“Mi hai detto addio ma io ti amo”. “Ti penso sempre, torniamo insieme”. E poi: “Ricominciamo, non riattaccare”. Squilli nel cuore della notte. Fino a: “Non ti libererai facilmente da me”. E giù la cornetta. E poi appostamenti nei posti assurdi: davanti all’ingresso dell’ufficio, sotto il balcone di casa. Messaggini a ripetizione, anche cento al giorno.
Quando l’amore diventa malattia, perversione. Al punto da manifestarsi con agguati e violenza.
L’ultimo caso è roba attualissima. La protagonista è una giovane palermitana, Daniela Guliti, 29 anni. Una grande passione, i balli latino-americani e, un’infatuazione presto sfociata in ossessione per il maestro, conosciuto durante le lezioni. Un vero e proprio chiodo fisso. Per anni l’ha perseguitato con telefonate, sms, minacce, apparizioni sotto casa, fino a essere arrestata. Ma neanche le manette sono riuscite a fermare la mania della donna, la prima palermitana a finire nei guai per il reato di stalking. Poche ore dopo avere incassato la notifica degli arresti domiciliari, la ragazza è uscita di casa per andare a cercare il ballerino che le ha fatto perdere la testa. Una soffiata di alcuni testimoni ha fatto scattare il controllo degli agenti, che hanno certificato l’evasione dai domiciliari. Per Daniela Guliti, le porte del carcere potrebbero spalancarsi presto.
La parola stalking ha origini recenti e non ha la stessa incisività di altre, forse perché quel suono anglofono la rende più morbida. Una caccia asfissiante, insensata, alla ricerca dell’amor perduto. Si concretizza nelle incursioni clandestine nella posta dell’ex coniuge, pedinamenti folli, mimetizzazioni notturne nel locale frequentato dagli amici di lui/lei. Oppure graffi sulle fiancate della macchina, blitz indesiderati alle partite di calcetto o alla cena di lavoro, forcing martellanti perfino sugli ex suoceri.
Una recente ricerca dell’Osservatorio nazionale stalking ci illumina: nell’80% delle volte chi si macchia del reato di stalking è l’uomo. Ma il trend femminile è in ascesa. L’incubo a volte però è irreversibile ed è destinato a durare anni. Sì, perché chi se ne libera è condannato a stati d’ansia perenne (83%). Altri, quasi il 40%, sono condannati a disturbi post-traumatici da stress.
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