Elena Sorci

Da oggi il capomafia Matteo Messina Denaro, 48 anni, amante dei vestiti firmati e con il Rolex al polso, l’uomo piu’ ricercato d’Italia, e’ ancora piu’ solo. Con l’operazione antimafia ‘Golem 2′, condotta dalla Squadra mobile di Trapani e Palermo e dallo Sco di Roma, che ha portato in carcere 19 presunti fiancheggiatori, tra cui alcuni insospettabili, e’ stata smantellata la rete di protezione del padrino di Cosa nostra. Il blitz, che ha fatto terra bruciata attorno al capomafia, ha portato dietro le sbarre anche il fratello del boss latitante dal 1993, Salvatore Messina Denaro.
Secondo gli investigatori sarebbe alla guida della famiglia mafiosa da almeno quattro anni, da quando e’ subentrato al cognato del latitante, Filippo Guttadauro, arrestato nel 2006. Il fratello del boss ricercava i "propri accoliti", come hanno spiegato i magistrati, nei posti piu’ impensabili, allo scopo di eludere possibili intercettazioni. Ad esempio, in riva al mare tra i bagnanti nonostante il caldo estivo, vestiti di tuttuo punto. O ancora nei pressi di un monumento in una giornata piovosa.

 

Ma e’ Matteo Messina Denaro il punto di riferimento per Cosa nostra nel trapanese. E’ lui che, nonostante la latitanza che dura dal 1993, continua a esercitare il proprio ruolo attraverso messaggi che riceve e manda. Il boss ordina la distruzione, con il fuoco, dei ‘pizzini’, per evitare di essere scoperto, errore commesso invece da Bernardo Provenzano ‘tradito’ dalla via dei ‘pizzini’.

 

Affari milionari, ma anche tante estorsioni con minacce e intimidazioni. Dalla latitanza dorata il boss mafioso Matteo Messina Denaro riesce a continuare la sua azione criminale grazie ad "appoggi e contatti", come dicono gli investigatori, di numerose persone. Ad aiutare gli investigatori le intercettazioni ambientali e telefoniche. "Da alcuni passaggi delle intercettazioni – dicono gli inquirenti – si desume il penetrante controllo del territorio da parte del gruppo criminale capeggiato dal superlatitante; il ricorso sistematico alla violenza per la realizzazione degli obiettivi; il programma di gestione di alcune risorse economiche della zona; l’assoggettamento delle imprese, in molti casi titolari di importanti appalti pubblici, al sistema delle estorsioni e il sistema di riscossione delle relative tangenti".
 

Seguite dagli investigatori ‘in presa diretta’ le modalita’ di pianificazione e di attuazione di diversi attentati incendiari da parte di quei personaggi risultati coinvolti nel nuovo livello di supporto al latitante, "con azioni che inconfutabilmente – dicono i magistrati -hanno avuto quale comune matrice il mantenimento della vitalita’ di Cosa nostra nei territori di influenza del mandamento di Castelvetrano".

 

Tra gli episodi accertati dagli investigatori c’e’ "l’episodio di attivita’ estorsiva avviato, in tempi recentissimi, da Salvatore Messina Denaro insieme ai suoi piu’ fedeli sodali, tra cui il cugino Giovanni Filardo e Giovanni Risalvato, nei confronti dell’imprenditore Luigi Spallina, che, il 24 marzo 2009, si era aggiudicato la gara d’appalto dalla Belice Ambiente s.p.a. – ATO TP2, per un importo di circa 3 milioni di euro". Su queste opere Salvatore Messina Denaro aveva incaricato appositamente Risalvato e Filardo " di contattare il predetto imprenditore presso la sede della sua azienda, per richiedergli una ”tangente” di 100 mila euro, ossia quasi il 3% dell’importo della gara".

 

C’e’ un curioso retroscena tra le pieghe dell’operazione ‘Golem 2′. Tra i fermati c’e’ anche un componente della banda di Salvatore Giuliano. Si tratta di Antonino Marotta, 83 anni, definito dagli investigatori come il ”decano” della mafia trapanese. Marotta, che in passato e’ stato arrestato piu’ volte e coinvolto in inchieste di mafia, in alcune foto e’ ritratto insieme al bandito di Montelepre che fu protagonista nel dopoguerra di alcune stragi come quella di Portella della Ginestra. In considerazione della sua eta’ per l’anziano boss, sono stati chiesti gli arresti domiciliari. Secondo gli investigatori, Antonino Marotta, la cui partecipazione all’associazione mafiosa "e’ stata gia’ definitivamente accertata", "in epoca successiva alla condanna e dopo avere espiato la pena, ha continuato a mantenere inalterato il suo legame con Cosa
nostra, prendendo attivamente parte a decisioni importanti per la consorteria e venendo a sua volta investito di compiti delicati e riservati".
 

