Dopo 17 anni dalla strage di via D’Amelio, l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli fece alcune clamorose rivelazioni ad Annozero sulla trattativa Stato-mafia della quale tribunali, Procure e la Commissione antimafia si occupano da tempo. Martelli fu convocato dai magistrati di Palermo e Caltanissettan per riferire come e quando il giudice Paolo Borsellino ebbe notizia degli incontri tra l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino ed esponenti delle istituzioni.
L’ex Ministro della giustizia Martelli riferì cdi avere saputo da Liliana Ferraro, all’epoca capo degli Affari Penali di via Arenula e braccio destro di Giovanni Falcone, che Borsellino era a conoscenza – grazie alla Ferraro – della decisione di Ciancimino di collaborare con lo Stato in cambio di una copertura politica. Borsellino sarebbe rimasto molto scosso da questa rivelazione perché la sua avversione alla trattativa era nota ed irriducibile. Questo episodio, venuto alla luce dopo tanto tempo, ha gettato sulle indagini una luce nuova, perché il movente dell’eliminazione di Borsellino, potrebbe essere stato proprio questa sua avversione alla trattativa.
L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino ha sempre negato di avere avuto notizia della trattativa. "Desidero far presente – ha dichiarato – che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del Governo all’epoca aveva la legittima rappresentanza: il Capo del Governo, il Ministro dell’Interno o il Ministro della Difesa".
"L’ incontro fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro durante il quale De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche – spiega – si concluse con l’invito rivolto dalla dott.ssa Ferraro all’ufficiale di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini. E’ questa una trattativa?".
Liliana Ferraro è stata ascoltata dalla Commissione nazionale antimafia. La sua deposizione è una ricostruzione puntuale dei fatti, così come li ha vissuti il magistrato, ma anche lo spaccato di un tempo inquieto, ancora oggi indecifrabile.
Vi Proponiamo, pertanto, il testo integrale di quanto riferito da Liliana Ferraro ai parlamentari della Commissione antimafia.
Dalla lettura di tutti gli interventi ho percepito anche il convincimento forte di questa Commissione a rileggere ed approfondire, sotto tutti gli aspetti, le vicende che hanno ferito il Paese nel periodo culminato con le stragi del 1992 e 1993…Comincerò con una premessa, che descrive per sintesi il tipo di lavoro che svolsi per e con il dott. Falcone fin dal 1983. Mi soffermerò poi su alcune vicende accadute durante la costruzione della cosiddetta aula bunker; in seguito tratterò del fallito attentato dell’Addaura e quindi delle stragi del 1992 e del 1993. Infine, cercherò di dare risposta ai quesiti posti in relazione alla cosiddetta “trattativa”e al 41 bis.
Per la parte che mi riguarda e che mi coinvolge maggiormente, penso che sia opportuno ricordare quando comincia la mia collaborazione con il dott. Giovanni Falcone e, subito dopo, con il dott. Paolo Borsellino, il dott. Caponnetto e tutto il pool antimafia di Palermo.
Agli inizi del 1983, l’allora Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati – dott. Adolfo Beria d’Argentine – aveva ottenuto l’impegno del Governo allo stanziamento di fondi in favore degli uffici giudiziari per cominciare a risolvere la situazione di dissesto organizzativo e strutturale, che era diventata insostenibile.
In quel periodo io prestavo servizio presso la Corte di Cassazione, quale magistrato addetto al Massimario. Il Presidente Beria, che conoscevo fin dal mio ingresso in magistratura, mi chiese la disponibilità a tornare al Ministero di Grazia e Giustizia, in posizione di fuori ruolo, per assumere un incarico presso la Direzione generale degli Affari Civili e da quel posto svolgere la funzione di punto di riferimento per gli uffici giudiziari.
La proposta non mi entusiasmò. Ero già stata al Ministero durante il periodo del terrorismo e consideravo conclusa quell’esperienza.
Per la stima e l’affetto che portavo verso il Presidente Beria, che era anche molto convincente, chiesi qualche giorno per riflettere.
Subito dopo pensai di parlare con Giovanni Falcone, che avevo conosciuto in occasione di un convegno organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura verso la fine del 1982. Durante la pausa per la colazione, il dottor Falcone mi aveva descritto la situazione fatiscente dell’Ufficio Istruzione di Palermo, con grave danno per l’attività di competenza. Il tema dell’incontro era quello del contrasto alla criminalità organizzata.
Quando gli dissi il motivo della mia telefonata, mi chiese di non dare subito la risposta e di attendere il giorno successivo perché finiti di adempimenti istruttori che doveva svolgere a Roma, potevamo andare a cena e parlarne con calma.
Durante la cena mi parlò della “lotta alla mafia”, di “Cosa Nostra”, del dovere di liberare il Paese e la Sua Sicilia da questo “cancro” e di tutto quanto si poteva fare avendo i mezzi ed il sostegno dell’Amministrazione centrale.
Ascoltai una descrizione lucida e compiuta del fenomeno, degli strumenti di sostegno indispensabili, dell’opportunità che si era presentata di collaborare con le competenti Autorità di altri Paesi (Stati Uniti, Canada, Germania ).
Mi disse che era già in stretto collegamento con Rudolph Giuliani negli Stati Uniti e con la DEA, anche perché collaborava con lui un giovane dirigente della Polizia di Stato – Gianni De Gennaro – che già da tempo, con l’autorizzazione del Capo della Polizia, aveva avviato uno stretto rapporto anche con la DEA, con l’F.B.I. e con alcuni Giudici di Tribunali chiamati a giudicare in distretti dominati da “Cosa nostra americana”.
Queste le ragioni e le persone che mi convinsero ad accettare di ritornare al Ministero.
Quando feci il primo viaggio a Palermo, dopo aver preso possesso del nuovo Ufficio, agli inizi del mese di aprile del 1983, entrando nella stanza del dott. Giovanni Falcone, vidi che aveva una scrivania di ferro malandata davanti alla quale si trovavano due sedie sgangherate. Una di queste si reggeva perché sostenuta da una pila di fascicoli.
La sicurezza degli uffici dei Magistrati era inesistente. Anzi, la collocazione degli stessi al piano terra, con grandi finestroni dal soffitto al pavimento e collocati nell’ala esterna del palazzo, davanti alla quale passavano tutti, era in definitiva quasi un luogo provocatorio per un attacco ai Magistrati.
Ometto di descrivere tutto quello che riscontrai all’esito della ricognizione.
Cominciò così un’attività assorbente, che si svolgeva tra Palermo e Roma e che in breve tempo portò all’installazione di sistemi di controllo agli ingressi, di vetri blindati agli uffici del piano terra, all’individuazione di un’aera nel cosiddetto “ammezzato”, che, adeguatamente ristrutturata e protetta, diventò la sede di lavoro del “pool antimafia”.
Nel frattempo i Giudici procedevano nelle indagini. Aumentavano le esigenze e cresceva anche la tensione.
Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile, dopo avere parlato con Giovanni Falcone, accettò di collaborare e fu portato in una località segreta in Italia, ove il dott. Falcone si recava, pressoché quotidianamente, per verbalizzare di suo pugno le dichiarazioni.
