Roberto Rizzuto

(di Francesco Nuccio) – Il gommone alla deriva nel Canale di Sicilia con cinque eritrei, soccorso ieri dalla Guardia di Finanza al largo di Lampedusa, rischia di innescare un nuovo scontro diplomatico tra l’Italia e Malta dopo la vicenda della Pinar, la nave porta container al centro di un braccio di ferro tra i due Stati che si rifiutavano di accogliere i 142 migranti tratti in salvo dal mercantile turco nell’aprile scorso. Adesso scoppia un nuovo "caso", dai risvolti ancora più sconcertanti. Il gommone era stato infatti "agganciato" il giorno prima da una motovedetta maltese che aveva fornito ai naufraghi il carburante per proseguire verso Lampedusa, rifiutandosi però di soccorrerli. A rivelarlo sono gli stessi profughi, che dopo avere descritto la divisa dell’equipaggio sottolineano: "uno di loro ha acceso il motore, perché non avevamo la forza per farlo, e ci ha indicato la rotta".

 

Gli immigrati dicono di non conoscere la nazionalità del Guardacoste, ma qualche ora dopo la diffusione della notizia sono le stesse Forze Armate maltesi a confermare che una loro motovedetta ha fornito "assistenza secondo gli obblighi internazionali" ai cinque eritrei, pur sottolineando di "non avere influenzato la selezione della destinazione". Un linguaggio burocratico che tenta di nascondere la cruda realtà: cinque naufraghi, allo stremo delle forze, sono stati abbandonati al loro destino, rischiando di fare la stessa fine dei compagni. Gli eritrei sono infatti gli unici superstiti di un gruppo di 78 immigrati partito il 28 luglio scorso dalla Libia. Ma la presenza del gommone, rimasto in balia del mare per diversi giorni, è stata segnalata solo all’alba di ieri dalla autorità maltesi a quelle italiane impegnate nella missione Frontex, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo.

 

Nel fax inviato al Gruppo aeronavale di Messina della Guardia di Finanza, i maltesi informano che un gommone in navigazione, avvistato il giorno prima da un aereo della Frontex, sta per entrare nella zona di competenza italiana per quanto riguarda le operazioni di ricerca e soccorso in mare. Nessun riferimento, invece, all’intervento della motovedetta. Non basta. Al di là del giorno di ritardo della segnalazione, in coincidenza con l’ingresso del battello nelle acque italiane, resta senza risposta un altro interrogativo: da quanti giorni La Valletta stava effettivamente "monitorando" il gommone? Di sicuro qualcuno era a conoscenza di quel vascello fantasma che vagava nel Mediterraneo. Già il 14 agosto scorso, Fortress Europe, l’osservatorio italiano sulle vittime dell’immigrazione, aveva ricevuto una e mail da Malta in cui si chiedevano notizie di "un gommone con 80-85 eritrei a bordo che avrebbe dovuto lasciare le coste libiche intorno al 29 luglio".

 

E c’é anche un altro giallo: Malta ha comunicato ieri sera alle autorità italiane di avere avvistato alcuni cadaveri nel canale di Sicilia, puntualizzando di non averli recuperati "perché si trovavano in acque libiche". Ma anche questa segnalazione è avvenuta in ritardo e solo in seguito al racconto dei cinque superstiti, così come per l’intervento della motovedetta. Dubbi, interrogativi, sospetti che rendono ancora più gelidi i rapporti tra Malta e l’Italia. Anche perché dall’isola dei Cavalieri nelle ultime settimane sarebbero riprese a pieno ritmo le traversate con potenti motoscafi verso la costa ragusana, che dista poco più di un’ora di navigazione. La conferma indiretta di questi sbarchi viene dalla misteriosa scomparsa di un centinaio di immigrati dai centri di detenzione dell’isola e dagli arresti di numerosi clandestini, sorpresi in questi giorni in Italia dopo essere approdati nei mesi scorsi a Malta.