Giulio Giallombardo

(Azzurra Sichera) La Fondazione Migrantes, titolare del progetto Rapporto Italiani nel Mondo, è da sempre impegnata sul fronte della mobilità umana, fondando il suo operato sul riconoscimento dell’emigrazione quale fenomeno intrinseco nella società italiana.

 

L’invito diffuso alla presentazione del quarto Rapporto Italiani nel Mondo, tenutasi il novembre scorso a Roma, è stato di non considerare l’emigrazione come un fenomeno ancorato al passato sul quale lasciar depositare la polvere, bensì, attraverso la presentazione dei dati emersi dalle rilevazioni territoriali, si è sottolineato come il fenomeno non solo sia fortemente radicato nel presente ma al contempo proteso verso il futuro.

 

Mons. Piergiorgio Saviola, direttore della Fondazione Migrantes, dichiara infatti che bisogna superare il disinteresse nei confronti degli italiani all’estero e che “un impegno conoscitivo ben concepito altro non deve fare se non recuperare il passato e servirsene per meglio comprendere il futuro, senza con questo lasciar intendere che, essendo ormai l’Italia un paese di immigrazione, sia finito il tempo di occuparsi degli italiani nel mondo”.

 

I dati raccolti nel 2009 indicano che i cittadini italiani residenti all’estero sono 3.915.767 quasi quanti sono i cittadini stranieri residenti in Italia, ovvero 3.891.295: un equilibrio non destinato a mantenersi perché gli immigrati in Italia crescono a un ritmo più veloce. La prima regione per numero di emigrati è la Sicilia (646.993) da seguita da Campania (411.512), Lazio (346.067), Calabria (343.010), Puglia (309.964) e Lombardia (291.476). Si conferma una tendenza tuttora ancorata al territorio: il 54,8% degli italiani all’estero viene dal meridione. La rilevazione continua fornendo dati per singole province e addirittura per comuni: Licata, in provincia di Agrigento, con 13.049 iscritti all’Aire, Anagrafe degli Italiani all’Estero, è l’unico comune non capoluogo tra le prime 10 posizioni.

 

Il fenomeno dell’emigrazione negli anni ha modificato le sue caratteristiche principali: oggi si sceglie di andare all’estero da giovani, per formazione e ricerca, per stabilire imprese e con la volontà di integrarsi nella nuova comunità di appartenenza senza rimanere all’interno di un circolo chiuso di connazionali. A cambiare è stata anche la considerazione degli italiani e la valutazione del prodotto made in italy all’estero: cominciando dalla moda, passando per le auto e il cibo, il design e la progettazione, oggi il know how italiano è particolarmente richiesto. Ad esempio sono in attività nel mondo 109 cantieri.

 

Secondo un’indagine dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, le imprese di costruzione nel 2007 hanno fatturato all’estero quasi quanto in Italia (5,5 miliardi di euro rispetto a 6,3 miliardi). Un altro aspetto del fenomeno riguarda le seconde e le terze generazioni nate e cresciute all’estero. Figli e nipoti con doppia cittadinanza, divisi tra presente e memoria, con uno sguardo rivolto alle origini e alla cultura di appartenenza: il 7 marzo scorso sono stati premiati alla notte degli Oscar due esponenti del cinema americano che non hanno dimenticato le proprie radici italiane, Mauro Fiore, calabrese, e Michael Giacchino, cresciuto in New Jersey con nonni abruzzesi e siciliani, i quali hanno ringraziato l’Italia e si sono dimostrati orgogliosi delle loro origini.

 

Ma il problema di fondo rimane sempre lo stesso: quanto è difficile decidere di rientrare nel nostro Paese? Molto spesso quando si è in grado di operare un confronto tra la nostra realtà e quella europea l’attitudine è di rimanere all’estero anche se molti decidono di condividere le competenze acquisite e la formazione appresa con chi è rimasto, puntando all’innovazione e alla crescita di alcuni settori della nostra economia.

 

Ricky Filosa direttore del sito www.italiachiamaitalia.com, un portale di informazione con una sezione interamente dedicata agli italiani residenti all’estero, a tal proposito crede che “se davvero è questo che si vuole, le strade si trovano. Ma, come in ogni cosa, bisogna volerlo con forza, e bisogna armarsi di tanta pazienza: se una persona vale, se ha qualcosa da offrire, saprà trovare il proprio cammino in Italia anche dopo avere vissuto all’estero. Avrà, anzi, più esperienza sulle spalle: esperienza che potrà servirgli molto in Italia, e potrà servire alle persone con le quali collaborerà. Mi sento di consigliare a tutti, in particolare ai giovani, un’esperienza all’estero di almeno un paio d’anni, per capire cosa c’è oltre i confini nazionali, e anche per rendersi conto di quanto sia apprezzata nel mondo la qualità dell’eccellenza italiana”.

 

Il rapporto della Fondazione Migrantes si conclude con una riflessione particolarmente significativa: “L’atteggiamento negativo che tanto afflisse gli italiani all’estero specialmente quando venivano considerati un popolo di criminali, trova un riflesso in quei processi che tendono a fare degli stranieri in Italia un capro espiatorio. L’emigrazione merita di essere studiata con attenzione, non solo per ricordare la storia degli italiani all’estero ed entrare con loro in maggiore sintonia, ma anche per abituarci a convivere fruttuosamente con gli stranieri insediatisi in Italia”.