Non passavano inosservati i suoi continui viaggi e il particolare attivismo dell’Ufficio Istruzione, sicché il Consigliere Caponnetto e tutti i Giudici del pool decisero di accelerare, quanto più possibile, la stesura della sentenza – ordinanza, che fu poi depositata l’8 novembre del 1985.
In proposito vorrei raccontare alla Commissione solo due o tre accadimenti.
In quei mesi sparirono da tutti i negozi di Palermo la carta per le fotocopiatrici, i toners per le stesse e tutto quanto era necessario per la produzione della sentenza – ordinanza.
Questa fu di 8632 pagine raccolte in 22 volumi, oltre a 400.000 pagine di allegati.
La situazione di Palermo e la quantità del materiale da stampare mi costrinsero a chiedere al Ministero del Tesoro, previa autorizzazione del Ministro della Giustizia, di fare stampare l’ordinanza-sentenza dal centro documentazione di quel Ministero, all’epoca dedicato alla stampa dei bollettini dei pagamenti dei dipendenti dello Stato.
Le copie furono portate a Palermo in aereo e la notificazione agli imputati avvenne pressoché contestualmente grazie alla grande collaborazione di alcuni uffici giudiziari, che aderirono alla richiesta di convocare gli ufficiali giudiziari e di consegnare loro i plichi per le notifiche, facendoli poi accompagnare da agenti delle Forze dell’Ordine.
Fu così che furono arrestati 246 dei 475 imputati.
Contemporaneamente un altro Ufficio della Direzione Generale degli Affari Civili era stato sollecitato ad avviare immediatamente l’individuazione del luogo ove celebrare il processo, che, si prevedeva, dovesse essere sufficientemente grande per contenere un numero così elevato di imputati detenuti, di imputati a piede libero, degli avvocati oltre agli uffici di cancelleria. Questa aula doveva anche prevedere la possibilità, per i Giudici della Corte di Assise, di restare a dormire e mangiare, anche per un lungo periodo, al momento di adottare la decisione finale.
Immediatamente il Direttore Generale competente chiese al Ministro della Giustizia di concordare con il Ministro dell’Interno la possibilità di autorizzare il Prefetto di Palermo a fare ricorso alla normativa straordinaria, che consentiva di superare tutti i passaggi previsti dalla legge di contabilità di Stato.
Ottenuta l’autorizzazione dei Ministri competenti, fu convocato immediatamente il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, al quale furono invitati a partecipare anche i Capi degli Uffici Giudiziari e alcuni dei Giudici maggiormente impegnati nel processo. Purtroppo quel giorno un temporale eccezionale impedì l’atterraggio dei voli all’aeroporto di Punta Raisi e conseguentemente il Direttore Generale degli Affari Civili – dott. Peppino Niutta – accompagnato dal Direttore e dai Funzionari dell’Ufficio competente per l’edilizia non riuscirono a raggiungere Palermo.
Io mi trovavo nella città per ragioni del mio Ufficio. Fui rintracciata telefonicamente dal Presidente Niutta, il quale mi disse di trovarsi nello studio del Ministro Mino Martinazzoli e che, considerata la sua impossibilità a raggiungere Palermo, mi delegava a partecipare al predetto Comitato, dandomi tutte le istruzioni di carattere amministrativo.
Subito dopo mi passò il Ministro Martinazzoli, il quale, a sua volta, mi impartì le disposizioni di carattere politico: la costruzione dell’aula doveva essere decisa immediatamente, dovevano essere adottate tutte le procedure per rispettare i tempi necessari dettati dall’Ufficio Istruzione e dovevo garantire la copertura finanziaria dell’opera, in quanto il Governo avrebbe provveduto a stanziare i fondi necessari.
Finì così che anche la costruzione dell’aula restò affidata a me.
Il percorso per l’individuazione del luogo ove costruire l’aula, del modello della stessa, delle misure di sicurezza, del trasporto detenuti e così via, richiederebbe troppo tempo e non credo che possa essere in questo momento di interesse per la Commissione, ma ovviamente sono a disposizione per ogni risposta per quanto mi è dato di ricordare.
Nell’anno 1985, del quale stiamo parlando, vi fu anche la cosiddetta “estate maledetta di Palermo”.
Ai primi di agosto vennero uccisi i Commissari di Polizia Montana e Cassarà, strettissimi collaboratori del pool antimafia.
La situazione di tensione nella città diventò così forte che il Prefetto di Palermo – dott. Finocchiaro – mi pregò di raggiungere immediatamente la città per convincere Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro famiglie ad andar via da Palermo, perché lo stato di tensione faceva dubitare di poter garantire la loro incolumità.
Mi recai dal Consigliere Caponnetto, che era ospitato nella Caserma della Guardia di Finanza, avendo la famiglia a Firenze, il quale mi disse: “porta via Giovanni, Paolo e tutti… vai a dirglielo immediatamente…li chiamerò anche io, ma io non mi muovo di qua perché non si può dare l’immagine della Giustizia che fugge davanti alla mafia”.
Fu così che il giorno dopo – organizzato un trasporto con aerei speciali – giunsero tutti ad Alghero, per poi proseguire in macchina verso Porto Torres, da cui raggiunsero l’Asinara su motovedette delle Forze di Polizia.
Io arrivai all’Asinara il 15 agosto, avendo già ordinato l’approvvigionamento ed il trasporto di scaffali, macchine da scrivere, carta e tutto quanto era necessario.
Lì restarono per circa due mesi, anche se Giovanni volle assolutamente rientrare a Palermo anche solo per un giorno, al fine di partecipare alla commemorazione in occasione dell’anniversario della morte del Consigliere Rocco Chinnici.
Come ho detto, l’ordinanza – sentenza fu depositata l’8 novembre del 1985 e in un Comitato provinciale di pochi giorni dopo fu decisa anche la data di inizio del dibattimento: il 10 febbraio 1986, anche se l’aula non era ancora stata completata.
In concomitanza con lo svolgimento del processo, il pool antimafia continuava ad istruire i cosiddetti maxi bis, maxi ter… ed io proseguivo nella spola tra Roma e Palermo.
Purtroppo l’atmosfera di consenso cominciò piano piano a venir meno e nacquero così quelle che sono state definite le “stagioni del corvo”.
Il 21 giugno 1989, nella villa in località Addaura, dove Giovanni e Francesca Falcone si trovavano in compagnia del Procuratore Generale Svizzero Carla Del Ponte e di due alti funzionari, fu scoperta e fatta “brillare”, per renderla inoffensiva, una borsa sportiva contenente 58 candelotti di esplosivo.
Appresa la notizia, chiamai subito il Giudice Falcone per essere sicura che nulla di grave fosse accaduto a lui, a Francesca e ai suoi ospiti.
Qualche ora dopo cominciai, però, a leggere comunicati di agenzia, che assumevano che il dott. Falcone non era rintracciabile; che non si sapeva molto di questi candelotti fatti brillare anzitempo; fino a leggere, nei giorni successivi, che la bomba forse l’aveva piazzata lui.
