Salvatore D'Anna

I mass media non farebbero granche’ per diffondere una reale coscienza antimafia e alcuni film e fiction tv innescherebbero meccanismi di pericolosa identificazione con i protagonisti raccontati. Scarsa la fiducia nelle istituzioni e rassegnazione sulla realistica possibilita’ che la mafia sia estirpata. Sono alcuni dei dati che emergono dal sondaggio effettuato su un campione di studenti di scuola media superiore di Bergamo e di Cinisi (Palermo), presentato oggi in apertura della manifestazione internazionale dal titolo ”Mafiosi eroi o criminali” in corso fino a domani a Palermo, promossa dalla Fondazione Banco di Sicilia e dal network internazionale ”Images of Justice”, su iniziativa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e del professor Gianni Puglisi.

 

La ricerca mira a inquadrare il fenomeno ”mafia” in Italia nel suo rapporto con il mondo della cinematografia, e descrivere il processo attraverso cui, a livello psico-sociale, le sue rappresentazioni mass-mediatiche si traducono in vissuti, opinioni e conoscenze. L’indagine e’ stata svolta dal gruppo di ricerca del professor Vincenzo Russo in relazione al progetto-studio su ”Cinema e Mafia” del critico cinematografico e docente dell’Universita’ Iulm, Gianni Canova: il sondaggio investe le modalita’ di rappresentazione della mafia nel cinema, partendo dalla considerazione che, soprattutto per i piu’ giovani, la conoscenza del fenomeno Mafia rischia di essere profondamente influenzata dalla rappresentazione dei media, e in particolare di quella cinematografica.

 

L’obiettivo e’ stato quello di rilevare il vissuto e le rappresentazioni degli spettatori rispetto alla mafia, stimolati dalla visione del film ”La siciliana ribelle”.

 

Numerosi i giovani intervistati secondo differenti modalita’: a circa 900 ragazzi presenti nelle sale cinematografiche (di cui 600 a Bergamo e 300 a Cinisi, 620 le schede analizzate) e’ stato distribuito un questionario, in cui erano contenuti diversi aggettivi opposti (bello-brutto, forte-debole, attivo-passivo, ecc.); venti ragazzi (dieci a Bergamo e altrettanti a Cinisi) sono stati video-intervistati subito dopo la visione del film, mentre un gruppo piu’ ristretto di dodici giovani (sei a Bergamo e altrettanti a Cinisi) si sono sottoposti volontariamente a interviste in profondita’ (minimo 30 minuti, massimo 1 ora per ciascuna intervista).

 

Dall’esito del sondaggio, emerge che i ragazzi di Bergamo risultano piu’ impegnati, appassionati e desiderosi di sapere, di ricevere informazioni e di manifestare la loro decisione a contrastare il senso di impotenza che spesso accompagna i vissuti sulla mafia. Se da un lato, non hanno conoscenza diretta del problema, ovvero non hanno esperienze culturali o di fatti di mafia direttamente, dall’altro mostrano una comprensione fine e profonda del fenomeno, che per loro non e’ soltanto criminalita’ ma e’ soprattutto un pensiero, un atteggiamento. Gran parte degli intervistati, inoltre, si rende conto della pervasivita’ della cultura mafiosa, della sua capacita’ di generare ”cultura” e ”mentalita”’ e di quanto questo fenomeno sia ampiamente diffuso non solo nel sud Italia. C’e’ da sottolineare che alcune differenze di posizioni espresse possono dipendere anche dall’eta’ degli intervistati di Bergamo, leggermente superiore rispetto a quella degli studenti di Cinisi.

 

Per gli intervistati di Cinisi, la connotazione emotiva e’ piu’ esplicita: spesso, per descrivere la mafia, ricorrono nelle loro interviste a categorie quali ”lottare”, ”uccidere”, ”paura”, ”combattere” e ”giusto”. La mafia e’ dettagliatamente descritta come un ”fenomeno” con una chiara connotazione geografica (Sicilia), rappresentato dalla figura-capo del ”mafioso”. I ragazzi di Cinisi mostrano, paradossalmente, un vissuto piu’ distante rispetto al tema.

 

I giovani intervistati a Cinisi descrivono la mafia come un fenomeno ”brutto”, ”cattivo”, ”sgradevole”, mentre dall’altra parte ci sono ”i buoni”, ”la polizia”, ”i magistrati” e le ”cose belle”. Nelle loro descrizioni, tuttavia, sembra mancare quell’approfondimento razionale o profondita’ di sentimento, che consentirebbe loro di parlare di Cosa nostra in maniera piu’ dettagliata, personale e sottile: ”La mafia non si puo’ descrivere, e’ una cosa brutta”.

 

Esprimendo i propri giudizi sulla mafia, i ragazzi non sembrano fare ricorso ad un sistema di valori assoluto e astratto, ma a categorie di giudizio concrete e ancorate alla realta’: ”La mafia e’ cattiva perche’ non permette (piu’) alla Sicilia di crescere economicamente”, ”il mafioso e’ cattivo perche’ ammazza senza criterio”, ”il mafioso e’ debole, perche’ e’ costretto a vivere nascosto”, ”la mafia e’ nata negli anni 60, e’ nata con il difendere le persone del paese, poi piano piano ha cominciato con gli appalti, con la droga, con tutte queste cose fino adesso.”

 

Le differenze fra i due gruppi appaiono ancora piu’ evidenti nei giudizi espressi sulla figura del padre della protagonista del film ”La Siciliana ribelle”, che, paradigmaticamente, rappresenta la mafia di altri tempi. In questo caso i ragazzi di Cinisi sembrano essere molto piu’ permissivi, quasi giustificando o quantomeno comprendendo il personaggio del padre, che rappresenta la vecchia mafia, quella che proteggeva, aiutava, e per alcuni versi si sostituiva allo Stato nella crescita del territorio.

 

Questa rappresentazione della differenza tra vecchia e nuova mafia e’ invece totalmente assente nell’immaginario dei ragazzi di Bergamo, cosi’ come emerge sia dall’analisi quantitativa che dall’analisi delle interviste. Anche per quanto riguarda l’immagine dello Stato che viene fuori dal film preso in esame, i due campioni rispondono in maniera differente.

 

A Bergamo sembra che lo Stato, almeno quello rappresentato nella pellicola, non sia visto come positivo, ma, come prevedibile, debole, freddo e impotente: uno Stato che soccombe alla mafia e non ha mezzi o strumenti per contrastarla.

 

Diversa e’ l’immagine riportata dai ragazzi di Cinisi, dove invece lo Stato, pur con le sue difficolta’, appare in maniera piu’ positiva: (so che ci sono delle persone che ci proteggono; i carabinieri, le forze dell’ordine quindi non ho paura;”). Tuttavia e’ presente la consapevolezza che anche le istituzioni sono fatte di persone, e quindi possono essere soggette a inquinamenti della criminalita’ mafiosa: (”e’ da persona a persona; perche’ c’e’ l’amministratore che e’ contro la mafia e’ quello che invece viene aiutato”).