Su Noureddine Adnane va fatta giustizia. Presto e bene. La verità regala la giustizia e la giustizia una convivenza civile degna di questo nome. Non è solo un caso di ordinaria discriminazione, venato di razzismo, né un “incidente” provocato da vigili troppo sbrigativi e superficiali. C’è dell’altro e deve venire fuori. Non bastano l’indignazione dell’opinione pubblica, le proteste e le manifestazioni di piazza della comunità marocchina, né l’indagine amministrativa, richiesta prontamente dal Presidente del Senato, Renato Schifani.
Noureddine Adnane era esasperato, aveva subito multe e sequestri della merce. Non ne poteva più e quando sono venuti, ancora una volta, per multarlo e, forse, togliergli la merce in vendita, ha minacciato di darsi fuoco con una bottiglia di benzina. Credevano che stesse bluffando, che volesse usare quella minaccia per passarla liscia e non pagare la multa? O ce l’avevano con lui al punto da giudicare quella minaccia di alcuna rilevanza?
Una cosa sembra certa, stando al racconto di parenti ed amici del giovane: Noureddine Adnane ha tenuto in mano la bottiglia di benzina per dieci minuti senza che alcuno alzasse un dito per dissuaderlo o rassicurarlo sulle sanzioni che stava per subire. Forse sarebbe bastato rabbonirlo, promettergli, magari falsamente, di non infierire. Una parola di incoraggiamento, la promessa di indulgenza.
Gli avvocati Papa e Bisagna, che seguono la vicenda per conto della famiglia del marocchino, rivelano di avere raccolto “elementi utili per sospettare che non si sia trattato di un episodio isolato”: il venditore ambulante marocchino sarebbe stato oggetto di particolare attenzione da parte dei vigili urbani?
La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo “per atti relativi”, una formula generica usata nelle fasi preliminari dell’inchiesta. Si ipotizza l’iscrizione nel registro degli indagati di coloro che avrebbero omesso di soccorrere il venditore ambulante o, addirittura, averlo istigato al suicidio. Temiamo che questi addebiti siano difficili da dimostrare e che non siano affatto l’aspetto centrale della vicenda.
Le indagini dovranno rispondere ad alcune domande elementari: quante volte il venditore ambulante marocchino è stato multato, e le sue merci sequestrate? Quante multe e sequestri di merce i vigili urbani hanno compiuto nella zona in cui è stato “perseguito” Noureddine Adnane? Quali omissioni, abusi, illegalità i vigili urbani che hanno perseguito il venditore ambulante hanno rilevato nel corso del loro lavoro quotidiano, in un arco di tempo sufficientemente significativo? In quali aree si svolge il lavoro di sorveglianza dei vigili urbani palermitani e con quali risultati? Quali direttive vengono date ai vigili urbani dagli amministratori e come viene organizzato il lavoro di sorveglianza?
Ci sono zone della città abbandonate a se stesse ed altre oggetto di asfissiante vigilanza, alcune trasgressioni vengono punite severamente e macroscopiche trasgressioni tollerate per anni senza alcun intervento significativo. Se ci sono mele marce le puniremo, annuncia il comandante dei vigili urbani di Palermo, Serafino Di Peri. Consolante, ma insufficiente. Di Peri, e gli amministratori di Palermo, devono spiegare per quale ragione migliaia di venditori ambulanti nostrani possono occupare impunemente e indisturbati arterie di grande traffico, marciapiedi e piazze. E’ vero, la tolleranza è una vecchia storia, non nasce certo oggi ed ha radici antiche e robuste. Si tratta di estirparle.
A due passi dal tribunale di Palermo la città ospita il suk più confuso e turbolento, Corso Finocchiaro Aprile, luogo dell’abuso cronico, insieme a Via Imera e Re Federico. Cinque multe, quante ne ha subite il giovane marocchino, sono state mai comminate nel corso degli anni ai venditori ambulanti che in Via Imera “chiudono” praticamente il traffico da tempo immemorabile?
Non si tratta solo di abbandono e cattiva amministrazione, i problemi consueti di ogni metropoli. Potrebbe esserci altro. La Procura deve vederci chiaro. Quali direttive, difficoltà o altro impediscono all’amministrazione di sorvegliare con eguale attenzione la città e limitare gli abusi? Che cosa vieta di perseguire l’abuso in alcune arterie, quartieri, marciapiedi e che cosa consiglia una vigilanza assidua altrove?
Il marocchino non aveva alcun “mammasantissima” in grado di tutelarlo? Il suo lavoro disturbava qualcuno? Aveva regolare licenza e permesso di soggiorno: che cosa gli mancava, il nulla osta del boss?
O aveva mancato di rispetto a qualcuno?
Il commercio a Palermo si svolge sui marciapiedi e sulle strade, oltre che nei negozi. Il numero dei venditori ambulanti è impressionante. Spuntano come funghi, talvolta arrivano con mezzi enormi, si piazzano in mezzo alla carreggiata e non si spostano per anni, talvolta invece portano con sé quattro gabbiette di frutta e le depositano sul marciapiede. Sono ambulanti stanziali, un ossimoro concreto e visibile. Si tratta di un giro di affari importante che, stando all’evidenza, non viene regolato né sorvegliato convenientemente.
E’ possibile, dunque, che sia “regolato” e “sorvegliato” da chi ha “autorità” per farlo, che il territorio sia gestito in modo diligente, e che gli interventi “pubblici” rispettino la gestione privata del territorio.
Perché mai i boss locali dovrebbero disinteressarsi del commercio “ambulante”? Pare che in passato si siano interessati anche al parcheggio abusivo. Interrogativi legittimi, perché Noureddine Adnane è stato “inseguito” e perseguito in una città abbandonata a se stessa. Liquidare la sua atroce morte con il “razzismo” e l’insensibilità di due vigili, o con l’esasperazione di un giovane in difficoltà economiche sarebbe profondamente ingiusto.
Stavolta non bisogna solo aprire gli occhi, ma sgranarli.