Tutte queste voci non mi preoccuparono sotto l’aspetto della sicurezza, in quanto sapevo che il Capo della Polizia Vincenzo Parisi, appreso l’accaduto, aveva inviato immediatamente a Palermo il dott. Gianni De Gennaro, affinché si recasse da Giovanni Falcone e ne garantisse l’incolumità, dormendo con lui in villa.
Due giorni dopo il fallito attentato il dott. Falcone mi telefonò pregandomi di recarmi a Palermo.
All’indomani mattina giunsi all’Ufficio Istruzioni, mi parlò di alcune esigenze di lavoro, con molta calma, quasi che nulla fosse accaduto.
Subito dopo mi illustrò la ragione per la quale mi aveva chiamata a Palermo con urgenza.
Mi spiegò che era sicuro, come ampiamente pubblicato dalla stampa, che il fallito attentato fosse attribuibile a “menti raffinatissime”, ma non aveva ancora ben chiaro l’effettivo contesto di riferimento, e non poteva escludere che un altro attentato, meglio preparato, potesse essere organizzato da lì a poco. Riteneva, pertanto, che la moglie Francesca dovesse accettare l’idea di fermarsi a Palermo e di lasciarlo da solo rientrare la sera all’Addaura, magari anche mostrando qualche dissenso tra loro, in modo da dare l’impressione che lo avesse sollecitato a lasciare quel lavoro così pericoloso. Era convinto che la moglie sarebbe stata molto più al sicuro nella casa di Palermo.
Per quanto riguarda l’attentato all’Addaura le mie conoscenze dei fatti mi portano a condividere quanto già scritto nella relazione del Presidente Pisanu e quanto ribadito dall’Onorevole Martelli nella seduta del 25 ottobre 2010. Posso aggiungere che da quel momento il sentimento di solitudine, di isolamento e di “predestinato ad essere ucciso” diventarono molto più forti nel Giudice Falcone, anche se meno evidenti, ma non per coloro che riuscivano a leggere il suo pensiero oltre lo sguardo fermo ed inespressivo.
Gli anni 1988,1989,1990 sono anni difficilissimi: sono quelli della “stagione del corvo”; della mancata nomina a Consigliere Istruttore in sostituzione del dott. Caponnetto; della protesta di Paolo Borsellino, nel frattempo diventato Procuratore della Repubblica a Marsala, per lo smembrato del pool antimafia di Palermo, portato avanti dal nuovo Consigliere Istruttore Antonino Meli; della vicenda dei “professionisti dell’antimafia”, nata da un equivoco di un’intervista rilasciata da Sciascia; dell’accusa dei “processi nei cassetti”; delle dimissioni del dott. Falcone dall’Ufficio Istruzione di Palermo; della sua mancata elezione a componente del Consiglio Superiore della Magistratura; del suo trasferimento alla Procura di Palermo quale Procuratore Aggiunto.
Nino Caponnetto dichiarò in una intervista televisiva che Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio 1988, quando gli fu rifiutata la nomina a Consigliere Istruttore.
La solitudine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è descritta in modo magistrale nell’articolo “Cent’anni di solitudine” (come il capolavoro di Marquez) di Mario Pirani, pubblicato su “La Repubblica” del 26 maggio 1992, che mi sono permessa di portare.
Questo articolo è riportato alla fine di un volumetto dal titolo “Falcone e Borsellino” (scritto da Gian Maria Monti), che ripercorre le calunnie, gli attacchi e l’odio nei confronti dei Giudici Falcone e Borsellino.
Ho letto in uno dei verbali della Commissione che dal Consiglio Superiore non era ancora pervenuta la memoria presentata dal dott. Giovanni Falcone in relazione alla vicenda delle “carte nei cassetti”. Mi sono permessa di portare una fotocopia del libro appena citato che contiene questa memoria, oltre a raccogliere esposti, decisioni del Consiglio Superiore, articoli di giornali dal 1982 al 26 maggio 1992, dai quali si può comprendere la sofferenza che ha accompagnato i due Magistrati fino alla morte. (All.1)
Quando prese possesso del suo Ufficio alla Procura della Repubblica di Palermo Giovanni Falcone dichiarò la più completa disponibilità a svolgere il suo lavoro in sintonia con il capo dell’Ufficio – Consigliere Piero Giammanco – che gli aveva già assicurato di volergli affidare il coordinamento delle attività antimafia.
Ed infatti un giorno volle che lo accompagnassi ad una colazione con il Procuratore Giammanco e la moglie, affinché il capo dell’Ufficio potesse stringere con me un rapporto di diretta collaborazione, così come era avvenuto con il dott. Caponnetto.
Dopo pochi mesi, tuttavia, la speranza di potere creare una situazione di lavoro compatibile con il Procuratore Giammanco e con alcuni Sostituti di piena fiducia dello stesso, convinsero Giovanni a concludere che il tentativo era fallito e che la sua posizione alla Procura di Palermo era ancora più “stretta” di quella che aveva lasciato all’Ufficio Istruzione del Consigliere Meli.
In questo periodo comprese la sua solitudine e gli fu vicino il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che poi rivendicò anche di essere stato il suggeritore di Martelli per la nomina del dott. Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia.
In verità, per quanto mi risulta, la proposta fu avanzata, come ha detto l’Onorevole Martelli, dal Prof. Giuseppe Di Federico e la circostanza mi consta personalmente in quanto la telefonata a Giovanni, alla quale fa riferimento l’Onorevole nell’audizione davanti a questa Commissione, fu fatta dal dott. Di Federico nel mio ufficio al quarto piano del Ministero di Grazia e Giustizia.
Verso la fine della conversazione, quando Giovanni aveva manifestato il suo assenso, il Prof. Di Federico me lo passò, dicendogli: adesso sarai costretto a prendere lezioni da noi perché non sai niente del Ministero.
L’immissione in possesso avvenne agli inizi del marzo 1991, credo il giorno 8, ma già a partire dal 7/8 febbraio Giovanni aveva preso l’abitudine a venire al Ministero per cominciare a prendere conoscenza delle competenze.
Mi aveva chiesto subito di seguirlo alla Direzione Generale degli Affari Penali come Capo della Segreteria e Vice Direttore Generale. Mi disse anche di pensare a quali colleghi Magistrati potessero essere stimolati ad unirsi a noi per costruire “una squadra”.
Gli proposi subito il collega Giannicola Sinisi, che era stato applicato al mio Ufficio solo da quindici giorni, ma che avevo potuto apprezzare in precedenza, tanto da chiederne l’applicazione al Ministero.
Subito concordammo che era indispensabile ottenere il trasferimento del collega Loris D’Ambrosio, già distaccato al Ministero presso l’Ufficio Legislativo, per affidargli il cosiddetto Ufficio I, vale a dire quello incaricato di predisporre la stesura di ogni innovazione normativa.
Anche il dott. D’Ambrosio accettò.
Qualche tempo dopo il Ministro Martelli comunicò al dott. Falcone che aveva pensato di chiedere alla dott.ssa Livia Pomodoro, all’epoca Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Milano, di assumere l’incarico di Capo Gabinetto.
Io conoscevo molto meglio di Giovanni la dott.ssa Pomodoro, con la quale, fin dal 1971, avevo preso parte alle riunioni dell’ Associazione Nazionale Magistrati e anche agli incontri di studio promossi dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale, diretto da Beria d’Argentine. Inoltre, era stata già al Ministero nella qualità di vice capo di Gabinetto del Ministro Rognoni.
