Salvatore Parlagreco

Il figlio di Don Vito sarà un fiume in piena, ma la sua ultima sparata pesa più delle altre. Finora ha parlato “de relato”, riferendo ciò che aveva saputo dal padre. E quindi avrebbe potuto affermare ciò che gli pareva e piaceva, tanto non poteva essere dimostrato il contrario. Cosa che ha fatto venire il mal di pancia a tutti: quelli che non gli credono, lo ritengono un ciarlatano, o peggio un pupo nelle mani dei magistrati, e coloro invece che vorrebbero credergli, ma non gli credono, perché parla troppo e di troppe cose con le sue rivelazioni che rifanno la storia d’Italia. Si finisce così con l’annegare nelle sciocchezze le rivelazioni dei collaboratori di giustizia. Una tesi quest’ultima che tiene in ansia un sacco di gente, al punto da indurre al sospetto di una colossale sceneggiata ad uso e consumo dei maggiori indiziati. Diavolerie, insomma. Meglio rimanere con i piedi a terra.

 

Ciancimino jr ha passato il Rubicone e non se n’è accorto nessuno?

 

No, stanno meditando in molti. Chi si sente chiamato a rispondere delle sue ultime rivelazioni – gli investimenti mafiosi nel Nord – tace in attesa di eventi e si prepara a rispondere in Aula. E’ il caso di Marcello dell’Utri che vede entrare nel suo processo d’appello Massimo Ciancimino, così come avvenne per Spatuzza, su richiesta della Procura generale.

 

Le propalazioni di Ciancimino jr finora sono state combattute abbastanza facilmente. Non avevano niente che le giustificasse, né indizi che potessero essere verificati, a parte il cosiddetto papello ed alcuni ricordi postumi di ex magistrati ed uomini di governo sulla trattativa mafia-Stato. Dell’Utri ha avuto buon gioco e buone ragioni per confutare gli addebiti che il figlio di don Vito gli ha mosso durante le udienze del processo Mori ed ha perfino perannunciato querela. Lo stesso ha fatto l’avvocato Ghedini, per conto del suo assistito, Silvio Berlusconi.

 

Sull’origine del patrmonio di Berlusconi si chiacchiera da 25 anni. Gli investimenti della mafia siciliana a Milano sono stati oggetto di indagini dalle quali però non è venuto fuori niente di significativo. Tuttavia su di esse e sugli esperti che le hanno condotte ci sono state valutazioni critiche.

 

In questo contesto assai battuto si è fiondato con determinazione Massimo Ciancimino. Stavolta non ha riferito ciò che ha sentito dire – intenzioni, progetti, volontà, mezze parole – ma ha messo insieme nomi e cifre, cui presumibilmente dovrebbe seguire una documentazione idonea. Se non ha le carte e non ci sono riscontri, sarà un boomerang. Per quanto audace, è lecito supporre che le sue parole siano “appese” ad elementi di giudizio di qualche interesse.

 

Ecco che cosa ha detto: “Nel 1970 mio padre investì 150 milioni di lire in operazioni gestite dalla società Lu.ra.no, riconducibile a Nino Buscemi e Franco Bonura. Nel ’76 i frutti di questi investimenti erano rappresentati da un miliardo e mezzo di lire e da una serie di appartamenti costruiti nella zona Don Orione di Palermo. Su indicazione di Buscemi il denaro venne depositato nella banca Rasini e nella banca del Gottardo, per poi essere investite nelle societa’ Edilnord e Immobiliare Sammartino che curarono la trasformazione di terreni posti alla porte di Milano, dando vita all’operazione Milano 2".

 

"Bontade e Teresi , per il tramite di Marcello Dell’Utri, hanno investito 3 miliardi e mezzo nella stessa operazione. Roberto Calvi, presentato a mio padre da Nino Buscemi, si occupò di prelevare parte del profitto – 3 miliardi – dell’investimento che consegnò a mio padre a Losanna per realizzare un investimento in brillanti per il tramite di Leos Gluths, di origine ebrea".

 

Il 26 febbraio i giudici del processo Dell’Utri dovranno decidere se queste dichiarazioni siano o meno utili ai fini del giudizio d’appello in corso. Se Ciancimino dovesse salire sul banco dei testi, virtualmente, accanto a Dell’Utri ci sarebbe Berlusconi. La ragione è semplice, il ruolo ritagliato da Ciancimino per Dell’Utri, è quello di mediatore. L’utilizzatore finale resterebbe il Premier. Ma il figlio di Don Vito ha più volte affermato che suo padre non considerava Berlusconi un mafioso, e lui la pensa allo steso modo. Ma nessuno sospetta tanto, in verità. Queste dichiarazioni appaiono, perciò, abbastanza singolari anche perché provengono da chi sta facemdo oggettivamente di tutto per far passare Berlusconi come un imprenditore che si è serbito dei soldi di Cosa Nostra.

 

Naturalmente quelle di Ciancimino sono solo illazioni allo stato. Niente permette di dare una patente di verità alla ricostruzione di una vicenda immobiliare vecchia di quasi quaranta anni. Il riciclaggio di denaro di provenienza illegale e gli affari “puliti” della mafia percorrono strade invisibili, si servono di “spalloni” invisibili e strumenti invisibili. A distanza di anni il tragitto è coperto da una spessa coltre di polvere. Come se ci fosse passato il diserbante.

 

Basta un condono dell’evasione per i capitali depositati all’estero – è una vicenda di qualche mese fa – per fare perdere le tracce del business, poiché le norme proteggono l’anonimato degli evasori. La partita giocata da Ciancimino, nonostante la svolta, resta rischiosa. Non solo per lui.