Alessio Ferlazzo

"Manca una dettagliata mappatura del sottosuolo agrigentino, che servirebbe a dare maggiore sicurezza alla stabilità degli edifici". Lo dice Giovanni Noto, consigliere dell’Ordine dei geologi di Sicilia, parlando della natura geomorfologica di quanto giace sotto le fondazioni dei palazzi del centro storico. "Agrigento, così come buona parte delle città d’arte e di storia – aggiunge Noto – presenta nel centro storico le tracce delle culture e dei popoli che in epoche passate hanno ‘utilizzato’ il soprasuolo ed il sottosuolo per le proprie esigenze di vita. Un’analisi delle condizioni generali di un agglomerato urbano non può prescindere da una puntuale e certosina conoscenza del substrato. Ecco perché, sia a causa delle tristi vicende di Favara e dei fenomeni franosi del messinese, si sono accesi i riflettori su tutti i centri storici della Sicilia, ormai abbandonati a se stessi per buona parte della superficie, tentando di correre ai ripari a quelle che vengono chiamate ‘tragedie annunciate’. Nella città di Agrigento, alla vetustà ed all’abbandono degli edifici, si somma un elemento geo-speleologico peculiare, ovvero la presenza di cavità artificiali realizzate in epoche passate – già a partire dal V secolo a.C. – e utilizzate nei diversi periodi storici con compiti diversi (cave sotterranee, gallerie drenanti, cisterne a silos, potenziali vie di fuga)". Come se non bastasse, Noto sottolinea che al di sotto delle rocce calcaree si trovano delle argille che fungono da ‘cuscinetto’ quando le acque di pioggia s’infiltrano nel sottosuolo.

 

"Ad agevolare il deflusso dell’acqua – ammette -, interviene la giacitura del bancone calcarenitico che assume la forma di un cucchiaio un po’ inclinato. Infatti, il bordo rialzato di questa struttura lo possiamo identificare con l’asse Rupe Atenea-Cattedrale e l’opposto, più basso, con la collina dei Templi". Il centro storico di Agrigento, e tutte le urbanizzazioni ad esso connesse, sono state edificate nel contesto descritto e dunque, questi ‘vuoti’ oggi abbandonati a se stessi e non manutenuti "rappresentano un potenziale pericolo per la stabilità per tutto ciò che vi è stato costruito sopra – ha puntualizzato Noto -. A questo va aggiunto un ulteriore elemento di rischio derivante dalle ormai ataviche perdite della rete idrica cittadina che, oltre a determinare una sottrazione di elevate percentuali di acqua all’utenza agrigentina, di fatto scavano, erodono ed appesantiscono il substrato calcarenitico-sabbioso sul quale l’Agrigento antica è stata costruita. L’auspicio – ha concluso il geologo – è quello di operare un puntuale e quanto più possibile preciso censimento di queste cavità che veda, come risultato ultimo, la redazione di un quadro sinottico della loro presenza nel tessuto urbano".