Dissi a Giovanni: benissimo,così anche al Gabinetto abbiamo un punto di riferimento amico.
Cominciò così un periodo lavorativo di grande impegno e che ci portò anche a trascorrere insieme gran parte della giornata.
Il dott. Falcone utilizzò tutte le conoscenze del sistema di contrasto alla criminalità organizzata varato negli Stati Uniti fin dagli anni ’70. Nello stesso Paese aveva insegnato agli agenti e ai giudici come dovevano essere applicate alcune leggi e come si doveva indagare su “cosa nostra”.
Ancora oggi sono numerosissimi gli agenti dell’F.B.I. che ricordano di averlo incontrato e di non averlo più dimenticato.
D’altronde aveva una conoscenza profonda del fenomeno mafioso in tutti i suoi aspetti ed era consapevole degli strumenti e dei metodi indispensabili per contrastare quel tipo di criminalità.
Era, inoltre, come lui amava definirsi, “malato di Stato”, oltre che innamorato della sua Sicilia, della quale avrebbe voluto far emergere soltanto il bello.
Se la Commissione me lo consente vorrei soffermarmi su qualche tratto umano dei Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il primo: timido; ironico; orgoglioso, ma non presuntuoso; molto carismatico; affettuoso, ma troppo timido per dimostrarlo. Il secondo: meno timido, parimenti ironico, ma con più allegria; affatto presuntuoso e anche meno suscettibile. Anche lui molto molto affettuoso.
Persone certamente non comuni, che riuscirono a coinvolgere e motivare altre persone così diverse tra loro.
Lavorammo senza sosta fino al 22 maggio 1992 e furono approvati, in quel periodo, l’istituzione della DIA, della Procura Nazionale Antimafia, delle Procure Distrettuali, la legge sui pentiti e gran parte della normativa antimafia che questa Commissione ben conosce.
Del periodo trascorso al Ministero vorrei ricordare due date significative: il 31 gennaio 1992, quando fu pubblicata la sentenza che confermava la condanna emessa dalla Corte di Appello di Palermo alla fine del cosiddetto maxi uno; e il 12 marzo 1992, quando fu ucciso Salvo Lima.
La sera del 31 gennaio eravamo felici, ma nel profondo dello sguardo di Giovanni, nonostante tutto, c’era un qualcosa di triste. Lo notai e dissi: dobbiamo brindare, abbiamo vinto. Lui rispose: brindiamo sicuramente, ma non abbiamo ancora vinto, anzi!
Poi lui chiamò Pier Luigi Vigna per comunicare la notizia ed io il Consigliere Caponnetto.
Quindi mandai a prendere una bottiglia di champagne ad un bar vicino al Ministero, che arrivò quasi tiepida, scendemmo al secondo piano, dove era l’ufficio di Livia Pomodoro e brindammo tutti assieme alla rottura del mito della invincibilità della mafia.
II 12 marzo, invece, mentre ero negli Stati Uniti con il Sottosegretario alla Giustizia per ragioni di lavoro, mi chiamò Giovanni durante la notte per dirmi: hanno ucciso Lima, adesso può succedere di tutto. Torna appena possibile.
Preparai le valige, attesi il Sottosegretario, gli riferii la vicenda e gli chiesi di consentirmi di rientrare immediatamente in Italia.
Da quel momento Giovanni diventò sempre più teso, convinto che a breve cosa nostra avrebbe ucciso un politico di livello nazionale e successivamente sarebbe stato il suo turno.
Ne parlammo anche la sera del venerdì 22 maggio, l’ultima volta che l’ho vidi vivo.
Il giorno dopo lui partiva per Palermo con Francesca ed io per Milano, per incontrare il Procuratore Generale Catelani.
Mi trovavo a casa della dott.ssa Livia Pomodoro, della quale ero ospite, quando squillò il mio cellulare e ricevetti la notizia che c’era stato un attentato, ma che Giovanni e Francesca erano ancora vivi.
Due secondi dopo mi chiamò Piero Grasso e mi disse piangendo: Liliana…Giovanni è morto.
La dott.ssa Pomodoro ed io raccogliemmo in gran fretta le nostre cose e andammo all’aeroporto per raggiungere Palermo. Mentre stavamo per imbarcarci arrivò una telefonata del Ministro Martelli, che era già sul posto, il quale ci disse: è inutile che venite. Raggiungetemi a Roma nella mia abitazione sull’Appia.
Così facemmo.
Passammo dal Ministero, dove avevamo già fatto radunare il personale di segreteria ed alcuni agenti di custodia, che lasciammo a guardia dell’Ufficio di Giovanni, in attesa del Sostituto Procuratore della Repubblica, che doveva venire ad apporre i sigilli.
Raggiungemmo il Ministro Martelli, il quale ci descrisse lo scempio che quella bomba aveva fatto di Giovanni, Francesca e dei ragazzi della scorta, Rocco Di Cillo, Antonio Montinari e Vito Schifano.
Dopo aver deciso che all’indomani presto saremmo scesi tutti a Palermo, lasciammo l’abitazione del Ministro.
Mentre rientravo nella mia casa squillò il telefono cellulare e sentii la voce del dott. Gianni De Gennaro, all’epoca vice direttore della DIA, che mi chiedeva dove fossi. Gli risposi che avevo appena lasciato l’abitazione del Ministro, ma che, se lui si tratteneva nel suo ufficio, lo avrei raggiunto subito perché non volevo restare da sola.
Rimasi alla DIA fin verso le cinque del mattino.
Non dimenticherò mai il volto di Gianni De Gennaro: gli occhi senza lacrime, ma quasi immobili, più che gelidi.
Parlammo a lungo, ricordando cose del passato, ma soprattutto di quello che si doveva fare per catturare gli assassini di Giovanni Falcone.
Da quel momento cominciò un periodo di grande dolore e di lavoro vorticoso.
Il Ministro Martelli dispose che si traducessero in testi normativi compiuti tutte le proposte già preparate da Giovanni.
Uno di questi provvedimenti fu quello che viene comunemente indicato come “decreto 8 giugno”, data della sua approvazione da parte del Consiglio dei Ministri.
La preparazione del decreto fu molto complessa. Tra gli addetti ai lavori si scontrarono differenti posizioni dottrinarie e giurisprudenziali.
Il Ministro Martelli decise anche di convocare la Commissione per la Riforma del Codice di Procedura Penale presieduta dal Prof. Giandomenico Pisapia e della quale era più che vice, co-Presidente, il Prof. Giovanni Conso, per sottoporre loro la bozza del decreto.
Fu una riunione a dir poco tempestosa. Molti componenti della Commissione abbandonarono i lavori.
Nonostante ciò il Ministro Martelli ed il Ministro Scotti portarono il decreto legge in Consiglio dei Ministri e ne ottennero l’approvazione.
L’ iter legislativo per la conversione dello stesso cominciò immediatamente a rivelare le posizioni contrarie già emerse nella fase preparatoria, ma su questo hanno diffusamente parlato sia l’Onorevole Martelli, che l’Onorevole Scotti.
