieme a Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri, Nunzio Samperi.

 

Si è da taluni sostenuto, anche durante il famoso processo postumo a Bixio, tenutosi a Bronte nel 1987, che Questi non abbia assolutamente fatto pressioni sulla Commissione giudicante per ottenere le “esemplari” condanne a morte. Fatto sta che Bixio il giorno prima della sentenza, ovvero l’8 agosto, indirizza al Maggiore Dezza questa lettera in cui anticipa i contenuti della sentenza:

 

“Sig. Comandante Dezza,

Nuovi tumulti in Regalbuto e minacce in Cesarò. Io vado in carrozza a Regalbuto. Prendete un battaglione e conducetelo in Cesarò, e fatevi intendere a vostro modo, vi unisco il rapporto delle autorità. Domani ritornate voi in Randazzo. Io sarò in Bronte per la fucilazione e poi ci vedremo in Randazzo. Condannati alla pena di morte dalla Commissione:

 

Lombardo Nicolò, capo

Nunzio Sampieri, capo

Nunzio Ciraldo Fraiunco

Nunzio Longhitano Longi

Nunzio Spitaleri Nunno

 

Bronte 8 agosto”

 

E questi furono i condannati a morte: Lombardo e Sampieri come capi dei rivoltosi, gli altri come partecipanti materiali agli omicidi, fra i quali il povero Fraiunco, la cui sola colpa era quella di essere un demente che era andato in giro col tamburo a gridare sciocchezze senza senso, col tricolore in mano.

 

Gli altri imputati vennero rinviati alla Commissione sedente in Messina e pertanto Bixio deportò nella Città dello Stretto, questa “Colonna infame” composta almeno da 150 uomini, che successivamente vennero trasferiti a Catania.

 

La sentenza di morte venne eseguita mediante fucilazione all’alba del 10 agosto. I condannati vennero scortati al piano di S. Vito. In testa l’avvocato Lombardo che procedeva sereno come chi ha coscienza che la giustizia non appartiene a questo mondo: gli altri disperavano.

 

Arrivati sul luogo prescelto per l’esecuzione, un ufficiale lesse ad alta voce la sentenza di morte e ordinò il fuoco. Caddero in quattro come marionette dai fili recisi.

 

Rimase indenne il povero demente Nunzio Ciraldo Fraiunco, che gridava al miracolo: evidentemente i fucilatori, persuasi della sua visibile follia, non avevano mirato al petto. Un gesto di pietà, sentimento che certo non albergava nel cuore del Genovese che, contrariamente all’uso di graziare coloro i quali fossero sopravvissuti alla scarica di fucileria, ordinò che gli venisse tirato il colpo di grazia alla nuca.

 

Stucchevolmente mendaci le parole di Cesare Abba che, nella sua favola “Da Quarto al Volturno”, ci racconta delle lacrime di Bixio a fronte dell’esecuzione. Quello stesso Abba che “vide” le bambine di Partitico danzare una sarabanda infernale, facendo girotondo attorno ai cadaveri squartati dei soldati borbonici di Landi, aggrediti dalle bande di insorti durante la ritirata. 

 

Bixio sapeva  

 

Dalle documentazioni disponibili e dall’epistolario di Bixio, risulta chiaro quanto il genovese fosse in preda ad altre urgenze e che questo favorì la soluzione più facile e “sicura”, quella che gli veniva suggerita dai notabili Brontesi.

 

Risulta sufficientemente provato che Bixio non sia stato “ingannato” sulla natura dei moti di Bronte e quindi sul ruolo che ebbero i condannati. Gli si fece credere che solo la brama di potere avesse ispirato i capi “morali” e materiali della rivolta “controrivoluzionaria”, che avevano utilizzato l’odio di classe per aizzare il popolo contro l’autorità municipale “rivoluzionaria”. Gli si fece credere e finse di credere per convenienza politica.

 

Risultava in quel frangente politicamente più conveniente agire in tal modo sbrigativo, per non correre rischi e passare avanti. La rivolta, pur suscitata dalla non applicazione del Decreto dittatoriale, era “inopportuna e pericolosa” e andava stroncata subito e con crudeltà esemplare perché “Temeva (Bixio) un esito funesto alla spedizione miracolosa, se il resto dell’Isola seguiva l’esempio dei paesi attorno all’Etna” (Sclavo). 

 

Più tardi, ormai al crepuscolo della sua vita, Bixio ripenserà con rammarico alla Sicilia, ripetendo che i contadini di Bronte aspiravano solo alla divisione delle terre che Garibaldi aveva decretata, e che i moti erano spontanei e non controrivoluzionari. Arrivò a dichiarare in Parlamento ed è quanto dire “… che la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borboni, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata dalle altre Province d’Italia …”.

 

A comprendere gli intenti di Bixio ed ancor più i timori politici suoi e di Garibaldi, ci aiuta infine il proclama del 9 agosto, meno noto ma non meno importante:

 

PROCLAMA

IL GENERALE G. NINO BIXIO

AGLI ABITANTI DEI COMUNI DI

Francavilla, Castiglione, Linguaglossa,

Randazzo, Maletto, Bronte, Cesarò, Centorbi e Regalbuto.

