(Gianluca Scaglione) “Oggi sto bene, domani chissà” è una delle tipiche frasi che si pronunciano tra una prima e una seconda portata, mentre si addenta il pollo o si sorseggia un bicchiere di vino.
Elargiamo a profusione considerazioni in cui neanche crediamo, giusto per amore dell’intrattenimento: quando piomba il silenzio, sentiamo l’esigenza di colmarlo. Non importa come, con cosa e soprattutto perché. “L’importante è la salute!” ci ritroviamo a dire dopo una delusione o una sconfitta.
Lo diciamo più per consolarci, che per un’effettiva presa di coscienza di quanto lo sia in realtà. E in fondo è giusto che sia così.
Ma gli incidenti, si sa, accadono. E proprio allora, quando vieni preso di peso e portato in ospedale, sanguinante e con una flebo attaccata al braccio, tutte quelle frasi ti rimbombano in testa, pregne di ben diversi significati, in un vortice di pensieri strani, lontani da quelli di ogni giorno.
Ironia della sorte, ti ritrovi bloccato in una situazione che fino ad allora avevi visto, vuoi o non vuoi, con un occhio distante anni luce da te.
“Codice giallo” azzardano sulle prime. Poi arriva una dottoressa con un paio di domande che sentenzia “Codice verde” dopo una rapida ispezione in corridoio. Adesso bisogna alzarsi: le barelle scarseggiano. Tu sanguini, i dolori li senti ovunque, lentamente cominci a prendere coscienza del fatto che sei ancora vivo grazie al casco, ormai distrutto, così come la moto. Allora raccogli tutte le forze e ti alzi, con la speranza che così facendo ci si sbrighi prima e tu possa tornare alla tua vita: dovevi andare a prendere una cosa in quel negozio e stasera è un gran problema se non ti dai una mossa.
Senza neanche accorgertene, finisci nella sala d’attesa. E no, non c’è nessun colpo di scena: nella sala d’attesa si attende. Poche storie. Ti guardi intorno, hai fame, stai scomodo, sei tutto dolorante, eppure non c’è niente da fare. Bloccato.
Una scritta rassicurante su una lastra di metallo appesa alla parete ti spinge a tenere duro per un po’. A quanto pare sono le parole di un medico che quand’era ancora in vita lavorava nel pronto soccorso in cui sei finito. Cominci a chiederti se alla fine l’hanno rimpiazzato.
Passa la prima, la seconda ora. Ti ritrovi invischiato in discorsi a te totalmente estranei di malattie, sintomi e tristezze varie che provengono dalle bocche dei compagni di attesa.
Si continua per ore ed ore, fino a tarda sera, tra dolori e ferite ormai infette, ad aspettare la fatidica chiamata.
Alla porta che separa la sala d’attesa dai reparti del pronto soccorso si succedono le maschere di un teatrino penoso. Gente ai limiti della sopportazione, chiamate che tardano, codici rossi uno dopo l’altro che scavalcano e allungano l’attesa, individui che minacciano di chiamare il 113 al cospetto di poliziotti additati come violenti, persone che vanno avanti e indietro per la sala urlando “Con una testata lo lascio a terra morto e vediamo se mi deve rispondere così”…
L’estenuante attesa dura nove ore, infine ti chiamano.
“Ma è normale che si aspettino nove ore per un incidente?” chiedi al medico.
“Per forza” è la risposta.
Così scopri che in uno dei maggiori centri ospedalieri di Palermo, mentre decine e decine di persone aspettavano di essere visitate, ad attenderle dopo la lunga coda c’erano soltanto un medico e un’anestesista. Solo un medico e un’anestesista. Allora, per forza.
Salito al secondo piano per l’ecografia, ti rendi conto che è tutto vuoto. Sembra l’inquietante set di un horror. Devi chiamare giù, per fare in modo che una persona salga a visitarti.
Tagli alla sanità. Li applicano politici che hanno forse solo una vaga idea di cosa sia la sanità pubblica. Hanno i privati, loro. Se stanno male, hanno tutto pronto. Niente attese, nessuna puzza.
C’è chi dice che quelli che manifestano andrebbero presi a manganellate: è una barbarie che il popolo si permetta di esprimere il proprio disagio.
La verità è che tutto fa brodo, e che invece di imporci, riusciamo solo a fare di ogni esperienza un argomento da bar.
In fondo “non tutti i mali vengon per nuocere” e “cu parra picca campa cent’anni”.
Siamo pieni di detti e di frasi fatte. Forse è per questo che starcene zitti ci riesce così bene.