Ritengo solo doveroso sottolineare che il decreto legge, senza modiche, fu poi approvato, in pochi giorni, da entrambi i rami del Parlamento, subito dopo l’uccisione del Giudice Borsellino.
In quel periodo il Ministro Martelli mi affidò l’incarico di reggente della Direzione Generale degli Affari Penali.
Rimasi nel mio ufficio di Capo della Segreteria, non avendo la forza di andarmi a sedere sulla sedia del Giudice Falcone.
Ovviamente cercammo di fare fronte a tutte le richieste che provenivano dalle Forze di Polizia, dagli Uffici Giudiziari e dagli altri Paesi, anche per le attività di rogatoria, oltre a seguire i lavori parlamentari, senza trascurare le presenze ufficiali nei momenti significativi, quali il trigesimo della morte, la messa di commemorazione al Ministero e l’altra nella Chiesa dei SS. Apostoli.
In quei giorni numerosi erano i Magistrati, gli Avvocati, i Professori Universitari e soprattutto gli appartenenti alle Forze di Polizia, che venivano per manifestare il loro dolore quasi chiedendomi una parola di conforto e di speranza.
Tra i tanti mi pare necessario ricordarne due, che possono essere di interesse per questa Commissione: il Capitano Di Caprio, cosiddetto “Ultimo” e il Capitano De Donno.
Il Capitano Di Caprio mi portò un crest della “CRIMOR”, che ancora conservo, e mi disse che si era fatto destinare a Palermo per cominciare subito le indagini sui responsabili della morte Di Giovanni Falcone.
In un altro giorno venne il Capitano De Donno, che avevo conosciuto in un viaggio tra Roma e Palermo con il dott. Falcone e che sapevo essere stato un collaboratore nelle indagini svolte a Milano dalla dott.ssa Ilda Boccassini nel processo cosiddetto “Duomo Connection”.
Il Capitano De Donno era emozionato come “Ultimo”, se non di più. Mi raccontò che, da quando era andato via il dott. Falcone, i rapporti con la Procura di Palermo erano diventati ancora più difficili. Con la morte di Giovanni evidentemente cadevano anche le speranze di qualche miglioramento.
Anche lui, come Di Caprio, mi disse che da quel momento l’unico obiettivo era quello di catturare gli assassini di Giovanni Falcone.
In proposito mi raccontò che aveva incontrato in aereo, nella tratta Roma/Palermo, il figlio di Vito Ciancimino – Massimo – da lui conosciuto in passato, non so se in occasione dell’arresto del padre. Mi disse che avevano pensato – io intesi lui e i suoi superiori – che, vista la condanna inferta al Vito Ciancimino nel gennaio 1992, valeva forse la pena di tentare di verificare la disponibilità di questi a collaborare con la giustizia.
Aggiunse inoltre che, considerata la statura di Vito Ciancimino, definito “non contiguo, ma aderente a cosa nostra”, forse era opportuno informare il Ministro Martelli, per avere un sostegno politico.
Io risposi che sicuramente avrei informato il Ministro, come peraltro era mia abitudine, ma che loro (intendendo con ciò il Capitano ed il Raggruppamento del quale l’Ufficiale faceva parte) dovevano immediatamente raccordarsi con l’Autorità Giudiziaria, che sola poteva valutare l’utilità di quella iniziativa.
Dissi anche che, per nostra fortuna, alla Procura di Palermo era arrivato il dott. Paolo Borsellino in qualità di Aggiunto.
Era il miglior amico di Giovanni Falcone ed era anche quello che aveva sempre portato avanti con Giovanni tutte le indagini di mafia.
Gli assicurai che anche io avrei parlato con il dott. Borsellino al più presto.
Cosa che feci una domenica – che poi dall’agenda del dott. Borsellino è risultata essere la domenica 28 giugno 1992 – quando lo incontrai, su sua richiesta, all’Aeroporto di Roma proveniente da Bari, in compagnia della moglie Agnese, che dopo la morte di Giovanni tentava di essergli sempre accanto.
Grazie alla Polizia e alle Autorità Aeroportuali ci fu data la possibilità di stare da soli in una saletta. Parlammo di molte cose ed io riferii a Paolo anche il contenuto della visita del Capitano De Donno. Paolo non diede molta importanza a questo fatto e mi disse: ci penso io o me ne occupo io.
Nel tempo che passammo insieme all’Aeroporto, Paolo mi spiegò, prima di tutto, la ragione per la quale mi aveva chiesto di incontrarlo e di andare con lui a Palermo. Voleva parlarmi del caso Mutolo, che so essere a conoscenza già di questa Commissione, perché ne ha già riferito il dott. Pier Luigi Vigna.
Gaspare Mutolo, condannato per reati di mafia, mesi prima aveva chiesto di parlare con il dott. Giovanni Falcone, il quale ritenne utile recarsi per sentirlo, ma in compagnia del dott. Sinisi, svolgendo egli funzioni amministrative.
Il Mutolo dichiarò di essere disponibile a collaborare con la giustizia, ma riteneva di poterlo fare soltanto con il dott. Falcone, come aveva fatto Buscetta. Giovanni gli rispose che questo non era possibile, ma aggiunse che avrebbe avvertito il Ministro ed il Capo della Polizia, sollecitando questi ad affidare l’incarico a Gianni De Gennaro, mentre, per la parte giudiziaria, gli disse di fidarsi completamente del dott. Borsellino. Questa la ragione per la quale Mutolo – come ha già detto il dott. Vigna – si rifiutava di parlare con altri o in presenza di altri.
Il Procuratore Giammanco, come ha già riferito il dott. Vigna, continuava tuttavia a respingere quella richiesta.
Paolo Borsellino mi spiegò che, probabilmente, se la stessa richiesta l’avessi formulata io al Procuratore, considerato il mio ruolo al Ministero e la possibilità che avevo di informare non solo il Ministro Martelli, ma anche il Ministro dell’Interno, forse Giammanco si sarebbe convinto.
Decisi di chiamare immediatamente Palermo da una cabina telefonica nell’atrio dell’aeroporto, in quanto i cellulari non funzionavano, per avvertire il Procuratore Giammanco che il giorno dopo avevo assolutamente bisogno di parlare con lui. Cosa che feci l’indomani mattina, trovando molta resistenza. Al termine di una lunga e vivace conversazione il Procuratore passò ad una risposta più possibilista, ma da adottare qualche giorno dopo, perché aveva in corso, mi disse, una sorta di redistribuzione del lavoro tra i Magistrati della Procura.
Fu in occasione della telefonata dalla cabina dell’aeroporto, che incontrammo alcune persone e l’allora Ministro Andò.
Ritornati nella saletta il dott. Borsellino mi fece altre domande sulle attività di Giovanni nell’ultimo periodo e volle che gli raccontassi ciò che sapevo sulla cosiddetta indagine sugli appalti. Era un rapporto contenente spunti di attività investigativa in relazione ad una rete di appalti in Sicilia, che aveva legami con grandi aziende anche sul Continente e che, a giudizio del ROS, che l’aveva redatto, se adeguatamente sviluppata avrebbe potuto portare all’accertamento delle attività economiche svolte da cosa nostra in Sicilia e nel resto del Paese.