La corte di Napoli ha educati una parte di voi al de­litto

ed oggi vi spinge a commetterlo. Una mano Satanica vi dirige all’assassinio, all’incendio, ed al furto, per poi mostrarvi all’Europa e dire — ECCOVI LA SICILIA IN LIBERTÀ.

Volete voi essere segnati a dito, e dei vostri stessi ne­mici messi

al bando della civiltà? Volete voi che il Dittatore sia costretto a prescriverci “STRITOLATE QUEI MALVAGI”

Con noi poche parole: o voi ritornate al pacifico lavoro dei vostri campi e vi tenete tranquilli, o noi in nome della giustizia e

della Patria nostra vi distruggiamo come nemici

della umanità: ci siano intesi.

Bronte 9 agosto 1860

 

Risultano qui evidenti i timori di Garibaldi e di Bixio, che temono una manovra controrivoluzionaria a favore della Corte di Napoli. Altrettanto esplicito è il disinteresse per il vero movente della rivolta, che mette a repentaglio l’impresa, a fronte di altre esigenze considerate prioritarie. Traspare inoltre chiaramente la paura di un intervento straniero che fermi la rivoluzione a Messina. Insomma si profila il concreto timore di una controrivoluzione ed il rischio del fallimento del progetto unitario.

 

Lo stesso Garibaldi non è sicuro della neutralità della Francia ed invero l’unico vascello che profilò d’intervenire contro i garibaldini, che si dirigevano alle Calabrie, era francese. Si ritirò in buon ordine su segnalazione semaforica della flotta inglese.

E poiché la verità spesso fugge dalla bocca del falso, in questo proclama, dato a rivolta sedata, Bixio esplicitamente e di suo pugno ci informa che i rivoltosi erano contadini: “O voi ritornate al pacifico lavoro dei vostri campi e vi tenete tranquilli …” dunque era certo di aver a che fare non con criminali e controrivoluzionari, come si è tentato di definirli, ma con dei contadini che come ben sapeva, non avevano campi a cui ritornare.

 

Anche questo elemento risulta importante per stabilire che la percezione politica che Bixio ebbe degli avvenimenti fu chiara e completa, al contrario di quanto si è concluso nel citato processo postumo, così come fu determinante il suo ruolo nella decisione della Commissione.

 

E se ciò non bastasse ad accertare la piena coscienza di Bixio e di Garibaldi degli avvenimenti, ne è prova conclusiva la lettera che questi indirizza al Governatore di Catania in data 14 agosto da Giardini:

 

“Ho ricevuto or ora il suo foglio n. 2670. Sta bene tutto quello che dice. Ieri ho fatto un passo a Messina dal Dittatore che approva completamente il fatto da noi; ma vuole che le autorità tutte comprendano che anche loro hanno dei doveri da compiere, ed intende che siano responsabili della mancanza di energia mostrata.

Farà studiare la quistione della ripartizione dei beni comunali, accoglierà le domande che siano inoltrate nei modi voluti, reprimerà energicamente chi si avvisi spingere alla violenza, in una parola non s’intende essere il Dittatore di un paese popolato da uomini metà feroci e metà codardi.

 

Io con la mia brigata debbo raggiungere il Quartier Generale e lo farò al più presto: il pensiero di non giungere in tempo mi rende febbricitante. I prigionieri li conduco meco, le commissioni che hanno fatto qualche cosa si renderanno in Messina per riferire all’Auditorato di Guerra.

 

Queste commissioni sono gran parte formate di poltroni, non giunsero in tempo e non ne compresero il valore. Ordini ai Comandante Poulet di recarsi in Randazzo con forze, il paese non è completamente sistemato. Ma noi dobbiamo correre al nostro posto, ognuno prenda il suo e lo tenga.”

 

Alla luce di questi fatti, affermare che “La responsabilità della storica grave ingiustizia ricade esclusivamente sui giudici straordinari che hanno deliberato la sentenza” per assenza di pressioni esplicite del Generale, appare un’ingenuità storico-politica macroscopica, oggettivamente contraddetta dalla lettera al Dezza sopra riportata.

 

I “porcili” liberati  

 

Bixio a Bronte, come in altri frangenti, è sprezzante e non intende lasciare focolai di “barbarie” alle sue spalle. E ancora più chiaro il genovese nel dichiarare di chi fosse la Patria che si costruiva: “o noi in nome della giustizia e della Patria nostra vi distruggiamo come nemici della umanità: ci siamo intesi.”

 

E come considerasse Bixio la Sicilia, rispetto alla sua Patria, risulta chiaro in una lettera da Bronte alla moglie Adelaide: “Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili! Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farli civili”.

 

Altre chiare indicazioni sull’approccio di Bixio all’impresa siciliana, e sulle sue opinioni verso i siciliani, ci pervengono da una lettera da Questi indirizzata al Governatore di Catania il 10 agosto 1860:

 

“Si è eseguita or ora la sentenza della Commissione straordinaria che condannava alla fucilazione. Triste missione per noi venuti a combattere per la libertà!

