Ignazio Panzica

La Procura della Repubblica di Palermo, torna ad indagare su l’ing. Francesco Paolo Alamia, (da Villabate) costruttore, immobiliarista, e già finanziere a cavallo degli anni ‘70/80. Già definito più di venti anni fa dai tribunali di mezza Italia, “soggetto fiduciario” per nome e per conto di Vito Ciancimino. L’ipotesi accusatoria odierna dei PM è, ancora una volta, quella di associazione mafiosa, ai sensi del 416bis.

 

Ma Alamia, stavolta, rispetto al passato giudiziario, torna nell’occhio del ciclone giungendoci da due sentieri imprevedibili e singolari. Per quello giudiziario: tramite l’inchiesta dei procuratori G. Paci e F. Del Bene sulla scomparsa dell’imprenditore edile Antonio Majorana e del figlio Stefano. Per quello investigativo: in base alle ultime dichiarazioni ai PM di Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, che per circa quaranta anni fu l’esclusivo “fiduciario finanziario” del miliardario sistema affaristico-mafioso dei “corleonesi”.

 

Siamo di fronte a due novità sorprendenti, che segnalano, al di là di ogni ragionevole dubbio, due cose: A) che “il sistema affaristico e di potere Ciancimino” sarebbe riuscito a sopravvivere indenne sino ad oggi – secondo le risultanze investigative – perché sotto l’occhio vigile, appunto, del tradizionale “fiduciario” F.P.Alamia; B) che colui che dovrebbe essere il “naturale” erede di questo “sistema”, Massimo Ciancimino il figlio,comunque con questo sistema avrebbe già rotto da qualche anno. Perché? Si potrebbe rispondere: per una sua personale nuova scelta di vita, o per sopravvivere lui stesso alla sua, maledetta, “eredità cognomica”; poco importa.

 

Il fatto è che tirando in ballo F.P: Alamia, stavolta Massimo Ciancimino ha , concretamente, “saltato il fosso”. Nulla, adesso, sarà più. per lui, come prima. Non ha confermato teoremi triti e ritriti, non ha riscontrato sospetti più o meno diffusi, non ha parlato inguaiando “altri”, ma ha parlato dell’uomo di cui suo padre si fidava ciecamente. Stavolta, Ciancimino junior avrebbe morso la carne viva “del presunto tessuto connettivo dei corleonesi” proiettati su Palermo.

 

Di più – ad ascoltare le ammissioni a mezza bocca degli 007 antimafia – F.P. Alamia sarebbe l’uomo che ancor oggi (!?) terrebbe in piedi il “sistema Ciancimino”, addirittura stendendo una attenta rete di condizionamento in strategici assessorati del Comune di Palermo. Riuscirebbe, persino, a condizionare taluni ambienti politici non di secondaria importanza. Solo alcune settimane fa, l’ex Sindaco di Palermo Leoluca Orlando era partito lancia in resta contro Cammarata, denunciando un suo antico rapporto di frequentazione con Alamia: “Basta con questa oleografia del sindaco-tennista, apparentemente sprovveduto e bonaccione, siamo di fronte ad un soggetto cosciente di ciò che fa, determinato ed esperto, che per sei anni, dal 1988 in poi, è stato sindaco della “società edile Gecos srl”. Impresa dell’ing. Francesco Paolo Alamia, da Villabate”.

 

A questo punto, è il caso di rammentare ai lettori chi sia F.P. Alamia, rileggendo in particolare la sua storia giudiziaria. È indimenticabile la scenetta che, all’inizio degli anni 80, recitava ogni tanto Vito Ciancimino, quando con evidente sarcasmo, sventolava davanti agli occhi del suo occasionale interlocutore, una copia del contratto di assunzione quale consulente dell’ingegnere, e allora finanziere internazionale, di Villabate. F.P. Alamia è stato l’azionista di controllo ed il rappresentante legale della storica “Inim-internazionale immobiliare spa”, costituita a Palermo l’8 novembre 1976 (con capitale deliberato di 200 milioni), poi trasferita il 10 luglio 1978 a Milano. Dove, si occupò dell’acquisto di grandi aziende industriali fallite (ed i relativi pregiati terreni, poi “per magia” resi edificabili) in Lombardia, Piemonte e Lazio, allo scopo di preordinare grandi operazioni di speculazione immobiliare ad alto tasso d’utile.