Questo rapporto era arrivato al Ministro Martelli, in plico sigillato, da parte del Procuratore della Repubblica di Palermo. Il Ministro, come era sua abitudine per le questioni che riguardavano l’attività degli uffici giudiziari in materia penale, lo aveva inviato immediatamente al dott. Falcone, il quale era appena partito per Palermo per il fine settimana. Io lo avvertii dell’arrivo del plico ed egli mi pregò di leggerlo per comprendere quale provvedimento la Procura della Repubblica di Palermo stesse chiedendo al Ministero.
Dopo poco tempo, non più di due ore, il dott. Falcone mi richiamò e mi disse di risigillare immediatamente i faldoni pervenuti da Palermo e di predisporre una bozza di lettera, a firma del Ministro, per accompagnare la restituzione degli atti alla Procura. Così facemmo.
Dopo quella domenica all’aeroporto non ho più incontrato di persona il dott. Borsellino, pur avendo con lui dei rapporti telefonici pressoché quotidiani.
L’ho sentito l’ultima volta il sabato 18 luglio in mattinata, allorché mi disse che nella settimana successiva avrebbe trovato comunque il tempo di venirmi a parlare, magari raggiungendomi a casa.
Come ho riferito all’Autorità Giudiziaria, il Capitano De Donno non mi parlò affatto di “trattativa”, né io ebbi percezione alcuna che mi stesse riferendo qualcosa di diverso dal comune tentativo di convincere un appartenente all’organizzazione a collaborare, così come previsto dalle norme sui collaboratori di giustizia.
D’altra parte, a quanto mi è parso di capire dalle notizie riportate dai giornali, il Colonnello Mori raccontava anche ad altri rappresentanti delle istituzioni i tentativi che avevano avviato per indurre Vito Ciancimino a collaborare.
L’Avvocatessa Contri, all’epoca Segretario Generale di Palazzo Chigi, riferisce di aver appreso di queste iniziative sia il 22 luglio 1992, che il 28 dicembre dello stesso anno, quando Ciancimino era ormai detenuto. (All.2)
Per quanto riguarda il colloquio tra me e il Capitano De Donno e la richiesta di questi di informare il Ministro Martelli, la circostanza fu da me interpretata come una sorta di “captatio benevolentie”, considerati i rapporti difficili dei Carabinieri del ROS con lo stesso Ministro.
Quest’ultimo avrebbe voluto che del contrasto alla mafia si occupasse esclusivamente la DIA, struttura da lui creata appositamente a questo fine, che doveva diventare una sorta di FBI sul modello statunitense.
Ovviamente gli altri corpi di Polizia, che nel frattempo avevano istituito lo SCO, il ROS e il GICO, non erano d’accordo e quelli che maggiormente manifestavano il loro dissenso, in tutte le sedi e in tutti i modi, erano proprio i Carabinieri del ROS.
Ricordo che, per cercare di rendere meno conflittuale la situazione, il dott. Falcone chiese al Generale Tavormina – appena nominato Direttore della DIA – di organizzare una colazione con i Carabinieri, alla quale partecipammo anche il dott. Sinisi ed io.
Ho appreso della morte del dott. Borsellino dalla televisione, che avevo acceso per sentire un telegiornale. Rimasi ferma come una statua di sale, poi chiamai il Ministro Martelli attraverso la batteria ed una delle segretarie perché avvertisse tutti, Magistrati, funzionari; e dicesse loro di recarsi al Ministero per eventuali esigenze.
Io stessa vi andai subito, in pochi minuti e a piedi, in quanto abitavo poco distante.
Dopo poco, mi pare di ricordare con un’autovettura inviatami dal Capo della Polizia, mi recai a Ciampino, così come mi era stato chiesto dal Ministro e andammo a Palermo.
A Palermo erano arrivati in Prefettura anche il Ministro dell’Interno Mancino; il Ministro della Difesa Andò; i vertici delle Forze di Polizia; il Capo di Gabinetto del Ministro dell’Interno ed altri che in questo momento non ricordo.
Si tenne una riunione carica non solo di dolore, ma anche di tensione e a tratti di rabbia.
Ho letto nei resoconti che questa situazione è stata già descritta da altri, quindi penso di evitare ulteriori considerazioni.
Merita, invece, un chiarimento la questione del trasferimento dei detenuti.
Il Ministro Martelli propose agli altri Ministri di adottare immediatamente un provvedimento di urgenza, che facesse capire ai boss di cosa nostra che lo Stato non avrebbe avuto alcun cedimento.
Suggerì che quella stessa notte i detenuti per reati di mafia, presenti all’Ucciardone, fossero trasferiti all’isola di Pianosa.
Il Ministro Mancino e il Ministro Andò aderirono subito e impartirono le disposizioni necessarie per far confluire uomini e mezzi a Pianosa e a Palermo, tra cui anche un Ercules, mi pare di ricordare, per il trasporto dei detenuti. (All.3)
A mia volta fui incaricata dal Ministro Martelli, che nel frattempo avvertiva il Presidente del Consiglio, di chiamare il Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, dott. Nicolò Amato, affinché predisponesse ed inviasse via fax al carcere di Palermo l’ordine di trasferimento.
Il Direttore Amato mi rispose che lui non era affatto d’accordo con questa decisione improvvisa, che Pianosa non era pronta e che non riteneva di impartire al Direttore del carcere l’ordine di trasferimento immediato e che in ogni caso era necessario preparare i singoli provvedimenti di applicazione del 41 bis, introdotto dal decreto 8 giugno.
Riferii al Ministro Martelli, il quale richiamò subito il Direttore del Dipartimento, che, ritengo, cominciò a ripetergli le ragioni materiali, logiche e giuridiche che gli impedivano, a suo avviso, di dare quell’ordine.
Il Ministro interruppe bruscamente la conversazione e mi disse: “Scriva lei il decreto…Lo firmo io”.
A quel punto i Ministri, accompagnati da tutte le Autorità presenti, si recarono a casa di Paolo Borsellino per rendere omaggio alla moglie e ai figli.
Io rimasi con un autista, alcune persone della Prefettura che non conoscevo e, se non ricordo male, tra queste la dott.ssa Isabella Giannola.
Poiché effettivamente c’era stata un’interruzione di corrente e nella zona in cui si trovava qualche macchina da scrivere elettrica la corrente mancava, scrissi il provvedimento su una macchina da scrivere manuale, priva di molti tasti e per averne una copia mi pare che utilizzai la carta copiativa.
Mentre scrivevo il provvedimento, avevo pregato la dott.ssa Giannola di cercare, con l’aiuto della batteria, il direttore o il vice direttore del carcere dell’Ucciardone.
Eravamo arrivati alle due e mezza/tre della notte.
Mi pare di ricordare che riuscimmo a rintracciare il vice direttore, che io convocai a Punta Raisi, in quanto, nel frattempo, il Ministro Martelli mi aveva avvertita che stavano andando tutti all’aeroporto ove mi avrebbero attesa.
Infatti, il provvedimento di trasferimento di circa 60 boss dall’Ucciardone fu firmato dal Ministro sul cofano dell’automobile che lo aveva condotto all’aeroporto.
