Salvatore Parlagreco

 "Parte del denaro di mio padre, negli anni 70, fu investito in una grossa operazione edilizia realizzata nella periferia di Milano chiamata ‘Milano2′". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, deponendo al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento mafioso. Secondo il testimone l’ex sindaco, convinto a fare l’investimento dagli imprenditori Nino Buscemi e Franco Bonura, inizialmente non era entusiasta del nuovo business, ma poi avrebbe finito per accettare

Ciancimino ha fatto esplicito riferimento, come autorita’ giudiziaria che annullo’ la misura, alla prima sezione della Cassazione all’epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale. E ancora: ‘Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema Ciancimino – ha detto – d’accordo con Bernardo Provenzano, gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentativita’. Sui rapporti con i capimafia, ha ricordato: ‘Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto e’ sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano. Lui e mio padre si conoscevano, anche per rapporti di vicinato, da sempre’.

SISTEMA PER SPARTIRE APPALTI - "Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema Ciancimino.D’accordo con Bernardo Provenzano – ha aggiunto – gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività".

UN BIGLIETTO DI CONDOGLIANZE DA PROVENZANO - "Ricevetti, il giorno della sepoltura di mio padre, nel 2002, un biglietto di condoglianze da parte di Bernardo Provenzano. A darmelo, al cimitero, fu un uomo dei servizi segreti, di nome Franco, con cui mio padre aveva rapporti fin dagli anni ’70”. Il teste ha riferito dei rapporti tra il padre e i servizi segreti e ha raccontato che ad introdurre il sig. Franco, che però il sindaco Ciancimino chiamava Carlo, al padre fu l’ex ministro dell’Interno Franco Restivo.

DIEDI A MIO PADRE PAPELLO RIINA - Consegnai a mio padre il papello con le richieste della mafia allo Stato. A me l’aveva dato, il 29 giugno del ’92, il medico Antonino Cina’, che l’aveva ricevuto da Totò Riina". Lo ha detto, deponendo al processo al generale dei carabineri Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia, il figlio del’ex sindaco mafioso di Palermo Massimo Ciancimino. Secondo Ciancimino il papello, partorito dalla mente di Riina, ma scritto da altri, sarebbe stato la risposta del boss alla proposta fattagli dal Ros dei carabinieri, per il tramite dell’ex sindaco. I militari chiedevano alla mafia la resa incondizionata dei latitanti e Riina – a dire di Ciancimino – replicava con il papello in cui si chiedevano, tra l’altro, benefici per i capimafia detenuti. Secondo l’ex sindaco il papello avrebbe contenuto proposte irricevibili tanto che Ciancimino senior esclamò: "la solita testa di minchia di Riina". "Anche spinto da Bernardo Provenzano mio padre, dopo avere letto il papello di Riina, che giudicava irricevibile dallo Stato, scrisse una serie di controproposte da esibire ai carabinieri con cui aveva intrapreso un dialogo". Il manoscritto che testimoniava la volontà dell’ex sindaco di proseguire la trattativa con le istituzioni, che il farneticante papello di Riina avrebbe invece necessariamente interrotto, sarebbe stato visionato da Provenzano e consegnato al colonnello Mori.

GHEDINI, MILANO 2? CIANCIMINO DIFFAMA, AZIONI LEGALI - "Le dichiarazioni di Ciancimino su Milano Due sono del tutto prive di ogni fondamento fattuale e di ogni logica, e sono smentibili documentalmente in ogni momento": è quanto afferma Niccolò Ghedini, avvocato del premier e parlamentare Pdl in una nota. "Tutti i flussi finanziari di Milano Due, operazione immobiliare che ancor oggi è da considerarsi una delle migliori realizzazioni nel nostro paese – aggiunge Ghedini – sono più che trasparenti e sono stati più volte oggetto di accurati controlli e verifiche. Tutte le risultanze hanno dimostrato la provenienza assolutamente lecita di tutto il denaro impiegato. Argomentare gli asseriti finanziamenti mafiosi è evidentemente diffamatorio, il che – conclude – sarà facilmente comprovabile nelle appropriate sedi giudiziarie".