C’è qualcosa d’inquietante nell’ultimo delitto di mafia a Palermo. Un tuffo nel passato, secondo alcuni per le modalità con cui è stato eseguito, la voglia di mostrare lo scempio del cadavere: rinchiuso nel bagagliaio di una vettura rubata, incaprettato, seminudo, legato con un fil di ferro. Davide Romano, la vittima, 34 anni, non era un quaquaraqua. Aveva temperamento, incuteva rispetto per sé e perché era figlio di Gian Battista Romano, un boss di rilievo, ammazzato e sciolto nell’acido nel 1995 per ordine di Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, e Vittorio Mangano, boss della famiglia di Porta Nuova ed ex stalliere di Silvio Berlusconi ad Arcore. L’esecuzione fu ordinata dalla “famiglia” stragista, ancora vincente, guidata con pugno di ferro da Leoluca Bagarella, successore di Totò u’ curtu, e dal personaggio più enigmatico della mafia siciliana negli anni Novanta per le sue relazioni con il mondo politico (sarebbe stato Marcello Dell’Utri a volerlo ad Arcore per “proteggere” la famiglia Berlusconi, ma Dell’Utri e Berlusconi lo negano).
Fra le famiglie del Borgo e quella di Porta Nuova non c’è stata partita finché Riina teneva lo scettro del comando, ma non tutto stava al proprio posto. E pare che a sgarrare fosse Giambattista, il padre di Davide, che aveva in carico il traffico di stupefacenti.
Dall’uccisione di Romano padre a quella di Davide ci sono stati altri episodi che hanno tenuto in caldo la guerra, e a perdere sono stati i Romano in modo inequivocabile anche se qualcuno lo nega, ritenendo che il delitto non rimarrà “impunito” (e chi lo crede non ha certo in testa la punizione della legge).
Chi teme una nuova sanguinosa guerra fra famiglie rivali, fa due ipotesi: la faida, una striscia di vendette, oppure la partita per la supremazia territoriale nel mercato della droga. Ma potrebbero essere entrambi i moventi ad armare i boss e farli uscire dal “silenzio” che si erano imposti per un periodo sufficientemente lungo, stando alla storia recente, dopo l’ultima retata messa a segno dalle forze dell’ordine e dalla Procura di Palermo, che ha lavorato alla grande nel capoluogo.
Sono sopravvissuti i più forti e meno “compromessi”, forse i più ammanicati: buone relazioni, una navigazione indisturbata nella zona grigia. Gangsterismo all’americana, dunque, e un ambiente adatto per investire con buoni risultati i ricavi nelle attività “pulite”. Niente di nuovo, perciò. Anzi, la voglia di dare visibilità alle vecchie consuetudini che facevano grande la vecchia mafia con le sue sanzioni esemplari nell’esecuzione della pena.
Perché si è passati da una presenza sotto traccia ed attenta a non fare “rumore” alla “esibizione” della forza, all’intimidazione ambientale? Il corpo martoriato di Davide Romano, ed il suo ritrovamento, sono un messaggio inequivocabile. Il modo giusto per fare sapere a chi di dovere che a comandare sono loro e chi si mette di traverso rischia una brutta fine.
A questo punto la spettacolarizzazione del delitto diventa un indizio per risalire ai mandanti ed agli esecutori. Una pista che può portare in alto e più lontano. Scandagliando la storia degli ultimi mesi, ci si imbatte nell’episodio più eclatante, l’uccisione dell’avvocato (e parlamentare) palermitano Enzo Fragalà. Non fu un delitto qualsiasi, non tanto e non solo perché la vittima era uno dei personaggi più in vista di Palermo, un “principe” del foro ed un uomo politico di successo, ma perché la sua uccisione fu spettacolarizzata. C’è chi non la pensa in questo modo e ritiene che sia stata una punizione “a caldo” sancita da chi ha ritenuto di avere ricevuto un torto dall’avvocato, che Fragalà sia stato bastonato a morte perché l’assassino non era aduso alle armi o che abbia voluto depistare gli inquirenti. Ma quella morte atroce, quel delitto eseguito con tanta ferocia e audacia (a pochi passi dal Palazzo di Giustizia), rimane anch’esso un messaggio di forza e d’intimidazione, giusto come quello di Davide Romano.
Non si tratta di stabilire un legame fra i due delitti, non c’è motivo per farlo, ma le modalità di entrambi i crimini indicano che potrebbero provenire dallo stesso ambiente, perché quel ritorno all’antico è il loro segno.
I nemici dei Romano nella faida in corso, sono eredi della famiglia stragista? Hanno moventi multipli, su questo non ci piove. Ammazzando Davide Romano e mostrandone il cadavere martoriato hanno marcato il territorio e imposto la loro legge. Si tratta di vedere se a scatenare la guerra sia il controllo del traffico degli stupefacenti e solo questo. Potrebbe esserci altro, molto altro. Al punto da condurre agli assassini di Enzo Fragalà? E’ troppo, forse, ma al loro ambiente sì.