Non so quale sia il “gesto simbolico” al quale fa riferimento l’Avv. Amato nella sua audizione davanti a questa Commissione, perché quella notte a Palermo non vi fu nulla di simbolico, nulla di pubblicitario, ma soltanto dolore, rabbia e senso di impotenza.
D’altra parte il comportamento per così dire distaccato e singolare del dott. Amato non era nuovo.
Tutti ricordano che ai Giudici Falcone e Borsellino furono inviati i conti da pagare per il periodo di permanenza all’Asinara nel 1985. Di questa decisione, assunta dagli Uffici del dott. Amato, anche il Ministro fu informato solo dai giornali, che pubblicarono i legittimi commenti ironici dei Magistrati.
Così come è già emerso in parte, nell’audizione davanti a questa Commissione, che il dott. Amato, lasciato il Dipartimento Penitenziario, cominciò la professione di Avvocato assumendo la difesa di Ciancimino e di Madonia.
L’Avvocato Amato ha precisato che Vito Ciancimino, conosciuto solo in quell’occasione, gli fu presentato dall’Avv. Ghiron e non gli pagò neppure l’onorario.
Vorrei ricordare a questa Commissione che l’Avv. Ghiron, molto legato ai Ciancimino, padre e figlio, è stato condannato in appello, nell’anno 2009, a cinque anni e quattro mesi di reclusione per il reato di riciclaggio.
I provvedimenti di applicazione del 41 bis, sia quelli emessi subito dopo la morte di Borsellino, sia quelli dei giorni successivi, furono predisposti dalla competente Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e di Pena.
Negli incontri che da quel momento in poi si svolsero al Ministero, per affrontare materie di competenza di più Direzioni Generali, la Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena ripeteva spesso che molti provvedimenti di applicazione del 41 bis erano assolutamente ingiustificati ed erronei, conseguenza della fretta e dell’emergenza con la quale erano stati adottati.
Infatti, ricordo che, nel corso di un’audizione avanti alla Commissione Antimafia dell’epoca, presieduta dall’Onorevole Parenti, il Direttore Generale del Dipartimento Penitenziario Adalberto Capriotti, il quale aveva preso il posto dell’Avvocato Nicolò Amato, descrisse tutta la situazione venutasi a creare a seguito dell’applicazione dell’articolo 41 bis.
In particolare, in risposta alle richieste dell’Onorevole Caccavale, affermava: “…dico che, effettivamente, i decreti delegati sono stati 567 e che il guardasigilli fu Martelli. Le ragioni per le quali sono stati delegati le ignoro né sono scritte. Non dico che in quel momento lo Stato abbia perduto la testa, però vi era apprensione per certi territori, dove si diceva che lo Stato aveva perduto la propria forza (ho detto, per esempio, che furono emanati – anche se poi vennero meno – in certe province della Sicilia, nel Catanzarese e, soprattutto, nel Napoletano. Per i provvedimenti subito emessi su delega, scaduti nel novembre del 1993, questo dipartimento provvide ad interessare i consueti organi di polizia per acquisire notizie aggiornate sui singoli nominativi, sotto il profilo sia processuale sia investigativo, allo scopo di proporre all’onorevole ministro l’emissione di provvedimenti di rinnovo nell’ambito della criminalità organizzata. Sulla base degli elementi pervenuti, non si è ritenuto che sussistessero le condizioni per il rinnovo del regime. A questo va aggiunto che verso la fine del 1993 avevo già preso possesso del mio incarico.”…aggiungeva inoltre: “A proposito dei 567 decreti delegati, i segnalatori possono essere anche le direzioni, che a volte hanno importanti notizie. Su quei decreti non ho visto molta trasparenza. Sono stato avvertito. Infatti, attuando un riscontro per un rinnovo o per un’applicazione, ci siamo trovati di fronte a casi che non sono passati, che non dovevano passare e che il ministro ha condiviso. Si trattava di casi non chiari…”.
Per quanto riguarda i provvedimenti in scadenza nel novembre del 1993 mi riporto, inoltre, a quanto affermato dal Prof. Conso: “Nessuno si potrebbe permettere di dire al Ministro se deve rinnovare o non deve rinnovare un provvedimento. Casomai sono io a chiedere un consiglio; ma, se io chiedo un consiglio, devo chiederlo a tutta la scala dei collaboratori, non ad uno solo. Devo rivolgermi anzitutto al capo di Gabinetto, poi al vice capo di Gabinetto, poi al capo del settore penitenziario; allora vado ad imbarcarmi in una cosa senza fine.”
E questa scala gerarchica il Prof. Conso l’ha sempre rispettata, perché anche io conosco il Prof. Conso dal 1971 e con lui condivido ancora un appuntamento almeno una volta all’anno, il 14 di marzo, per commemorare il Presidente Francesco Paolo Bonifacio con la moglie ed un piccolo gruppo di amici nella chiesa dei SS. Apostoli, ove sono conservate le sue ceneri.
Inoltre, nel novembre del 1993, aveva assunto l’incarico di vice capo di Gabinetto il Consigliere Loris D’Ambrosio, già Direttore dell’Ufficio I degli Affari Penali, il quale ben conosceva la materia e tutta la normativa applicabile.
Tornando indietro nel tempo e per una più esauriente risposta ai quesiti già emersi in Commissione, aggiungo che, dopo la morte del dott. Borsellino, l’attività e la stessa vita al Ministero diventarono ancora più frenetiche, anche perché il Ministro Martelli aveva voluto delegare a me l’autorizzazione ai colloqui investigativi, introdotti dal decreto legge 8 giugno.
Come ho dichiarato all’Autorità Giudiziaria, mi pare di ricordare che in un incontro con il Colonnello Mori, non so se accompagnato dal Capitano De Donno, mi si parlò del desiderio di Vito Ciancimino ad ottenere il rilascio del passaporto
Feci presente, come peraltro noto, che la questione non era assolutamente di mia competenza e che mi pareva difficile che l’Autorità Giudiziaria rilasciasse il nulla osta. Successivamente informai il Ministro Martelli di questa conversazione.
Desunsi da questo incontro, ma questa fu una mia opinione, che si era ancora nella fase dei tentativi per convincere il Ciancimino a collaborare.
Nessuna richiesta di colloquio investigativo mi fu presentata dagli Ufficiali del ROS in quel periodo, per la semplice ragione che fino al 19 dicembre 1992, giorno in cui fu arrestato, Vito Ciancimino non era detenuto e viveva nel suo appartamento a Roma, alla Salita San Sebastianello, accanto a Piazza di Spagna.
Peraltro, ricordando quello che in passato mi aveva detto più volte Giovanni Falcone, ritenevo poco probabile, se non impossibile, che il Ciancimino potesse pentirsi e collaborare.
Alla fine del mese di novembre di quello stesso 1992, fu nominato Procuratore della Repubblica di Palermo il dott. Giancarlo Caselli.
Lo chiamai subito, anche per incarico del Ministro, sollecitandolo a prendere possesso immediato, considerata la difficile situazione di Palermo, priva del Capo della Procura Giammanco, che aveva chiesto di essere trasferito pochi giorni dopo la morte di Paolo Borsellino.
