(essepì) Chi è Massimo Ciancimino? Un ciarlatano, un fanfarone, un incosciente? Un pupo nelle mani di chi lo gestisce? Un calcolatore pericoloso che sta costruendo il suo teorema allo scopo di affossare una parte politica e avvantaggiarne un’altra? E quale parte politica vorrebbe affossare, quella che governa con Silvio Berlusconi e i suoi, o l’altra, che sta all’opposizione? Ed ancora. Perché mai tira fuori dal cilindro nomi ed episodi che stanno mascariando ufficiali dei carabinieri, uomini dei servizi, magistrati con tanta determinazione da far pensare che abbia obiettivi ben precisi e stia agendo su mandato?
Fermiamoci qui. Le domande su Ciancimino jr potrebbero essere tante da non poterle contenere in un saggio. E ad ogni quesito occorrerebbe mettere in fila le risposte possibili, le ipotesi più probabili, i sospetti più acuti.
Proviamo ad affrontare il mistero, o a diradarlo, per quanto possibile,facendo un ragionamento pacato e molto elementare. Quelli che non gli credono stanno nella maggioranza di governo e nell’opposizione, fra le forze dell’ordine e fra i magistrati; del pari, coloro che lo ritengono affidabile sono schierati nelle due aree politiche e fra i servitori dello Stato.
Ognuno infatti dà un’interpretazione diversa delle sue rivelazioni.
A grandi linee, possiamo dire che – partendo da una considerazione negativa – la maggioranza di governo le giudica semplicemente folli, prive di senso, fallaci, false e quanto di paggio si può affermare sulle parole di qualcuno; l’opposizione e gli scettici li considerano una sofisticata maniera per delegittimare i pentiti e quindi salvaguardare l’attuale assetto politico. Insomma, per alcuni Massimo Ciancimino lavora per conto di Berlusconi ed i suoi, che trarrebbero vantaggio dalle frottole conclamate che sta riferendo. Quando si scoprirà che è tutta una buggeratura, l’effetto sarebbe devastante: ciò che di vero i collaboratori di giustizia hanno finora riferito, verrebbe trascinato nel fango delle bugie del figlio di don Vito.
Ma ci sono quelli che gli credono. A cominciare dai pm che l’hanno interrogato e chiamato a deporre. Sarebbero loro a “gestirlo”, come pretende Marcello Dell’Utri, che vede la Procura di Palermo come la principale causa dei suoi mali, ed a suscitargli ricordi fallaci.
Confutando le contraddizioni in cui Massimo Ciancimino è caduto per le cose dette in passato, assai diverse da quelle denunciate oggi, gli assertori delle verità cianciminiane, fanno notare che il “nuovo” Ciancimino esiste perché in passato coloro che lo hanno interrogato non gli hanno fatto le domande giuste. No ha detto nulla del legame fra Forza Italia e la mafia perché nessuno gli ha posto quesiti sull’argomento. Se gli avessero chiesto informazioni, le avrebbe date. Ma questa versione dei fatti non appare lineare. Nemmeno il “nuovo” Ciancimino ha risposto alle domande dei magistrati. Nel 2007 ha rilasciato una intervista al settimanale Panorama, edito da Mondadori, cioè Berlusconi, secondo la quale lo Stato trattò con la mafia, suo padre svolse un ruolo di mediazione, e parlò del papello ormai celebre, il documento che avrebbe dovuto sancire l’accordo proprio a ridosso delle stragi Falcone e Borsellino.
Fu questa intervista a suscitare l’interesse dei pm e a provocare le deposizioni che hanno condotto il figlio di don Vito alle udienze del processo Mori. Non ci sarebbe perciò alcun cambio di atteggiamento.
Il ragionamento fila, ma fino a un certo punto. Se Ciancimino non riferì niente di ciò che sapeva perché i magistrati non gli chiesero niente, perché mai ai giornalisti raccontò una parte della verità che conosceva? Possibile che abbia mantenuto il silenzio per mancanza di sollecitazioni ed abbia “cantato” al cospetto del primo giornalista che gli capitasse davanti?
La tesi, dunque, non sta in piedi.
La verità è che Massimo Ciancimino ha cominciato a parlare quando si è cominciato a lavorare per arrivare al patrimonio paterno, del quale si sa poco o nulla, anche perché di esso – con don Vito vivente – non si è interessato nessuno. Un enigma, visto che lo sapevano tutti che l’ex sindaco di Palermo qualche soldo da parte l’aveva messo.
Se c’è dunque una linea Maginot nell’atteggiamento di Ciancimino jr, è proprio la caccia al suo patrimonio. Perché farsi domande sulle contraddizioni, sui silenzi, sulle omissioni, quando è chiaro come la luce del sole che l’interesse di Massimo Ciancimino a difendersi attaccando e concedendo qualcosa ai pm è legata al patrimonio da salvare. E questo non significa necessariamente che sia stato gestito, sia stato oggetto di uno scambio di favori, ma che avesse interesse a diventare un collaboratore di giustizia e regalare quindi le sue verità.
Che si tratti di verità “vere” è altra storia. Occorrono verifiche, animo sgombro da pregiudizi, indagini serie e trasparenti e grande rispetto per il lavoro degli investigatori.
Tutti dovrebbero avere interesse che venga a galla la realtà, sia quelli che subiscono le rivelazioni di Ciancimino, e le giudicano false, quanto quelli che sono preoccupati dell’effetto boomerang che le bugie potrebbero avere nell’accertamento dei fatti.
Il fuoco di sbarramento di queste ore tradisce preoccupazioni in tutte le aree politiche. Nessuno sa dove si andrà a parare con i racconti di Ciancimino jr. Se Forza Italia fosse davvero il terminale della trattativa della mafia con lo Stato, dovremmo ripensare gli ultimi venti anni come una congiura ai danni degli italiani, ed ai suoi governanti come degli infiltrati di Cosa nostra o quasi. Se dovessimo sospettare che i processi e le rivelazioni di massimo fossero il frutto di una trattativa con i pm, dovremmo ripensare invece il ruolo avuto da Tangentopoli ad oggi, della magistratura inquirente.
Disporsi all’attesa dell’esito dei processi con uno sguardo attento e scevro da pregiudizi, è forse l’atteggiamento giusto.
