Enzo Bonsangue

"L’idea mi è venuta leggendo le norme del recente pacchetto sicurezza, che, con le aggravanti, prevede un ulteriore aumento delle pene per i capi di Cosa Nostra, che superano i trent’anni. Così ho deciso di sollevare la questione davanti al tribunale". L’avvocato Ernesto Pino, difensore del boss catanese Paolo Brunetto, quando nel maggio scorso ha sollevato l’eccezione di incompetenza per materia del tribunale, sostenendo che il suo assistito doveva essere giudicato dalla Corte d’Assise, non si aspettava certo di scatenare una bufera giudiziaria.

 

La Cassazione due settimane fa gli ha infatti dato ragione, ordinando che il processo "Amante più 8" in cui è imputato anche il suo assistito si svolga in Corte d’Assise. Una decisione che adesso rischia di "azzerare" centinaia di processi, tanto da suscitare l’immediato intervento del Guardasgilli Angelino Alfano che ha annunciato provvedimenti "correttivi" del governo. La sentenza della Corte Suprema, che ha ammesso l’esistenza di un "buco" normativo, ha lasciato interdetto anche il legale: "Pensavo che mi avrebbero dato torto, non perché la mia istanza non fosse fondata ma per motivi di politica giudiziaria. Trasferire i processi in corso in Corte d’Assise rischia infatti di bloccare tutto. Comunque sono certo che risolveranno la questione alla solita maniera, con un decreto legge".

 

Per il penalista quanto è accaduto "é il risultato di un modo di legiferare totalmente scoordinato: non basta fare proclami e inasprire le pene, bisogna anche pensare alle conseguenze. Ad esempio, quando sono state aumentate le pene per i reati di estorsione e rapina, è stato specificato che la competenza restava del tribunale".