 

Ieri ho fatto un passo a Regalbuto e Centorbi ed ho fatto occupare Cesarò da un battaglione dei due che trovavasi a Randazzo. Tutti gridano all’armi, ma nessuna delle autorità fa il dover suo. I delegati, i Presidenti dei Municipii ed i Comandanti della Guardia Nazionale hanno bisogno di una lezione di codice militare. Per ora ho dichiarato loro recisamente che non avranno da me un soldato, se prima non provano di essere informati di cosa succede, e di chi muove gli ignoranti. Nel disarmo di Bronte apparvero oltre 350 fucili di uomini che in Sicilia si chiamano Galantuomini, e che noi chiamiamo miserabili vigliacchi. Perchè non si difesero?… Perchè non lo tentarono ?… Tutti disertarono il loro posto gridando aiuto ed i pochi ignoranti e tristi si resero padroni del paese. Non è così che si conducono gli uomini di onore.

 

Io non so comprendere come non si segnino d’infamia tutti questi miserabili, come non si formi un’opinione pubblica che segni a dito i disertori ed i vili, e come i buoni non si accorgano che di questo passo la Sicilia dall’applauso universale diverrà presto oggetto di compassione in Europa. In termini generali la Sicilia non dà soldati, non paga imposte; se delle domande d’impieghi se ne facesse tela, vi sarebbe da coprire l’intera isola.

 

Signor Governatore, dichiaro a Lei che, dato l’esempio di Bronte, io non punirò nessun altro fuorchè i capi delle amministrazioni, i Delegati, i comandanti delle Guardie Nazionali che non sieno al loro posto …”

 

A nulla vale poi cercare di scusare o derubricare la posizione di Bixio, facendo appello al suo “profilo temperamentale” ed alla sua “intolleranza caratterologica”, a meno che non si voglia dubitare delle sue facoltà mentali.

 

Quale fosse il temperamento e l’approccio politico sociale del Generale Bixio, lo si vede ancora nel Proclama del 12 agosto 1860, dato dopo l’esecuzione, prima di ripartire per Messina:

 

“Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti – Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti – Io lascio questa Provincia – i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!… Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone – Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli.

 

Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî – Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto.”

 

Randazzo, 12 agosto 1860.

IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO 

 

Così tra vaghe promesse ed esplicite minacce, Bixio cala un sipario di sangue sui fatti di Bronte e sulla ribellione dei siciliani contro i traditori della “rivoluzione garibaldina”.

 

Epilogo 

 

Tra il 1862 ed il 1863, venne celebrato il processo ad altre centinaia di brontesi coinvolti nella rivolta. Non venne loro applicata l’amnistia concessa da Garibaldi ed alla fine vennero comminati 25 ergastoli e alcuni secoli di carcere duro.

 

La plurisecolare causa con la Ducea venne composta senza a questa arrecare pregiudizio alcuno. 

 

Infine le terre del Demanio comunale di Bronte vennero divise: il popolo ignorante e indigente, venne ancora una volta preso per la gola e vendette per un tozzo di pane quel fazzoletto di terra concimato dal sangue.

 

Subito dopo l’esecuzione del sorteggio degli appezzamenti, circuiti e raggirati da nuovi e vecchi avvoltoi, buona parte dei beneficiari cedette la propria quota per 40 o 50 Lire, dichiarando invece nei contratti anticretici di averne ricevute 300 o 400.

Questo fenomeno di sciacallaggio non si verificò solo a Bronte, ma in tutta l’Isola: la dove i terreni del Demanio comunale vennero di fatto distribuiti, talvolta i baroni li ricomprarono per quattro soldi dai contadini che non avevano neanche il denaro per acquistare le sementi.

 

Dunque il popolo, a Bronte come in altre decine di Comuni, venne nuovamente “legalmente” spogliato ed i terreni spesso andarono ad ingrandire i vecchi feudi, che transitarono indenni, tra le maglie larghe della “rivoluzione garibaldina”, dai gigli borbonici alla croce savoiarda.

 

Lascio doverosamente la conclusione della narrazione alle illuminate parole di Benedetto Radice che rappresentano la più saggia testimonianza del nostro passato e il più prezioso ammonimento per il nostro futuro:

 

“Così ebbe fine questa sanguinosa sommossa, che ira cumulata di generazioni per soprusi e ingiustizie, mal governo del Comune, pochezza di senno e di animo nelle autorità e nei cittadini, discordia e cupidigia di potere in tutti, fruttò al paese tanto sterminio e morte.”

 

Vagano dunque senza posa i fantasmi della storia siciliana ed i morti di Bronte con essi, relegati nel nulla del lato oscuro della Luna e della coscienza nazionale. E la storia sempre sporca di sangue, incontra la verità in quel punto irraggiungibile che è l’orizzonte, su quella linea indistinguibile e sfuggente che continuamente divide la notte dal giorno.