Alessio Ferlazzo

"Non ho mai trattato con la mafia. I rapporti tra me, De Donno e Vito Ciancimino, introdotti in questo processo, rientrano nell’ambito di relazioni confidenziali che non hanno nulla a che vedere con una trattativa, come molti, come tanti pappagalli sostengono". Cominciano così le dichiarazioni spontanee che il generale Mario Mori, imputato insieme al colonnello Mauro Obinu, di favoreggiamento aggravato, sta rendendo davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo.








"Grazie alle interviste rilasciate sui giornali, ad apparizioni televisive concertate, studiate fughe di notizie e annunci di rivelazioni eclatanti è stato celebrato, contro di me, un processo mediatico che non ha nulla a che fare con quello giudiziario celebrato da questo tribunale". L’ha detto il generale dei carabinieri Mario Mori, imputato di favoreggiamento alla mafia, nel corso delle lunghe dichiarazioni spontanee rese al Collegio che lo giudica. "Tutto ciò – ha aggiunto – ha ingenerato la convinzione che io sia l’ufficiale dei carabinieri che in modo disonorevole ha trattato con la mafia".

 

"Massimo Ciancimino si sta ritagliando il ruolo di vittima-spettatore. Cerca di essere credibile agli occhi dei magistrati, ma le sue sono rivelazioni a rate, diluite nel tempo, e rese a distanza di 16 anni dai fatti". Così il generale Mario Mori, sotto processo a Palermo per favoreggiamento alla mafia, ha stigmatizzato le accuse rese nei suoi confronti da Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito, interrogato come testimone nel processo all’ufficiale.

 

"Ma quale trattativa? A Ciancimino dicemmo esplicitamente, più volte, che pretendevamo la resa incondizionata dei boss di Cosa nostra, in particolare Riina e Provenzano, e che in cambio di questo avremmo trattato bene le loro famiglie". Il generale dei carabinieri Mario Mori, imputato di favoreggiamento aggravato alla mafia, nega di avere mai trattato con la mafia e, nel corso di lunghe dichiarazioni spontanee rese ai giudici che lo processano, ripercorre tutti i suoi incontri con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, a partire dalla fine di luglio del ’92. Secondo l’ufficiale, Ciancimino, con il quale l’Arma aveva intrapreso rapporti confidenziali per potere giungere alla cattura dei latitanti mafiosi, in uno degli incontri chiese, in cambio di un suo contributo investigativo, "la possibilità di andare all’estero, il riconoscimento del ruolo di mediatore e un occhio di riguardo per i suoi problemi giudiziari". "Noi rispondemmo – ha spiegato Mori – senza esitazione, cosa che non avremmo potuto fare se avessimo agito su mandato altrui, e chiedemmo la resa dei latitanti". "Ciancimino, a quel punto – ha concluso – balzò in piedi e disse che lo volevamo morto".