Il dott. Caselli mi rispose negativamente, pregandomi di rappresentare al Ministro l’ impossibilità di interrompere il dibattimento contro le Brigate Rosse, credo della colonna Walter Alasia, che egli stava conducendo in quel momento in qualità di Presidente.
E il rifiuto fu confermato anche direttamente al Ministro Martelli, che volle tentare, a sua volta, di convincere il dott. Caselli.
Dopo circa venti giorni, tuttavia, poco prima di Natale, il dott. Caselli mi venne a trovare al Ministero e mi disse che aveva molto riflettuto, aveva sentito i colleghi di Palermo e le Forze di Polizia e, quindi, si era convinto della necessità di recarsi subito in sede.
Mi pregava, pertanto, di informare il Ministro per l’adozione del provvedimento di anticipato possesso, che chiedeva avvenisse subito dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Fu così che il dott. Caselli arrivò a Palermo nello storico giorno in cui i Carabinieri del ROS del Colonnello Mori e della squadra di “Ultimo” arrestarono Totò Riina.
Come tutti sappiamo fu un momento di emozione per l’intero Paese, per l’importanza di Riina e perché questo ci lasciava ulteriormente sperare che avremmo sconfitto cosa nostra.
Restava il dolore per la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma almeno il loro sogno cominciava a realizzarsi.
Una settimana dopo l’arresto di Riina mi fu presentata una richiesta di colloquio investigativo, da parte del Colonnello Mori e dal Capitano De Donno, con Vito Ciancimino mi pare per il giorno 22 gennaio.
Ovviamente la autorizzai, anche se mi lasciò perplessa la data del colloquio, solo sette giorni dopo la cattura di Riina.
Seppi poi che, a partire dalla settimana successiva, ebbero inizio numerosi colloqui investigativi con lo stesso Ciancimino da parte del Procuratore Caselli, del dott. Ingroia, qualche volta di altri Sostituti della Procura, nonché del Colonnello Mori o del Capitano De Donno o di entrambi.
Ovviamente la presenza della Procura della Repubblica di Palermo mi tranquillizzò completamente.
Il racconto minuzioso di questi passaggi mi è sembrato utile per offrire a questa Commissione una descrizione, il più possibile precisa, di un periodo estremamente complesso.
Di queste vicende ho parlato molti anni dopo con il dott. Chelazzi, il quale mi aveva convocata, come persona informata sui fatti, presso la Procura Nazionale Antimafia.
Egli era convinto che il fallito attentato ai Carabinieri allo Stadio Olimpico temporalmente dovesse essere collocato nell’ottobre del 1993.
Il dott. Chelazzi mi pose numerose domande in merito al regime penitenziario, alle competenze e ai provvedimenti adottati da quella Direzione Generale, quesiti a cui non potei fornire risposta, in quanto non di mia competenza.
Su sua richiesta gli indicai, per quanto mi risultava, sia gli Uffici, che le persone addette ai diversi incarichi.
Terminate le domande e mentre i collaboratori stampavano il verbale redatto in forma riassuntiva, con qualche problema derivante dalle stampanti, il dott. Chelazzi mi chiese di tornare indietro con la memoria per ricordare e ricostruire, anche nei dettagli, i periodi tra la strage di Capaci e Via D’Amelio, fino ad arrivare alla fine del 1992.
Una ricostruzione sommaria di quel periodo cominciai a farla mentre veniva stampato il verbale, ma il dott. Chelazzi mi interruppe, dicendomi che mi aveva solo sollecitato a ricordare e che mi avrebbe richiamata successivamente, dovendo prima svolgere alcuni adempimenti istruttori.
Purtroppo la sua prematura scomparsa ha impedito che ciò avvenisse.
Ricordo che mentre parlavamo si aprì la porta e ci salutò il dott. Vigna.
Non so se il dott. Chelazzi avesse un qualche impegno con lui.
Questa è la ricostruzione, il più possibile precisa, tenuto conto dei tanti anni trascorsi, che spero possa essere di aiuto alla Commissione.
Un’ultima considerazione devo aggiungere.
Nei tanti anni trascorsi, da quando cominciai a collaborare con Giovanni Falcone, non trascurai le richieste di mezzi e strutture di altri Uffici Giudiziari, soprattutto di quelli particolarmente impegnati o nel contrasto alla criminalità organizzata o nei processi alle ultime frange delle Brigate Rosse.
Ebbi così occasione di incontrare più volte il Colonnello Mori, in quanto lo stesso, con i suoi uomini, riscuoteva la fiducia degli Uffici Giudiziari maggiormente impegnati nelle investigazioni contro la criminalità organizzata e contro quello che restava delle Brigate Rosse.
Ricordo soltanto alcuni nomi ben noti a questa Commissione: il dott. Caselli e il dott. Maddalena a Torino; la dott.ssa Boccassini a Milano; il dott. Vigna a Firenze; il dott. Mancuso a Napoli ed, infine, gli stessi dott. Falcone e il dott. Borsellino a Palermo.
Anche nel periodo precedente la morte, molto spesso incontravo il Colonnello Mori nei corridoi del quarto piano, in attesa di essere ricevuto dal dott. Falcone.
A metà del 1994 sono andata via dal Ministero perché nominata Consigliere di Stato, anche se, nell’attesa dell’immissione in possesso, il Ministro della Giustizia Biondi, che era succeduto al Ministro Conso nella formazione del I Governo Berlusconi, mi chiese di collaborare, considerati i tempi stretti, alla preparazione della Conferenza transnazionale contro il crimine organizzato, che si tenne a Napoli tra il 21 e il 23 novembre 1994, che io avevo fatto approvare dall’ONU per portare a compimento un’iniziativa avviata dal dott. Falcone in una riunione internazionale a Parigi.
Richiamo questo evento perché, in occasione dell’incontro preparatorio svoltosi a Palermo nel mese di ottobre, con circa 40 Paesi in rappresentanza delle Nazioni Unite, chiesi all’allora Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, di mettere in evidenza l’importanza del trattamento previsto dal 41 bis e la necessità di prevedere lunghi periodi di vigenza dello stesso, tenuto conto che erano sollevate continuamente questioni di legittimità costituzionale.
Il Ministro Maroni mi disse che era già stato informato dal Capo della Polizia Masone e dal Direttore della Criminalpol Gianni De Gennaro.
Aggiunse che, considerata la sede, gli sembrava quella l’occasione per rendere nota la decisione del Governo di mantenere in vigore il richiamato articolo 41 bis.
Fu così che il Ministro della Giustizia Biondi, dell’Interno Maroni ed il Presidente del Consiglio Berlusconi annunciarono la decisione di rendere permanente il 41 bis.(All.4)
Mi sono molto dilungata, ma ho ritenuto ciò doveroso verso i miei amici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ho sempre rifiutato le richieste di scrivere libri su quegli anni.
In questa sede istituzionale mi è sembrato possibile tratteggiare anche qualche ricordo personale dei miei amici e delle idee di Giustizia in nome della quale hanno sacrificato la vita.
Ringrazio per l’attenzione e resto a disposizione per le domande che riterrete opportuno formularmi.