 

L’intera vicenda è ancora oggi convenzionalmente ricordata come il “caso del fallimento della Venchi Unica”. L’impresa piemontese che all’epoca, oltre ad una buonissima cioccolata, produceva pure il caffè decaffeinato “Cuoril”. L’unico, vero tale, secondo un famosissimo e gradevole gingle musicale che per vent’anni prima si era imposto all’interno delle inserzioni pubblicitarie di “Carosello”, in onda sull’unico canale televisivo esistente della TV di Stato, emesso in bianco e nero.

 

L’Inim, nella storia italiana dell’osservazione scientifica e giudiziaria “del contrasto alla Mafia” – dell’epoca e di oggi – ha rappresentato “l’archetipo” delle operazioni finanziarie di riciclaggio. Tanto, che la creatura finanziaria di Alamia finì sotto inchiesta, pure, nel blitz della "Notte di San Valentino" (14 febbraio 1983), quello contro la "mafia dei colletti bianchi" radicatasi in varie città d’Italia, sia al Sud che al Nord; ma con particolari, e forti, interessi su Milano. Infatti, secondo la Criminalpol sia “l’Inim” che la “Raca”, sarebbero state “società commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti profitti”.

 

L’Inim è stato il primo grande “sogno finanziario” di Vito Ciancimino. La sua proiezione nel mondo dei grandi affari milanesi. Il caso dei primi rapporti internazionali di “mescolanza” tra finanza araba ed una certa “finanza occidentale spuria”; oggi molto di moda tra Dubai e Abu Dhabi. Come dimenticare le foto soddisfatte di Alamia che sponsorizzava una scuderia della formula uno al gran premio di Montecarlo? Nel contempo, allora, Don Vito, con l’altra mano, tentava di sondare i sentieri canadesi del riciclaggio. Sperimentazione dalla quale Ciancimino si ritirò con grande prontezza di riflessi, subito dopo l’omicidio, in Canada, del faccendiere italo-americano Michael Pozza, la cui valigetta 24 ore, abbandonata sullo stesso luogo dell’omicidio, conteneva qualche documento bancario compromettente (per la legislazione legale UIC di allora) proprio dell’ex sindaco di Palermo.

 

Erano stati imputati perché soci dell’Inim o coinvolti, a vario titolo, in contestate operazioni finanziarie ed immobiliari: Alberto Rapisarda, Giorgio Bressani e Alberto dell’Utri (fratello gemello del più noto Marcello, risultato poi estraneo al cuore dell’inchiesta). Una nuova indagine antimafia su F.P. Alamia ed il suo “giro finanziario” dopo gli anni ’80, si concluse nel 1997 con l’archiviazione, per scadenza dei termini massimi. Archiviazione che coinvolse, ancora una volta, un suo ormai “nomeato” sodale dell’epoca, l’indecifrabile finanziere Alberto Rapisarda. Ricordato dalle cronache mondane di quei tempi per l’uso frequente di presentarsi a feste e party accompagnandosi a donne giovani e belle, con tre guardie del corpo armate sino ai denti, e per l’ossessivo utilizzo di un jet privato sulla tratta Milano-Palermo.

 

Cosa c’entrino questi scenari sui massimi sistemi mafiosi con la scomparsa dei due Majorana, è oggetto delle indagini in corso. Certo, per ora, è che il nesso investigativo di tutto sia la figura del 75enne ingegnere di Villabate F.P. Alamia. Che, agli investigatori, risulta sia stato in rapporti privati e di affari con Antonio Majorana, sin dalla metà degli anni ’80.

 

Quando i due erano soci prima nella società “Progea” e, poi, più in avanti, nella “Calliope srl” , società che stava realizzando alcune villette nel territorio di Isola delle Femmine. Poco prima della scomparsa dei due Majorana, l’ingegnere Alamia ed il socio Salvatore Bandiera avevano ceduto le proprie quote proprio ad Antonio Majorana, che a sua volta le aveva intestate alla sua compagna argentina, oggi sposata con un altro uomo.