(essepì) Negli anni novanta i processi di piazza sostituirono quelli che si celebravano nelle aule dei tribunali. I giornali, i network televisivi raccontavano tutto ciò che arrivava dalle Procure, ne discutevano, analizzavano i casi. L’opinione pubblica si faceva un’idea dei fatti senza sapere nulla dei fatti. E quando arrivava l’ora del processo, non importava niente a nessuno di come sarebbe finito. Tutto era stato “consumato” mediaticamente.
Quella stagione è finita, con le sue luci e le sue ombre. Classe politica corrotta, facile da sbattere in prima pagina, e meritevole in molti casi, di sanzioni, ma anche gogna mediatica, livelli di garantismo spudoratamente bassi. E furori giustizialisti intollerabili per uno Stato di diritto.
Ora sono tornati di quel tempo gli agguati, gli attentati, i rapporti fra la politica e le mafie. E con essi la gestione dei collaboratori di giustizia, il rapporto fra giustizia e informazione, i processi di piazza, sebbene le Procure abbiano in grande considerazione la riservatezza, le garanzie per i sospetti e per gli imputati.
L’avvocato Salvatore Ferrara è tra i maggiori esperti di diritto di cronaca. È civilista, si è occupato prevalentemente di informazione e lesione dei diritti della personalità, reputazione e immagine.
Avvocato, partiamo da un fatto di cronaca che ci sembra emblematico: il video hard con il quale ci sarebbe stato un tentativo di ricattare Alessandra Mussolini e Roberto Fiore. I due parlamentari sono finiti sulle prime pagine, il video non c’è, nessuno l’ha visto, a parte il presunto ricattatore. Ma i protagonisti della vicenda hanno ricevuto un danno d’immagine.
L’interesse pubblico per una “scopata”, ammesso che ci sia stata, non c’è. Quindi si è leso un diritto.
Il Giornale ha dato grande risalto all’episodio. Un non-fatto, che produce una notizia.
Feltri attua una strategia, l’effetto paradosso. Vuole attribuire questa deriva mediatica alle informazioni che hanno colpito il presidente del Consiglio sulle sue presunte attitudini.
Ma la prima a parlare di questa attitudine è stata la moglie del Premier, Veronica Lario, il fatto c’era…
Nel caso Mussolini-Fiore c’è un difetto dell’interesse pubblico, uno dei requisiti essenziali perché sia riconosciuto il diritto all’informazione. Interesse pubblico, verità e continenza della forma. C’è stata una sollecitazione alla morbosità da parte dei media. Beninteso, al diritto di essere informati corrisponde il dovere di informare. Quello di informare è un dovere speculare a quello dei cittadini di essere informati. Ma per il caso Mussolini. Per il caso Mussolini si è giocato sull’effetto paradosso. Non solo per la Mussolini, anche per Boffo, Marrazzo e Fini…Avete messo in piazza la vita privata del Cavaliere, ora vi faccio capire che cosa significa intraprendere una strada simile.
Insomma, così non si salva nessuno
Esatto non si salva nessuno..
Come si può tutelare un personaggio pubblico?
La tutela è attenuata proprio dal fatto di essere un personaggio pubblico, che fa notizia. Chi ha successo mette nel conto l’aspirazione della gente di sapere. Alcuni aspetti della vita privata, tuttavia, vano salvaguardati, se non hanno riflesso sulle funzioni pubbliche. In questo caso non rivestono interesse pubblico.
Il confine è sottile.
Si lo è, ma c’è il rischio di compiacere istinti voyeristici, come spiare dal buco della serratura. Il Paese ha bisogno di ben altro.
Sarà il segno dei tempi, ma i costumi sono cambiati.
C’è un livellamento al basso dei media. Spesso sollecitano istinti più mediocri, la pancia piuttosto che una coscienza critica. E questo avvantaggia chi detiene il potere, abbassa il controllo sull’attività politica, su ciò che conta. Come se fosse una cortina fumogena.
La privacy è diventata indifendibile.
No, è difendibile. Ho ottenuto che fosse dato conto e ragione a un mio cliente. Le racconto un episodio che ho vissuto professionalmente. Un ingegnere nucleare siciliano è stato inserito in un’ordinanza di custodia cautelare a carico di un soggetto. Un quotidiano l’ha descritto come elemento di spicco delle cosche bagheresi per via del fatto che il padre conosceva l’arrestato. Ma sia il padre che l’ingegnere erano incensurati e non avevano nulla a che fare con le cosche. Il giornalista ha letto frettolosamente l’ordinanza ed ha fatto dell’ingegnere un colluso. Quando si va oltre la cronaca giudiziaria per sconfinare nella diffamazione?