Ma dove si nasconde il capomafia? "Per quanto difficoltosa la ricerca, sicuramente un giorno i latitanti saranno catturati, compreso Matteo Messina Denaro. Ci vuole tempo, ma non troppo", ha risposto il Procuratore aggiunto Teresa Principato, che ha coordinato l’inchiesta con il procuratore capo Francesco Messineo e i due pm Paolo Guido e Marzia Sabella. "E’ notorio che Matteo Messina Denaro nel contesto territoriale trapanese puo’ contare sulla protezione di alcuni personaggi. Lo scopo dei fermi di oggi e’ stato proprio quello di creargli terra bruciata intorno", ha invece commentato all’ADNKRONOS il Procuratore capo di Palermo, Messineo, commentando il maxiblitz.
 

"E’ certamente un’operazione incisiva, adesso ci attendiamo l’azzeramento dei circuito relazionale di Messina Denaro" spiega il Procuratore capo. "Ci auguriamo che con l’operazione di oggi Messina Denaro – prosegue Messineo – sia sempre piu’ in difficolta’, per creare le premesse per una successiva cattura". Lo scopo del blitz di oggi, denominato ‘Golem 2′, per Messineo, che ha coordinato l’inchiesta e’ quello di "perseguire la rete di protezione di cui gode il boss e diradare attorno a lui questa rete".

 

Per il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, l’operazione di oggi "costituisce una ulteriore tappa di avvicinamento al latitante". "Non possiamo che complimentarci con le forze dell’ordine – ha detto Grasso – per il grande successo investigativo ottenuto". E Ha ribadito che "con la stretegia di avvicinamento che si sta utilizzando per Messina Denaro, in passato si e’ riusciti ad arrestare il boss latitante Bernardo Provenzano".    

 

"Con Provenzano – ha detto Grasso – siamo prima riusciti a scoprire la rete economica poi quella dei ‘postini’ che lo aiutavano nella latitanza. Speriamo possa accadere lo stesso con Messina Denaro". Alla domanda se si puo’ dire che oggi si e’ piu’ vicini a Messina Denaro, Grasso risponde all’ADNKRONOS con cautela: "Fino a quando non lo arrestano preferisco non dirlo…". Pero’, ha sottolineato che "si procede, con gli arresti di oggi, con una ulteriore tappa di avvicinamento al capomafia a cui viene tolto appoggio logistico e persino familiare". Il riferimento e’ all’arresto del fratello Salvatore Messina Denaro e di due cugini.
 

"Incominciamo a toccare anche il lato familiare – dice ancora il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – Sono importanti i fermi del fratello e degli altri congiunti di Messina Denaro". L’ex Procuratore capo di Palermo, parlando ancora della figura di Matteo Messina Denaro, ritiene che si tratta di una "persona molto prudente". "Basti pensare che quando ha degli appuntamenti con i suoi sodali non telefona e non usa i ‘pizzini’, ma si sa gia’ che ci sono quei tre appuntamenti all’anno. Insomma, evita i contatti di qualunque tipo o, quantomeno, cerca di limitarli al massimo".

 

 Tra i fermati figurano elementi di spicco delle cosche trapanesi, compresi i presunti reggenti delle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna e Marsala, "ai quali, tra le altre cose, era stato demandato – affermano gli investigatori – il delicatissimo ruolo di veicolare notizie tra Matteo Messina Denaro ed i suoi fedelissimi, nonche’ con i vertici di Cosa nostra palermitana”.
 

Gli indagati fermati sono: Salvatore Messina Denaro (fratello del boss latitante), Maurizio Arimondi, Calogero Cangemi, Fortunato e Lorenzo Catalanotto (padre e figlio), Tonino Catania, Andrea Craparotta, Giovanni Filardo, Leonardo Ippolito, Antonino Marotta, Marco Manzo, Nicolo’ Nicolosi, Vincenzo Panicola, Giovanni Perrone, Carlo Piazza, Giovanni Risalvato, Paolo Salvo, Salvatore Sciacca, Vincenzo Scire’.
 

Tutti indicati come "organici o contigui a un nuovo livello del reticolo di supporto logistico a Matteo Messina Denaro, in ragione sia del vincolo parentale con il latitante, sia della pregressa appartenenza a Cosa nostra, come nel caso di Antonino Marotta e Marco Manzo, sia ancora perche’ impegnati in delicati compiti operativi come la commissione di attentati incendiari, nel caso di numerosi soggetti ancora incensurati".