Quando si presentano le indagini in termini di verità accertata e non già come ipotesi accusatorie ovvero si accostano persone del tutto estranee alle indagini. Occorre stigmatizzare il fenomeno sempre più frequente dell’inserimento di atti giudiziari di persone estranee alle inchieste. A volte la diffamazione avviene anche attraverso subdoli espedienti come un accostamento fotografico suggestionante.
Quando si ricoprono incarichi istituzionali che succede?
Se passa il principio che basta scandagliare la vita privata per tirare fuori la notizia, c’è il rischio di un gioco al massacro. Si perde di vista il bene comune. Diventa molto pericoloso specie quando non è chiara la regia che diffonde le notizie. Il caso Marrazzo non nasce per caso. C’è un “sistema”, una regia che controlla le notizie e le usa al momento opportuno. È inquietante questo controllo delle debolezze private.
Come si esce da questo tunnel?
C’è un’emergenza educativa.
Berlusconi sarebbe un educatore?
Secondo me, potrebbe essere rimasto vittima della concezione edonistica che ha contribuito a creare.
La legge del contrappasso.
No, semmai è figlio del secolo. E siccome ha avuto più influenza della gente comune sugli eventi, allora…
Gli avvocati ci vanno a nozze con questa deriva.
La domanda è cattiva. Il contenzioso è cresciuto, e con esso i danni che provoca. Occorre selezionare le cause, ricorrere alla giustizia quando è necessario. Troppe cause pretestuose. Per quanto mi riguarda sono selettivo.
I collaboratori di giustizia. Sono un problema per la reputazione di “terzi”?
Sono uno strumento fondamentale, il loro contributo è essenziale. Ciò su cui bisogna riflettere è la ribalta mediatica che è loro concessa laddove parlano de relato e in maniera in conferente, cioè non collegata all’oggetto dell’inchiesta. Se si sposa la tesi che è sufficiente l’avvio di una indagine per descrivere una persona come un soggetto delinquente o almeno opaco da un punto di vista morale è chiaro che si incoraggiano fenomeni di depistaggio. Gli effetti prevedibili e devastanti del clamore mediatico possono indurre soggetti torbidi a strumentalizzare il lavoro dei magistrati costruendo delle notitiae criminis ad hoc al solo scopo di eliminare un concorrente o un soggetto politico scomodo che magari non si è piegato a certe richieste.
Dovremmo allora tacere delle indagini?
Sarebbe sufficiente riferire delle inchieste in termini problematici, ricordando il carattere ipotetico delle accuse. Sarebbe sufficiente rispettare il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. È la stessa Carta dei doveri del giornalista ad affermarlo, prima ancora delle numerose sentenze.
Tentiamo un bilancio sul rapporto tra giustizia e mass-media.
Dopo Tangentopoli la cronaca giudiziaria ha accentuato alcune caratteristiche che l’hanno portata in alcuni casi a superare la funzione di mera informazione per sposare una linea di sostegno militante alle inchieste in chiave colpevolista. È il fenomeno del circuito mediatico-giudiziario che ha introdotto nel nostro paese una mentalità giustizialista estranea alla nostra cultura. Infatti né destra liberale, né la sinistra socialista né ancor più la cultura cattolica con- tengono al loro interno i germi del giustizialismo.
L’effetto perverso di tale fenomeno consiste fondamentalmente nell’anticipare nell’opinione pubblica gli effetti di una sentenza di condanna che magari, nella maggior parte dei casi, non arriverà mai. In questo caso la lentezza del processo e la velocità della notizia possono spezzare una vita, una carriera in modo definitivo. Per questo il primo Presidente della Corte di cassazione, Carbone, l’Autorità delle Comunicazioni Calabrò e persino il Presidente Napolitano hanno recente- mente stigmatizzato gli effetti dei processi mediatici. Inutile dire che i danni di una impostazione del genere possono essere letali per la persona vittima della gogna mediatica. Si pensi ad un politico, a un imprenditore o a un magistrato sottoposti ad indagine, che vengono delegittimati moralmente con titoli a caratteri cubitali.
